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Home›Politica›«Mentre chiudevano gli ospedali cresceva la spesa militare» Intervista al Movimento No Muos

«Mentre chiudevano gli ospedali cresceva la spesa militare» Intervista al Movimento No Muos

Di Salvatore Vicario
06/04/2020
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L’emergenza sanitaria ha fermato molte delle iniziative di lotta in programma in questi mesi. Tra queste una delle più importanti era il corteo nazionale dell’11 aprile alla base USA di Niscemi in Sicilia convocato per rilanciare con forza la lotta contro la guerra e contro la presenza delle basi militari USA-NATO sul territorio, considerate la pericolosa escalation dell’aggressione statunitense e l’acuirsi, nei mesi scorsi, della competizione inter-imperialista nelle aree del Mediterraneo orientale e del Medio Oriente. In questi piani imperialisti è coinvolto anche il nostro paese. Ma la quarantena non rimuove le ragioni della lotta che anzi si evidenziano in tutta la loro drammaticità proprio in questo stato d’emergenza, in particolare nella relazione tra i tagli alla sanità e le spese militari. Abbiamo quindi dato voce al movimento No Muos, uno dei soggetti che in questi anni si è maggiormente contraddistinto per la sua capacità di lotta e analisi, attraverso questa intervista al compagno Giacomo, con cui avanziamo una riflessione anche sulle tendenze alla guerra, la centralità della lotta contro di essa e lo sviluppo e organizzazione del conflitto sociale nell’immediato futuro.

Partiamo da come l’emergenza Covid-19 abbia posto drammaticamente al centro dell’attenzione i tagli alla sanità pubblica. Come Movimento No Muos da anni denunciate la correlazione esistente tra le politiche antipopolari e la guerra, quali sono le vostre valutazioni?

Parto da una considerazione. Secondo l’ultimo rapporto Mil€x, lo Stato italiano spende 68 milioni € al giorno per le spese militari. Significa 25 miliardi in un anno, ossia il costo della clausola di salvaguardia sull’IVA di quest’anno. Quindi è chiaro che, quando si parla di aumento della spesa pubblica, analizzando i dati settorializzati, capiremmo che l’unica spesa pubblica che aumenta è proprio questa: la corsa agli armamenti.

Noi abbiamo utilizzato spesso questi dati nei nostri cortei e in altre attività di agitazione a dimostrazione del carattere popolare della lotta No Muos contro la guerra imperialista. Dimostra che confrontando i tagli alla spesa sociale – come si stanno evidenziando in questi giorni di emergenza Coronavirus – con le corse agli armamenti, la produzione e il commercio di armi, le missioni militari all’estero, il potenziamento senza fine delle strutture militari NATO e USA in Sicilia e in tutto il Paese, si manifestano due modelli di sviluppo differenti: uno basato sul benessere sociale, la sanità, la scuola, i trasporti; l’altro sull’interesse di una borghesia che, nella concorrenza economica tra le varie borghesie imperialiste, ha bisogno di mostrare i muscoli per poter controllare materie prime e vie economiche a vantaggio dei propri monopoli.

Per questo possiamo dire che il No Muos è un movimento popolare anche quando si dà la definizione di “movimento contro la guerra imperialista”. Tutto quello che in questi anni, non solo come movimento No Muos, abbiamo gridato nelle piazze, come “chiudono le scuole e pure gli ospedali, ci lasciano soltanto le basi militari”, oggi si è mostrato in tutta la sua evidenza drammatica, proprio perché è emerso come il capitalismo e il suo modello di sviluppo abbia dimostrato tutta la sua inefficacia, il suo fallimento di fronte a questo tipo di emergenza. Nella sua drammaticità, questo ci dà, però, una nuova linfa. Uscire da questa quarantena significa riprendere tutte queste battaglie, la lotta per gli ospedali, per i trasporti, per i servizi pubblici, come la giusta alternativa alle spese militari. Noi sappiamo bene che il concetto di spesa non è legato all’avere o meno una classe politica saggia e avveduta, ma alle necessità della borghesia imperialista. Noi vogliamo quindi essere una contraddizione, una delle tante contraddizioni che si instaureranno, speriamo a breve, quando finirà questa emergenza. Così da mettere davanti alle proprie colpe i responsabili di queste morti e delle catastrofi sociali che si prospettano all’orizzonte.

 

Questo emerge con maggiore forza proprio in Sicilia. Ci puoi descrivere il ruolo della Sicilia nei piani imperialisti di guerra? E come si sviluppa l’opposizione del movimento No Muos?

Il MUOS di Niscemi, Sigonella, il porto di Augusta e Testa dell’acqua in provincia di Siracusa, Trapani-Birgi, Lampedusa e i vari radar in provincia di Agrigento, e via dicendo. Possiamo continuare questo elenco a lungo, questo per dire che siamo materialmente la portaerei del mediterraneo. Il MUOS è una delle metastasi del cancro che è Sigonella, la capitale mondiale dei Droni che è stata ulteriormente potenziata (in questa emergenza è diventata anche il centro di ricerche mediche della NATO).

È chiaro che nello scacchiere imperialista, il controllo del mediterraneo passa purtroppo dalla Sicilia e dalla sua militarizzazione. Questo ci dà la responsabilità di essere la sabbia negli ingranaggi dello scacchiere imperialista occidentale nei suoi interessi in tutta l’area mediorientale e dell’Africa nella contesa per la spartizione delle risorse energetiche e sfere d’influenza.

Non dimentichiamo, inoltre, che l’imperialismo italiano partecipa attivamente ai piani imperialisti, ad es. in Libia e Iraq, per promuovere gli interessi di monopoli come l’ENI.

Il lavoro che stavamo svolgendo era proprio quello di mettere in relazione i venti di guerra con tutti gli altri disastri che affliggono la vita dei proletari e proletarie tutti i giorni, comprendendo anche i danni ambientali, il lavoro nocivo e le emigrazioni dai paesi devastati dalle guerre. Per questo abbiamo anche scritto un opuscolo che avremmo dovuto presentare proprio nel mese di marzo in preparazione della grande manifestazione alla base USA di Niscemi dell’11 aprile, dove avevamo messo in relazione le devastazioni del capitalismo e i venti di guerra. Questo naturalmente non è stato possibile, ma resta di attualità. Questa emergenza lo rende ancor più evidente.

Ci assumiamo la responsabilità, come movimento ma anche in generale – questa deve essere una riflessione di tutti i compagni e compagne siciliani – di essere centrali, proprio perché alcuni processi stanno accelerando e la crisi che verrà immediatamente dopo questa emergenza potrebbe accelerare ancora di più la tendenza alla guerra. Noi dobbiamo essere pronti per contrastarli con tutte le nostre forze.

 

Il prossimo periodo si prospetta come caratterizzato dalla crisi economica e una intensificazione della competizione internazionale con connessi pericoli di nuovi piani di guerra del capitale. Che ruolo ricopre la mobilitazione contro la guerra nella lotta di classe? E che passi pensate si debbano compiere per la costruzione di un forte movimento contro la guerra?

Come accennavo, sicuramente alcuni processi accelereranno proprio perché si stanno ridisegnando degli scenari. Noi pensiamo che sia ancora prematuro capire verso cosa si svilupperanno, però è sicuro che c’è un indebolimento dell’imperialismo più forte, ossia quello statunitense, a vantaggio di potenze regionali o nuove potenze imperialiste. Per cui è chiaro che, in una situazione in cui è in atto già da tempo la guerra commerciale e i venti di guerra (sotto forma di guerre regionali) sono sempre più presenti, mobilitarsi contro la guerra diventa ancora più fondamentale.

Considerando che il nostro nemico è il capitalismo nella sua fase imperialista, la mobilitazione contro la guerra ricopre un ruolo centrale nella lotta di classe. Questo perché la guerra diviene la contraddizione principale in cui il capitalismo cerca di risolvere la crisi del suo modo di produzione per cercare di uscire dalle secche in cui è impantanato. Diventa fondamentale creare opposizione in questo senso e collegarla con le altre lotte.

Dobbiamo dare cioè una veste politica, complessiva, alle lotte che si sviluppano nel territorio, sull’ambiente, sui luoghi di lavoro, le discariche, sull’emergenza sanitaria, per la casa, per il lavoro che mancherà; individuare un nemico comune: il modo di produzione capitalistico e la borghesia. Sarà centrale lottare.

Concludiamo con una riflessione più generale. Il movimento No Muos conosce sulla propria pelle la repressione statale. La fase che affronteremo sarà condizionata da uno stato d’emergenza caratterizzato dai richiami all’unità nazionale e una forte restrizione delle libertà e diritti. Quali sono secondo voi i compiti delle avanguardie e movimenti di lotta?

Nel ’98 la NATO fece uno studio che si chiamava “Europa 2020”, potremmo dire una previsione da Cassandra. In questo studio, poneva la questione del controllo sociale che doveva esser affidato non più alle forze di polizia, verso cui la popolazione nutriva sempre più astio, ma all’esercito. Penso che da questo punto di vista noi siamo stati precursori. Con tutte le operazioni come strade sicure o vespri siciliani, ci hanno fatto vedere i militari nelle strade come una presenza normale.

È chiaro che il Covid-19 accelera tutti i processi compreso questo della restrizione di movimento e delle libertà. Se consideriamo che abbiamo un compagno in galera, altri accusati di reati gravissimi inventati, fogli di via, una situazione giudiziaria pesante, pensiamo che la situazione non potrà che aggravarsi. Perché in questo stato di polizia in cui stiamo vivendo in questi giorni, la tentazione della borghesia sarà quella di farlo diventare permanente. Di contro la gente è allo stremo, soprattutto in una regione come la nostra in cui moltissimi lavoratori non erano in regola, con contratti a termine, significa che tanta gente in questo momento è senza reddito e sta patendo la fame.

Da noi si dice che “fino a quando c’è il piatto a tavola tutto va bene, quando manca si è pronti a fare la rivoluzione”.Ecco, è il momento di sfidarli sul terreno della lotta e la migliore resistenza che si può fare di fronte alla repressione è quella di continuare a lottare e mantenere alta la solidarietà.

Questo vuol dire anche non fare distinzione tra “buoni” e “cattivi”, “violenti” e “non violenti”, come da Genova 2001 in poi ci hanno costretti a fare, ma vedere sempre chiaramente quali sono i due lati della barricata e schierarsi in maniera netta e senza tentennamenti: o dal lato del proletariato e delle classi popolari in lotta o dalla parte della borghesia e delle sue scelte.

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Salvatore Vicario

Salvatore Vicario, 32 anni, siciliano. Dopo una breve esperienza in gruppi di sinistra, prosegue la sua militanza politica aderendo nel 2012 a Comunisti Sinistra Popolare. Ha collaborato con i giornali Senza Tregua e La Riscossa. Segue la politica internazionale ed è membro della redazione del settimanale online resistenze.org del Centro di Cultura e Documentazione Popolare.

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