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Chi incassa la nostra bolletta? (1)

Di Raffaele Timperi
28/10/2026
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Prima parte · Il prezzo lo fa il gas

Il gas produce meno della metà della nostra elettricità ma ne decide il prezzo quasi sempre. E chi possiede dighe e rinnovabili ha tutto l’interesse che continui così.

Le bollette tornano a salire, e con loro il carovita. Per chi vive di salario l’elettricità è diventata una spesa che non si riesce più a comprimere, e la situazione si fa insostenibile. Ogni volta ci danno una spiegazione diversa: il prezzo del gas, i mercati, il nucleare che non abbiamo. E ogni volta qualcuno indica un modello da copiare: la Francia del nucleare per la destra, la Spagna delle rinnovabili per il centrosinistra. Vale la pena metterci la testa e capire davvero come si forma il prezzo dell’elettricità, chi ci guadagna e perché non cambia. E scoprire che da vent’anni la bolletta funziona anche come una patrimoniale al contrario, che preleva da chi consuma per costruire patrimoni privati. Lo facciamo in quattro parti, partendo dal meccanismo e arrivando a chi lo paga. Una cosa però va detta subito: quanto durerà questa situazione non lo decide la tecnica, ma la forza di chi oggi paga il conto. Lo sciopero generale del 30 ottobre, proclamato dai sindacati di base contro il carovita e l’aumento delle spese militari, è uno dei luoghi in cui quella forza si misura.

Nel terzo libro del Capitale Marx immagina un paese in cui quasi tutte le fabbriche vanno a carbone e poche sfruttano una cascata. Il prezzo dell’energia lo decide il carbone, ma lo incassa anche chi usa l’acqua, che non costa nulla, e la differenza finisce in tasca a chi possiede la cascata. Centosessant’anni dopo, la bolletta elettrica italiana funziona allo stesso modo. A settembre l’elettricità all’ingrosso è costata in media 208 euro al megawattora, quasi il doppio di un anno prima (dati GME), e più di quattro kilowattora su dieci vengono da acqua, sole e vento, pagati in gran parte come se fossero gas.

Nello stesso mese l’inflazione è risalita al 4,2%, trascinata da un’energia che segna +22,3% (dati Istat). Con i salari fermi, la bolletta torna a essere una delle voci con cui il carovita svuota le tasche dei lavoratori.

Ci ripetono da anni che il sistema elettrico italiano è irrazionale, inefficiente, arretrato, e che per questo paghiamo l’energia più di tutti. I bilanci dicono un’altra cosa. Nel 2025 le rinnovabili di Enel hanno reso in Italia circa 99 euro di margine per ogni megawattora prodotto; in Spagna, con lo stesso tipo di impianti, 53. La generazione di A2A ha reso circa 63 euro a megawattora, quella di Endesa in Spagna al massimo 41, quella di EDF in Francia 35 (bilanci 2025; i conti completi nella terza parte). Altro che inefficienza: per chi possiede le centrali, l’Italia rende molto più della Spagna e della Francia. Il sistema non è irrazionale, ha una razionalità precisa: quella del capitale, che lo giudica su quanto rende a chi possiede gli impianti. C’è poi un’altra razionalità, quella dei bisogni, che lo giudica su quanto costa a chi accende la luce.

Come fa un sistema che rende tanto a chi produce a costare tanto a chi consuma?

Di fronte a questi numeri, la spiegazione che ci viene servita da anni è sempre la stessa: paghiamo l’energia più della Francia e della Spagna perché in Italia non c’è il nucleare. Nel 2024 l’ha ripetuta anche Flavio Cattaneo, amministratore delegato di Enel, primo produttore elettrico del Paese. È una mezza verità, e serve soprattutto a coprire l’altra metà.

L’altra metà sta nella regola con cui si forma il prezzo, che è la stessa della cascata di Marx: tutta l’elettricità viene pagata quanto costa produrre l’ultima quota che serve a coprire i consumi, e quell’ultima quota, in Italia, la produce quasi sempre una centrale a gas. È qui che si capisce l’interesse delle grandi aziende energetiche. Non chiedono più gas, anzi investono nelle rinnovabili, che sono le loro cascate. Ma alle loro cascate conviene che il gas non sparisca: serve che ne resti abbastanza da decidere il prezzo nelle ore in cui sole e vento non bastano, la sera e d’inverno. Il gas, a chi lo brucia, rende poco; il prezzo che fissa rende moltissimo alle dighe costruite decenni fa e agli impianti già in funzione. Come funziona questo meccanismo lo vedremo passo per passo.

Da dove viene la nostra elettricità

Nel 2025 l’Italia ha consumato 311 terawattora di elettricità. Il gas resta la prima fonte singola, ma le rinnovabili nel loro insieme coprono ormai il 41,1% della domanda (dati Terna).

Dati Terna 2025; gas e importazioni stimati per differenza

 

Il fotovoltaico ha superato l’idroelettrico come prima fonte rinnovabile, anche se le due si alternano a seconda del meteo, mentre il nucleare nazionale è fermo a zero dal referendum del 1987 (con la piccola ironia che una parte dell’elettricità importata arriva proprio dalle centrali nucleari francesi e svizzere). Le quote cambiano poi molto con le stagioni: a maggio 2025 le rinnovabili hanno coperto il 55,9% della domanda, il record storico (dati Terna), mentre d’inverno e di sera, quando il sole manca, il gas torna a dominare.

Il gas, insomma, produce meno della metà della nostra elettricità, ma ne decide il prezzo quasi sempre. Per capire come sia possibile bisogna entrare nella borsa elettrica e negli interessi delle grandi aziende energetiche.

Come si forma il prezzo: decide l’ultimo della fila

Il meccanismo è più semplice di quanto sembri. Immaginiamo un mercato dove ogni giorno servono 10 bottiglie d’acqua e ci sono quattro venditori. Due raccolgono l’acqua piovana e non spendono nulla, il terzo ha una cisterna e spende poco, il quarto deve comprarla al negozio e la paga un euro a bottiglia. Chi organizza il mercato compra prima le bottiglie più economiche, poi quelle più care, finché non arriva a 10. Se bastano i primi tre, il prezzo è quasi zero. Se serve anche solo una bottiglia del quarto, il prezzo diventa un euro a bottiglia, per tutte e dieci: chi organizza il mercato allora paga 10 euro, e anche chi l’acqua l’ha avuta gratis incassa un euro pieno per ogni bottiglia che vende. Il mercato elettrico funziona allo stesso modo, e il quarto venditore è il gas. Questo si chiama accoppiamento: il prezzo di tutta l’elettricità resta agganciato al costo dell’ultimo venditore, che in Italia è quasi sempre una centrale a gas. La regola che lo produce l’ha introdotta in Italia il decreto Bersani del 1999, varato dal governo D’Alema, ed è in funzione dall’aprile 2004, quando ha aperto la borsa elettrica. Oggi è una regola europea: vale in tutte le borse dell’Unione, collegate in un unico mercato, e la riforma europea del mercato elettrico del 2024 l’ha confermata.

Ogni giorno, per ciascuna ora del giorno successivo, le centrali presentano la propria offerta al Mercato del Giorno Prima gestito dal GME, e ognuna offre più o meno il suo costo variabile, cioè quanto le costa produrre un megawattora in più. Per il sole, il vento e l’acqua fluente questo costo è quasi zero, perché il «combustibile» è gratuito; per una centrale a gas a ciclo combinato, ai prezzi del 2025, era di circa 100 euro (72 di gas e 26 di permessi per le emissioni di CO₂); per le centrali a gas più vecchie e meno efficienti si superano i 120 euro.

Il gestore mette in fila le offerte dalla più economica alla più cara e accende le centrali finché la domanda non è coperta. L’ultima centrale accesa fissa il prezzo, e quel prezzo lo incassano tutte: è il cosiddetto prezzo marginale uniforme. Anche le dighe con un serbatoio si adeguano, perché l’acqua usata adesso non potrà essere usata la sera, quando a fare il prezzo sarà il gas. Così la diga offre poco sotto il gas, e il prezzo resta agganciato al gas anche nelle ore in cui l’ultima ad accendersi è una centrale idroelettrica.

Un altro esempio. Una sera d’inverno servono 30.000 megawatt. Eolico e fotovoltaico offrono 5.000 MW a zero euro, l’acqua fluente e il geotermico altri 5.000 MW a pochi euro, le dighe 6.000 MW a 95 euro, i cicli combinati a gas più efficienti 10.000 MW a 100 euro, le centrali a gas più vecchie 8.000 MW a 120 euro. Le prime quattro offerte coprono 26.000 MW, e i 4.000 che mancano vengono chiesti alle centrali più vecchie. Il prezzo di quell’ora sarà quindi di 120 euro, e lo incasseranno allo stesso modo il parco eolico che aveva offerto zero e la centrale che ne aveva chiesti 120.

Schema illustrativo de L’Ordine Nuovo sull’esempio del testo. Costi pieni: nostre stime su impianti tipo con i prezzi del 2025; dighe: CVA, relazione annuale 2025

La giustificazione ufficiale di questa regola è che spinge ognuno a dichiarare il proprio costo reale: se ogni impianto venisse pagato quanto chiede, il parco eolico non offrirebbe zero, ma proverebbe a indovinare l’offerta del gas e chiederebbe 119. Può darsi, ma il problema resta tutto intero. La differenza tra zero e 120 euro non sparisce nel nulla: finisce nelle casse di chi produce a basso costo.

L’accoppiamento: una corda tra il gas e la luce

In Italia, la sera e d’inverno, l’idroelettrico, il solare e l’eolico non bastano quasi mai a coprire la domanda. Serve quasi sempre il gas, e quindi è quasi sempre una centrale a gas a chiudere la fila. Per questo il prezzo di tutta l’elettricità segue quello del gas: se il gas rincara del 50%, nell’esempio di prima l’offerta delle centrali più vecchie sale verso i 160 euro, e con lei sale il prezzo pagato al parco eolico, che nel frattempo non ha speso un euro in più.

È come se il prezzo dell’elettricità fosse legato con una corda a quello del gas, e questo legame si chiama accoppiamento. A mezzogiorno, in primavera, quando il fotovoltaico basta quasi da solo, le centrali a gas restano spente, la corda si allenta e il prezzo crolla; ma la sera la corda torna tesa.

Torniamo all’ora serale con il prezzo a 120 euro e guardiamo quanto guadagna ciascuno per ogni megawattora. Un parco eolico nuovo, contando anche quanto è costato costruirlo, incassa circa il doppio di quanto spende; uno costruito con gli incentivi, l’impianto l’ha già ripagato con le bollette, e gli resta quasi tutto. Le dighe, ripagate da decenni, incassano 120 euro a fronte di circa 35. Un ciclo combinato efficiente ne guadagna una decina, la centrale a gas che ha fissato il prezzo non guadagna niente. Proprio la centrale che decide il prezzo è quella che ci guadagna meno: il gas comanda, ma a riempirsi le tasche sono gli altri.

Disaccoppiare significherebbe tagliare questa corda per le fonti a basso costo, pagando idroelettrico, eolico e solare un prezzo fisso legato ai loro costi effettivi, qualunque cosa accada al prezzo del gas, mentre le centrali a gas continuerebbero a essere pagate al prezzo di mercato solo per l’energia che producono.

Perché non lo si fa, o lo si fa così poco? Le fonti a basso costo esistono e i loro costi si conoscono. La differenza tra quei costi e il prezzo del gas, però, non sparisce: qualcuno la incassa, ogni ora, da oltre vent’anni. Marx le ha dato un nome preciso, rendita, ed è da qui che comincia la seconda parte.

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