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Home›VPI - Articoli›Campagne di diffamazione, ghigliottina digitale e terrorismo da tastiera

Campagne di diffamazione, ghigliottina digitale e terrorismo da tastiera

Di Redazione
08/06/2025
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Di Semina Digenī, da Rizospastis, organo del Partito Comunista di Grecia (KKE)
24 maggio 2025
Link all’originale

 

Un tempo ridevamo di certe creature pittoresche del web che facevano “scherzi”, “goliardate” e divertenti dissacrazioni delle star. Oggi i troll… si sono evoluti. Sono diventati strumenti nelle mani dei meccanismi borghesi. Non in senso strettamente burocratico, ma con la missione di reprimere il pensiero politico. Sono diventati i mercenari della tastiera, incaricati dell’eliminazione politica di chiunque osi parlare contro il potere, cioè contro i loro padroni.

La moderna lotta di classe si svolge ormai anche sul campo della guerra digitale. È stata allestita e funziona senza ostacoli una ghigliottina online, con boia anonimi, esecutori pagati e politicamente controllati.

Una volta Lenin disse: «La “libertà di stampa” della società borghese è la libertà dei ricchi di ingannare, corrompere, mistificare sistematicamente, incessantemente, ogni giorno, con milioni di copie, le masse popolari sfruttate e oppresse, i poveri»[1]. Ebbene, questa “libertà di stampa” è stata estesa ai social media, dove il capitalismo ha acquisito (o inventato?) un altro strumento per plasmare l’opinione pubblica. Con pochi soldi e molta arroganza, un esercito di delinquenti comuni, una rete di account seriali, lancia fango, fake news, condanne moralistiche e ondate organizzate di lapidazione digitale.

L’obiettivo non è confutare, ma cancellare la voce politica dell’avversario. Non importa se le accuse sono false, se gli attacchi sono infondati. Ciò che conta è il linciaggio morale e politico, l’eliminazione pubblica. Le campagne di diffamazione non hanno bisogno di prove, hanno bisogno di rumore.

Diciamolo chiaramente: il trollaggio a pagamento è fascismo con le emoji. È il nuovo Stato parallelo, che non indossa la divisa cachi[2], ma profili con gattini e slogan come «non appartengo a nessuno». Sono quelli che parlano di “democrazia”, ma non hanno problemi a mandare al rogo una voce libera, purché vengano pagati per farlo o possano “ripulire” le azioni di qualche grande imprenditore.

Oggi, questa storia si scrive anche su Twitter, su Facebook, su Instagram. E in questi spazi le campagne di diffamazione non sono né spontanee né casuali. La mira viene presa in base alla classe. Raramente si prende di mira il politico… di comodo o la “celebrità” mafiosa. Gli attacchi si dirigono laddove esiste contestazione politica, dove arde la scintilla del sovvertimento sociale. Sono la classe operaia, gli intellettuali radicali, quanti combattono per il cambiamento sociale, gli artisti progressisti, coloro che finiscono nel mirino e che subiscono la nuova forma di repressione: le campagne di diffamazione tramite troll a pagamento.

Rumore digitale o strumenti di potere?

Vediamo di conoscere un po’ meglio il loro funzionamento. I bot politici o troll-bot sono account che sembrano persone reali, ma in realtà sono automatizzati o semi-automatizzati e controllati da gruppi di propaganda. Il loro scopo è creare false impressioni di maggioranza, “assassinare caratteri”[3], diffondere notizie false o provocare divisioni.

Durante crisi politiche o eventi rilevanti (ad es. incendi, Tempe[4], intercettazioni), compaiono migliaia di “account Twitter” con nomi utente greci (o stranieri con la bandiera greca) che postano la stessa frase ripetutamente, fanno massicci retweet ad account governativi o media filogovernativi e attaccano giornalisti, artisti o politici che li criticano. Se si clicca sui loro profili, si nota che hanno pochissimi follower, foto strane, in generale nessuna personalità. Sono account robotici, creati solo per fare propaganda.

I bot non sono semplicemente rumore digitale. Sono strumenti di potere. Chi li controlla può costruire un clima, creare una falsa realtà politica e terrorizzare chi dissente.

La risposta a tutto questo non può essere il silenzio. La risposta è l’unità di classe e la denuncia politica di questi meccanismi. Noi sappiamo che la miglior difesa contro la diffamazione è l’attacco con le armi della verità. Ed è proprio questo che li ferisce: svelarli, nominarli, mostrare chi si nasconde dietro i profili falsi e gli attacchi coordinati. Le idee non muoiono per colpa dei bot. Non è un caso che la volgarità dell’isteria anticomunista si presenti come un’esplosione spontanea di “sensibilità democratica”, mentre in realtà è finemente coreografata.

«Il comunismo è pericoloso», dicono con arroganza i laureati della scuola di Storia di Facebook, perché rovina il loro party. Perché se un operaio alza la testa e comincia a chiedere «chi produce la ricchezza e chi se la mette in tasca?», allora la faccenda si fa seria.

Quando i media fingono di essere la realtà

Viviamo in un’epoca in cui la realtà è creata in sala di montaggio; in cui i telegiornali assomigliano più a trailer di fantascienza politica che a reportage. Tutto progettato con un solo scopo: convincere il popolo che il governo “fa il possibile”, che lo fa bene, e anzi viene premiato per questo!

Se si segue qualche canale televisivo, si sente continuamente dire che il governo ha fatto tutto perfettamente: gli incendi? «È stata la mobilitazione più grande di sempre!». Le alluvioni? «Nessuno è colpevole, è colpa del tempo!». Le intercettazioni? «Erano per la sicurezza nazionale!». Il carovita? «Non lamentatevi, mangiate i buoni sconto!». Le guerre? «Sosteniamo la NATO e gli USA».

I media non informano. Massaggiano l’opinione pubblica. La classe che soffre. L’indignazione che deve essere repressa. Questo è esattamente ciò che fanno i media, vendono “notizie” – cioè verità confezionate – che servono la classe dominante. Sono la voce rumorosa del silenzio. Gridano per le sciocchezze e mettono a tacere ciò che è importante.

Non serve essere analisti per capire come funziona oggi l’informazione. Non parliamo più di notizie, parliamo di produzioni di impressioni, di immagini dirette e sceneggiate di una “normalità” politica con l’unico scopo di convincere il popolo che tutto va bene.

«Il governo sta facendo il suo lavoro», dicono. Anche se i treni si scontrano, i boschi bruciano, i salari non bastano neppure per i beni essenziali, le famiglie vengono sfrattate, i giovani vengono assassinati e la società ribolle. Ciononostante, i telegiornali delle 20 insistono: «Il governo ha reagito prontamente», «ha preso iniziative», «è stato all’altezza della situazione». L’informazione si è trasformata in una macchina di gestione politica delle emozioni e molti giornalisti in gestori di crisi, non in analisti o controllori del potere.

L’opposizione indolore e “facile da digerire”

E se vi state chiedendo perché i cosiddetti “antisistema”, che «parlano senza peli sulla lingua» in Parlamento, che «non hanno paura di nessuno» e «se la prendono con tutti», siano così richiesti nei canali televisivi e proiettati ovunque, la risposta è semplice: sono utili al sistema, perché parlano il linguaggio della finta “indignazione” senza toccare mai la sostanza di classe delle cose. Sono quelli che non dicono una parola, per esempio, sullo sfruttamento capitalistico. Che parlano genericamente di “giustizia”, “costituzionalità”, “istituzioni”, “coerenza”. Cioè, dicono tutto ciò che può essere detto senza intaccare la proprietà e il sistema.

Sono quelli che non disturbano la classe degli armatori. Che non se la prendono con il sistema, ma con i “cattivi amministratori”. In poche parole, sono un’opposizione digeribile, comoda, che anche se non esistesse, bisognerebbe inventarla, perché torna utile. Perché sanno che finché esiste anche uno solo che parla di rovesciamento e di abolizione dello sfruttamento, tutta la loro compagnia teatrale politica, questa caricatura, questo teatro delle ombre, crollerebbe.

Li conoscete bene questi rivoluzionari accomodanti. Come «guerrieri solitari» che «non hanno peli sulla lingua», che «dicono la verità», che «osano».

Ma la verità è che non esiste nulla di più sicuro di loro, di un’opposizione senza sostanza. Una voce che non minaccia le strutture economiche, che non parla della natura di classe dello Stato, che crea sfogo senza contenuto. Vale a dire, che utilizza la retorica preferita di ogni sistema dominante in cerca di alibi.

Ed è così che si costruiscono falsi combattenti, che nulla hanno a che vedere con quelli veri. Quelli che non hanno tempo per interviste e spettacoli parlamentari di cattivo gusto con insulti e menzogne, ma trovano il tempo per difendere una famiglia a cui stanno togliendo la casa, per organizzare una manifestazione contro le privatizzazioni o per sostenere una lavoratrice licenziata.

Questo è il meccanismo di mantenimento della menzogna attraverso lo spettacolo. Il sistema vuole – e può – proiettare la sua propria opposizione, affinché quella vera non venga vista. E i media sono il palcoscenico teatrale di questa brutta rappresentazione. Ma il comunismo non ha nulla a che vedere con il teatro e lo “stile”. È una posizione di vita e di lotta. E o lavori per costruirlo, oppure giochi il gioco dell’avversario. Se Marx vivesse oggi, scriverebbe su Twitter: «L’opposizione più pericolosa è quella che somiglia a una rivoluzione, ma non vuole il cambiamento del potere».

 

Note

[1] Da Come garantire il successo dell’Assemblea Costituente, V.I. Lenin, Opere complete, vol. 25, p. 358. [NdT]

[2] Si intende l’uniforme militare. [NdT]

[3] Nell’articolo ricorre diverse volte l’espressione “Δολοφονίες χαρακτήρων”, in italiano “assassinio di caratteri”. Si tratta di un’espressione idiomatica equivalente all’inglese “character assassination”, ossia distruzione pubblica della reputazione di una persona. Ci si riferisce ad attacchi deliberati (spesso calunniosi o diffamatori) per screditare qualcuno sul piano morale, sociale o professionale. In fase di traduzione, si è scelto di renderlo con “campagne di diffamazione” per favorire la comprensione del testo da parte dei lettori italiani. [NdT]

[4] L’incidente di Tempe è un disastro ferroviario avvenuto il 28 febbraio 2023 in Grecia, con 57 morti nello scontro tra un treno passeggeri e uno merci. Il KKE ha definito l’incidente un crimine annunciato, causato da privatizzazioni e politiche che mettono il profitto sopra la sicurezza, e ha promosso le grandi proteste popolari per un sistema ferroviario pubblico e sicuro. [NdT]

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