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Home›VPI - Articoli›Analisi preliminare delle elezioni generali in Bolivia

Analisi preliminare delle elezioni generali in Bolivia

Di Redazione
14/09/2025
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Dalla Gioventù Comunista di Bolivia (JCB)
Di Camila Azeñas, responsabile delle Relazioni Internazionali del Comitato Esecutivo Nazionale
26 agosto 2025
Link all’originale

 

Le elezioni generali in Bolivia, svoltesi lo scorso 17 agosto, hanno prodotto un risultato che la politologia tradizionale e l’analisi superficiale attribuiscono esclusivamente alla frattura interna del Movimento per il Socialismo (MAS-IPSP). Secondo le loro conclusioni, la lotta tra le fazioni guidate da Evo (senza candidatura presidenziale e che ufficialmente ha fatto campagna per il voto nullo, ottenendo un 19,78%, dal quale va sottratto un 5% corrispondente alla media dei voti nulli delle ultime elezioni), Arce (l’attuale presidente, rappresentato alle elezioni da Eduardo Del Castillo, suo ex ministro dell’interno, con un 3,17%) e Andrónico Rodríguez con l’8,51% (attuale presidente della Camera dei deputati) avrebbe diviso il voto filogovernativo, permettendo la vittoria di un “outsider”. Tuttavia, questa spiegazione è insufficiente perché mistifica la realtà di classe sottostante.

Il trionfo di Rodrigo Paz e Edman Lara con il Partito Democratico Cristiano (PDC) non è un incidente congiunturale, ma il frutto della convergenza strutturale tra l’esaurimento del riformismo socialdemocratico, che ha disarmato ideologicamente la classe operaia, e l’ascesa di un blocco di potere conservatore di nuova generazione, articolato intorno a un discorso nazionale-religioso, anti-statale (ma non anticapitalista) e populista di destra, che ha saputo capitalizzare il malcontento e offrire una salvezza illusoria all’interno dei parametri del capitale.

I sondaggi pre-elettorali di istituti come Ipsos, CIESMORI e Captura Consulting evidenziavano la profonda crisi organica e l’incapacità della borghesia di unificare un progetto egemonico. Un “pareggio tecnico” tra Samuel Doria Medina (Unità Nazionale), che aveva circa il 21%, e Jorge ‘Tuto’ Quiroga (Alianza Libre), con il 20%, entrambi chiari rappresentanti delle frazioni del capitale finanziario e agro-esportatore tradizionale, era una prova di questa frattura.

Le loro proposte di austerità fiscale, privatizzazione, apertura al capitale transnazionale, integrazione nei circuiti economici e politici guidati dagli Stati Uniti e dall’UE, oltre al rafforzamento del modello estrattivista tramite alleanze pubblico-private che avvantaggiano le élite locali e il capitale straniero, non solo sono incapaci di risolvere la crisi economica — con un’inflazione galoppante dal 20% al 25%, scarsità di dollari, carenza di carburante e un aumento critico del costo del paniere familiare —, ma cercano anche di far ricadere il peso della crisi sulla classe operaia.

Nel frattempo, Rodrigo Paz (PDC) e Manfred Reyes Villa (APB Súmate) si contendevano il quarto posto (6-8%). Tuttavia, il dato più rilevante era l’elevata percentuale di un apparente malcontento, indicata da circa il 10-14% di voti nulli, un 5% di voti bianchi e un 13-14% di indecisi. Questo settore non era solo un’incognita statistica: rappresentava l’espressione del malessere di una popolazione stanca e depoliticizzata, il cui malcontento, non trovando alternative rivoluzionarie, si sarebbe trasformato nel terreno di battaglia che il PDC ha saputo capitalizzare con un discorso anticorruzione, demagogico sotto ogni punto di vista.

L’art. 166 della Costituzione Politica dello Stato e la Legge 026 stabiliscono che solo i voti validi determinano il risultato; i voti nulli e bianchi sono esclusi dal calcolo percentuale per definire i vincitori o la seconda tornata elettorale. Le percentuali di Paz (32,06%) e Quiroga (26,70%) sono calcolate su questa base ridotta, gonfiando artificialmente il loro peso relativo. Questa distorsione ha permesso a entrambe le figure di destra di accedere al ballottaggio.

Le intenzioni di voto per Andrónico Rodríguez (Alianza Popular) hanno subito un calo significativo, passando da un picco iniziale del 14,2% a giugno a circa il 6% negli ultimi sondaggi prima delle elezioni, terminando con un 8,51%. Nel frattempo, Eduardo Del Castillo, come candidato del MAS-IPSP, ha raggiunto il 3,17%.

La campagna per il voto nullo, lungi dall’essere un “atto di resistenza”, ha finito per operare come meccanismo di autodistruzione e frammentazione, convogliando il malcontento popolare verso un’opzione elettoralmente sterile. Morales ha così diluito il potenziale della sua base sociale, una tattica che ha permesso al PDC di capitalizzare il malessere tra i settori popolari depoliticizzati.

Il problema trascende l’ambito elettorale e congiunturale: il MAS, nei suoi due decenni al governo, ha amministrato il capitalismo più o meno all’interno di quello che Álvaro García Linera ha definito “capitalismo andino-amazzonico”, un modello che mirava a una maggiore integrazione a vantaggio di una borghesia nazionale emergente (in alleanza e dipendente dal capitale transnazionale) all’interno del quadro globale del capitalismo e della redistribuzione clientelare della rendita. In questo modo non ha alterato le relazioni di sfruttamento salariale.

Allo stesso tempo, ha smobilitato politicamente la sua base sociale e il movimento popolare, svuotando di contenuto ideologico i sindacati e le organizzazioni sociali e, soprattutto, privandoli della loro indipendenza, sia ideologica sia organica. La stessa dirigenza del Partito Comunista e gran parte della sua militanza di base sono state preda delle deviazioni ideologiche radicate dopo decenni di governo socialdemocratico. È importante sottolineare che tali deviazioni sono state propagate da governi socialdemocratici e “progressisti” dell’America Latina e da enti sovranazionali riformisti come il Forum di San Paolo.

Questa smobilitazione, intrinseca a ogni progetto riformista, ha creato un vuoto di significato e di organizzazione nella classe operaia, che è stato metodicamente occupato da altri apparati ideologici, in particolare dalle chiese evangeliche, le quali hanno offerto comunità, certezza morale e un progetto di ascesa individuale: la teologia della prosperità in un mondo precarizzato.

La ricerca di un capitalismo riformato e con un volto umano è l’essenza di ogni proposta socialdemocratica, che mira a mitigare le contraddizioni più brutali del capitalismo tramite politiche redistributive (bonus, sussidi) finanziate dal super-sfruttamento delle risorse naturali, mantenendo intatta la struttura di sfruttamento salariale e la dittatura dei monopoli sui settori strategici.

Il discorso del «Vivir Bien» e la cosiddetta «Rivoluzione Democratica e Culturale» hanno operato privi di qualsiasi potenziale anticapitalista e trasformati in un quadro per la gestione keynesiana-liberale dell’economia di uno Stato plurinazionale che resta comunque borghese.

Il MAS ha ridotto la lotta di classe al solo ambito elettorale. Ha fatto della «democrazia interculturale» la consacrazione del pluralismo elettorale come fine ultimo della lotta, spogliando la democrazia del suo contenuto di classe e nascondendo il fatto che lo Stato continua a essere uno strumento di dominio di classe nelle mani della borghesia.

Il governo è stato il grande mediatore tra il capitale (nazionale e straniero) e la classe operaia, garantendo sempre il beneficio del primo; ha disinnescato la conflittualità sociale mediante la cooptazione dei leader, i quali avrebbero assunto un ruolo di contenimento della rabbia e dell’insubordinazione proletaria.

Il grande successo del MAS, e al contempo il suo tradimento storico più rilevante, è stata la smobilitazione oggettiva e soggettiva della sua base sociale, perché è riuscito a instaurare l’idea che il capitalismo potesse essere umanizzato dallo Stato; è stata eliminata dalla coscienza di ampi settori popolari la necessità di organizzarsi e mobilitarsi in modo autonomo per sostituire il potere dei monopoli e della borghesia creola (di discendenza europea, ndt) con quello della classe operaia.

Questa depoliticizzazione delle organizzazioni di base e l’alienazione dei lavoratori rappresentano il terreno fertile perfetto affinché le classi sfruttate assumano come proprio un discorso libertario e individualista. La lotta non era più guidata dai lavoratori nelle miniere, nelle fabbriche e nelle strade contro il capitalismo, ma veniva condotta da dirigenti sensazionalisti nei corridoi dei ministeri per ottenere questo o quel beneficio individuale o di gruppo; si è passati dalla lotta di classe nelle strade alle negoziazioni nei corridoi e negli uffici dei ministeri e della presidenza, corrompendo la dirigenza dei settori operai.

È stata promossa anche l’ascesa individuale attraverso il consumismo, in parallelo con la teologia della prosperità evangelica. Entrambe le logiche rafforzano l’individualismo e distruggono la coscienza e la solidarietà di classe; se il successo è individuale (per merito proprio o per benedizione divina), anche il fallimento lo è, smantellando qualsiasi analisi strutturale dello sfruttamento di classe.

Il governo del MAS, nel suo sforzo di mantenere una base elettorale ampia e di disinnescare i conflitti, si è servito delle chiese evangeliche: ha negoziato con i loro leader; ha loro concesso influenza e partecipazione, persino come membri del proprio gruppo parlamentare all’Assemblea Plurinazionale. Questo ha legittimato e potenziato enormemente questi settori.

Lo stesso Evo Morales ha recentemente riconosciuto che Chi Hyun Chung, pastore evangelico, medico e imprenditore sudcoreano naturalizzato boliviano, candidato alla presidenza nel 2019 per il PDC, e ora Edman Lara, gli sottraggono una percentuale significativa di elettorato. Pur trattandosi di un calcolo a breve termine per gestire il potere, a lungo termine ha rafforzato il suo rivale ideologico all’interno del campo popolare.

La vittoria del Partito Democratico Cristiano (PDC) è il frutto di quanto sopra menzionato. Il suo discorso, lungi dall’essere una mera curiosità, è la formulazione politica coerente di questa contro-egemonia in ascesa, in termini gramsciani. La sua proposta economica di un “capitalismo per tutti, non per pochi” è la versione creola della vecchia illusione piccolo-borghese di un capitalismo senza antagonismi, che pretende di smussare i lati più duri di un sistema sfruttatore, mantenendone intatta l’essenza.

La chiave della sua penetrazione nel campo popolare risiede nella formula vicepresidenziale: la figura di Edman Lara, l’ex capitano della polizia che acquisì rapidamente fama denunciando casi di corruzione all’interno della polizia e venendo sospeso da questa istituzione. Per un elettorato depoliticizzato e stanco di un’élite politica corrotta, Lara intende rappresentare i cittadini che si sollevano contro il sistema corrotto. Il suo seguito nelle aree rurali e peri-urbane evidenzia come il malcontento di classe, non trovando canali rivoluzionari autonomi, venga catturato e addomesticato verso un progetto politico estraneo e diametralmente opposto.

Le elezioni di agosto non rappresentano solo un cambio di governo; sono la manifestazione elettorale di una profonda sconfitta politica e ideologica della socialdemocrazia “progressista” di fronte al capitale. La socialdemocrazia è responsabile della attuale soggezione ideologica della classe operaia e dei contadini al conservatorismo reazionario incarnato da Paz e Lara.

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