Il Consiglio dei Ministri ha approvato due settimane fa il Decreto Lavoro in vista del Primo Maggio, provvedimento per il quale ha investito circa 934 milioni di euro. Si tratta di una legge che si situa coerentemente nel solco tracciato da questo e degli altri esecutivi: il problema del lavoro “povero” viene utilizzato come pretesto per giustificare una pioggia di regali alle imprese, in un disegno che viene accompagnato da regolazioni dei rapporti tra le parti sociali che, pur non spostando di un centimetro i rapporti di forza tra padroni e salariati, vengono propagandati come un rafforzamento delle tutele dei proletari.
Partiamo con la lista delle nuove elargizioni alle imprese:
– si prevede un bonus assunzione per le donne, con esonero contributivo del 100% fino a 650 euro mensili per 24 mesi per l’assunzione di lavoratrici svantaggiate. In aggiunta, per le assunzioni effettuate nelle regioni della Zona Economica Speciale (ZES) unica per il Mezzogiorno, l’importo mensile può arrivare fino a 800 euro.
– un bonus assunzione per i giovani, ovvero un esonero contributivo del 100% fino a 500 euro mensili per nuove assunzioni di personale sotto i 35 anni. Questo importo può essere elevato a 650 euro nelle regioni del Sud e nelle aree di crisi.
– una ulteriore agevolazione per la stabilizzazione dei giovani, che consiste in un esonero del 100% dei contributi fino a 500 euro mensili per 24 mesi, anche per la stabilizzazione di contratti a termine. Sono inclusi i contratti stipulati tra il 1° gennaio e il 30 aprile 2026, della durata massima di 12 mesi, per personale di età inferiore ai 35 anni che non ha mai avuto occupazione stabile in precedenza.
– infine, un bonus assunzioni per la ZES, riservato ai datori di lavoro che occupano fino a un massimo di 10 dipendenti nella ZES unica per il Mezzogiorno, che prevede un esonero contributivo totale fino a 650 euro mensili per l’assunzione di soggetti over 35 disoccupati da almeno 24 mesi.
Si tratta dell’ennesimo stanziamento di soldi pubblici, che dirotta quasi un miliardo di euro nelle casse dei padroni invece di aumentare gli stipendi dei lavoratori o essere investiti per assunzioni in servizi pubblici, giustificato come un’“agevolazione” di assunzioni le quali, come dimostrano diversi studi sui passati incentivi, probabilmente sarebbero comunque avvenute.
L’elemento più subdolo del provvedimento è quello che introduce il criterio per la ricezione dei sussidi: lo potranno ottenere solo le aziende che applicano il “salario giusto”, cioè quello che garantisce ai lavoratori una retribuzione non inferiore ai minimi stabiliti dai contratti collettivi nazionali (CCNL) maggiormente rappresentativi. Questo presenta numerosi problemi e ambiguità, che rendono la norma una certificazione del tasso di sfruttamento esistente, a partire dalla fatto, non affrontato dalla norme, che molti CCNL prevedono paghe orarie estremamente basse: studi recenti indicano che oltre un terzo dei contratti più rappresentativi analizzati (22 su 63) presenta paghe base orarie sotto i 9 euro lordi, includendo anche ratei di 13esima, 14esima e TFR.
In Italia, in ogni caso, la legge stabilisce già che il salario non può essere inferiore ai minimi fissati dai CCNL applicati al settore di appartenenza, che nella stragrande maggioranza dei casi sono quelli di CGIL, CISL e UIL, i sindacati maggiormente rappresentativi – i cui rinnovi peraltro, come vedremo, non sono stati in grado di compensare la perdita di potere d’acquisto dei salari reali negli ultimi 5 anni. Inoltre, la Corte di Cassazione nel 2025 ha già stabilito, nell’ambito degli accordi capestro, che nessun accordo aziendale può legittimare stipendi inferiori a quelli previsti dal contratto collettivo nazionale, né per la retribuzione effettiva né per la base di calcolo dei contributi.
Soprattutto, il provvedimento sembra scritto apposta per renderne l’applicazione quasi impossibile, prendendo in considerazione il trattamento economico complessivo, il quale non deve appunto essere «inferiore al trattamento economico complessivo previsto dal CCNL stipulato dalle organizzazioni più rappresentative». Ma il trattamento economico complessivo è una misura estremamente diversificata da contratto a contratto, poiché comprende i minimi tabellari (il cosiddetto trattamento economico minimo) più tutte le figure accessorie della retribuzione, dalla tredicesima alla quattordicesima, alle più diverse indennità, al welfare aziendale, ai premi di produttività. Questo significa che mettere a confronto il trattamento economico complessivo di due diversi contratti è un’operazione molto complessa che apre la strada a infiniti contenziosi, che possono giustificare se non, addirittura, legittimare i contratti pirata come “equivalenti” a quelli dei CCNL maggiormente rappresentativi. A tutto ciò si aggiunge il fatto che per ottenere i contributi l’azienda ovviamente dev’essere in regola col fisco e con le normative assunzionali e questo esclude un sacco di lavoratori impiegati nell’economia “grigia” dall’avere alcun beneficio.
Prima di questo aspetto, tuttavia, la legge punta a legittimare proprio i contratti dei sindacati confederali, i quali risultano completamente insoddisfacenti anche se l’obiettivo fosse solo quello di mantenere stabile il salario reale. Infatti, basandosi sui dati disponibili ad aprile 2026, i salari reali in Italia hanno subito una significativa perdita di potere d’acquisto rispetto al 2020, con stime che indicano una flessione superiore al 10% negli ultimi cinque anni. Nonostante alcuni segnali di ripresa nominale dovuta appunto ai rinnovi dei CCNL maggiormente rappresentativi, l’inflazione accumulata nel periodo 2020-2025 (pari a circa il 18%) non è stata compensata, lasciando oltre la metà dei lavoratori (51%) con un potere d’acquisto inferiore. Infine, c’è da ricordare che ad agosto 2025 erano ancora 31 i contratti collettivi in attesa di rinnovo, che coinvolgono una platea di circa 5,7 milioni di dipendenti.
Il decreto, in effetti, interviene anche su questo. In esso, infatti, si stabilisce che le parti sociali dovranno disciplinare autonomamente le decorrenze e le modalità di rinnovo dei contratti collettivi: qualora il rinnovo non avvenga entro 12 mesi dalla scadenza, le retribuzioni sono adeguate forfettariamente in misura pari al 30% della variazione dell’Indice dei Prezzi al Consumo Armonizzato (IPCA). Si consolida come norma di legge, quindi, la riduzione dei salari reali in caso di incapacità o inadeguatezza delle sigle sindacali. Una norma che, tra l’altro, calcola il 30% della variazione dei prezzi attraverso un indice di fatto truccato, l’IPCA, perché non tiene conto degli aumenti dei prodotti energetici importati.
Infine, vogliamo riportare come il decreto Primo maggio 2026 si occupa del mondo dei rider, con l’introduzione di misure specifiche che, dalle parole del governo, dovrebbero prevenire l’interposizione illecita e lo sfruttamento del lavoro tramite piattaforme digitali.
Tra le principali misure vi trovano posto la verifica dell’identità digitale, con l’accesso alle piattaforme solo tramite sistemi di identificazione certa, per prevenire il “noleggio” di account; il diritto alla trasparenza algoritmica, cioè la chiarezza sugli algoritmi che influenzano l’assegnazione dei compiti, garantendo ai lavoratori il diritto di conoscere i parametri che impattano sul loro lavoro. Inoltre, l’accesso alle piattaforme digitali sarà consentito solo tramite sistemi di identificazione come SPID, Carta di Identità Elettronica (CIE), Carta Nazionale dei Servizi (CNS) oppure attraverso un account rilasciato dalla piattaforma stessa, utilizzando un sistema di autenticazione a più fattori.
Il problema, innanzitutto, è che il decreto non tocca il maggiore problema, ovvero i compensi, mentre i rider percepiscono paghe da fame a consegna. Sia Glovo che Deliveroo, per fare un esempio, sono sottoposte a controllo giudiziario della Procura della Repubblica di Milano per sfruttamento di manodopera ai sensi dell’art. 603-bis del codice penale. Inoltre il decreto, piuttosto che fare in modo che siano le piattaforme a dover garantire una verifica affidabile dell’identità delle persone che lavorano per loro conto fa l’opposto: trasferisce questo obbligo — e il relativo costo, dato che lo SPID oggi è a pagamento e sia esso sia la CIE hanno restrizioni su residenza, permesso di soggiorno, etc. — sui rider. Quanto al problema reale del noleggio fraudolento di account, documentato nelle indagini milanesi, l’obbligo SPID non lo risolve: la cessione di un account dopo l’autenticazione iniziale rimane tecnicamente possibile.
Il Decreto Primo maggio 2026 prevede altri strumenti a beneficio delle imprese e che sfavoriscono l’equità, come un incentivo al welfare aziendale, che non affronteremo in questo articolo.
Lo spirito della legge è comunque chiaro. Si tratta di un altro, ennesimo tassello che ha come obiettivo quello di normalizzare e legittimare dei salari da fame, elemento necessario al capitale italiano soprattutto in una congiuntura economica globale nella quale la competizione mondiale – anche armata – tra le diverse fazioni della borghesia è ai massimi storici. I padroni italiani, a questo scopo, continuano a fruire di crescenti sussidi pagati con i soldi dei lavoratori e giustificati come mezzo necessario per tenere vivace la domanda di lavoro.








