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Home›Politica›Ingannare i lavoratori e allontanare l’alternativa. I casi di AVS e Rifondazione Comunista

Ingannare i lavoratori e allontanare l’alternativa. I casi di AVS e Rifondazione Comunista

Di Domenico Cortese
19/04/2026
2006
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Il risultato delle elezioni politiche ungheresi, tenutesi lo scorso fine settimana e concluse con la storica sconfitta di Orbán, ha combaciato con la riproposizione, con grande solennità, di una serie di posizioni opportuniste nella “sinistra radicale” italiana. È importante smascherare senza mezzi termini delle formule che, sebbene siano la riedizione sistematica di operazioni di normalizzazione del dissenso, sono clamorosamente presentate come strategie “nuove” finalizzate a “sconfiggere la destra”.

Innanzitutto, un po’ di contesto: il candidato che ha messo fine alla lunga esperienza di Orbán al governo dell’Ungheria è Péter Magyar, leader del Partito del Rispetto e della Libertà (TISZA). Questa formazione non presenta un programma alternativo alla destra nazionalista di Orbán, se non nell’individuazione dei partner imperialisti strategici, che vengono individuati nell’Unione Europea più che nella Russia. Infatti, TISZA fa parte del Partito Popolare Europeo, il principale gruppo politico di centro-destra all’interno dell’UE, e gli ideali sanciti nel suo manifesto elettorale sono quelli tipici del cristianesimo conservatore. Simili al governo precedente sono anche le posizioni circa il tema immigrazione. In riferimento al conflitto russo-ucraino, in realtà, Magyar ha più volte espresso posizioni non così dissimili da quelle del suo predecessore, facendo opporre i suoi parlamentari al nuovo prestito da 90 miliardi all’Ucraina.

A fronte dell’affermazione, alle elezioni ungheresi, di questo candidato e, in effetti, a fronte della nuova composizione del parlamento magiaro che vede tre soli partiti rappresentati – due di destra (TISZA e Fidesz) e uno addirittura identificabile come destra estrema (Movimento Patria Nostra) – il segretario di Sinistra Italiana Nicola Fratoianni ha salutato gli eventi sui social affermando che «si può finalmente aprire una stagione nuova per gli ungheresi» e che le elezioni ungheresi devono essere «un segnale di incoraggiamento a tutte le forze progressiste europee». Un’analisi superficiale potrebbe attribuire al pressappochismo politico una simile posizione – condivisa, d’altronde, anche dal Partito Democratico. Come poter identificare un conservatore fanatico religioso, che fino a poco tempo fa lavorava nell’amministrazione dello stesso Orbán, che ha le sue stesse posizioni retrograde su diritti sociali e immigrazione, con una figura incoraggiante per i progressisti? Del resto, Sinistra Italiana e AVS ci hanno abituato, nei mesi precedenti, a prese di posizione a dir poco contraddittorie con quella forza “a sinistra del PD” che aspirano ad essere. Basti pensare all’adesione alla manifestazione a favore del riarmo europeo tenuta lo scorso anno a Piazza del Popolo a Roma, a dichiarazioni a favore dell’esercito comune europeo – vero cavallo di Troia del riarmo – , a prese di distanza nei confronti di militanti palestinesi e nei confronti della resistenza armata palestinese, come racconta la vicenda di Mohammad Hannoun. Oltre ciò, non vanno dimenticate la candidatura alle elezioni regionali di un soggetto dichiaratamente sionista come Donatella Di Cesare e le attestazioni di solidarietà a favore dell’operato repressivo e antidemocratico da parte delle forze dell’ordine dopo le evidenti provocazioni fatte al corteo di Torino per Askatasuna.

La realtà è ben peggiore: non si tratta di pressappochismo. La verità è che oggi AVS ha la funzione di rappresentare il “volto pulito” di Unione Europea e NATO, alleanze imperialiste che Sinistra Italiana e i Verdi non hanno mai messo in discussione, come non hanno mai messo in discussione l’economia capitalista, fondata sullo sfruttamento della maggioranza da parte di una minoranza. Non è un caso se un esponente reazionario ma che, tuttavia, potrebbe far avvicinare maggiormente l’Ungheria a queste alleanze sovranazionali, viene indirettamente elogiato da Fratoianni. Questa posizione è dannosa per la classe operaia e per i ceti popolari per come funge da sterilizzatrice del dissenso, incanalando chi contesta la destra becera verso idee altrettanto violente nella sostanza, come l’esercito comune europeo, oppure il patto di stabilità dell’UE, funzionale ai tagli ai salari e ai servizi, e l’anarchia del mercato unico e dello sfruttamento a cui conduce.

Come analizzato altre volte, quella di sostenere partiti socialdemocratici (spesso e volentieri in coalizione con realtà più grandi e di estrazione ancora meno popolare) come AVS, che non propongono un reale mutamento del sistema economico, al fine di “battere la destra” è una logica vecchia. Una logica che abbiamo visto in Italia per decenni in relazione al berlusconismo e che ha avuto la sua espressione in governi di centro-sinistra capaci di fare quelle riforme antioperaie e antipopolari che nemmeno Berlusconi aveva avuto la forza o il coraggio di fare. Si tratta di un “progressismo” che è individuato, in ultima istanza, solo nell’opposizione ad alcune particolari politiche di destra (non tutte, come già detto) e non dall’effettiva capacità di avanzamento di un programma sociale, che rimane ancorato alle inevitabili contraddizioni del mercato e ai ricatti del capitale finanziario (basterebbe ricordare come si sono infrante le “buone intenzioni” del governo socialdemocratico di Tsipras in Grecia).

In una coincidenza tempestiva, lo stesso fine settimana delle elezioni in Ungheria il comitato politico nazionale di Rifondazione Comunista si è riunito e ha ridefinito l’indirizzo preso nel corso dell’ultimo Congresso del partito, tenuto lo scorso anno, annunciando la piena disponibilità a partecipare alla compagine del “campo largo” nelle elezioni politiche del 2027. Come si legge nel comunicato ufficiale: «coerentemente con la nostra storia che non ci ha visto mai equiparare la destra fascista e leghista al centro-sinistra anche nei momenti di più aspro conflitto, il Partito della Rifondazione Comunista propone alle forze sociali e politiche di opposizione al governo Meloni di lavorare per un Fronte democratico per la Costituzione che ponga le basi per una coalizione elettorale maggioritaria».

Possiamo individuare in questo passaggio gli elementi caratteristici dell’opportunismo elettoralista di Rifondazione Comunista.

Si parte già da un’ambiguità teorica: si va a giustificare determinate scelte con la necessità di contrapporsi a una deriva fascista senza, peraltro, definire scientificamente il fascismo stesso. Come abbiamo riportato altrove, ciò che differenzia il fascismo dalle democrazie borghesi nella sostanza non sono meramente le misure antipopolari o le leggi repressive, che sono proprie di tutti i regimi borghesi, ma l’occupazione totale di tutti gli spazi politici, la soppressione dei diritti democratici anche formali, il controllo spionistico totale sui cittadini da parte dello Stato, l’organizzazione corporativa dell’economia e della società al servizio del capitale finanziario, l’organizzazione paramilitare della piccola borghesia e del sottoproletariato, i quali svolgono il lavoro illegale e violento per conto dello Stato e costituiscono lo zoccolo duro del consenso al regime. Definire correttamente un’eventuale deriva fascista è una cosa seria, proprio perché sta alla base delle priorità tattiche che i comunisti devono affrontare. Senza voler approfondire qui il tema dell’analisi del fascismo da parte del movimento comunista internazionale nel ‘900, possiamo perlomeno affermare che, se la posta in gioco è l’abbattimento del fascismo e il ritorno allo Stato liberale di matrice borghese, che può garantire maggiore agibilità politica a favore dei comunisti, ha senso porsi il problema di un’alleanza tattica con forze borghesi per raggiungere questo obiettivo. Una situazione in cui questo problema non ha senso neppure porlo è quella in cui tutto si gioca invece nell’alveo dello Stato di diritto borghese, la situazione odierna.

Il livello di ragionamento di Rifondazione Comunista è, in realtà, ancora la vetusta e grossolana teoria del “meno peggio”. Si sceglie di non sviluppare un polo politico espressione della classe operaia, autonomo, autorevole, credibile, inaccessibile al nemico di classe, che dia battaglia per le proprie idee sui territori e sui luoghi di lavoro a prescindere dalle varie pressioni elettorali, che è il compito dei comunisti nella fase attuale. Si sceglie, invece, di portare voti a chi ha praticato le stesse, identiche, politiche repressive, di taglio dei diritti sul lavoro, di tagli ai servizi, di deportazione degli immigrati e di appoggio al blocco NATO, al sionismo e alle guerre imperialiste che sta praticando il governo Meloni. L’«equiparazione della destra al centro-sinistra», negata dai vertici di Rifondazione, è constatabile semplicemente dagli effetti sostanziali che i partiti di centro-sinistra, nel corso dei loro governi, hanno avuto sulla pelle dei lavoratori, in Italia e in Europa, più che dalla retorica e dalle parole da utilizzate da questi partiti nel momento in cui si trovano all’opposizione.

L’insediamento del governo Prodi II nel 2006, uno dei più reazionari del periodo, al quale Rifondazione Comunista ha partecipato attivamente

Gli effetti pratici di operazioni come queste sono sotto gli occhi di tutti. Se in Italia oggi si misura la crisi del movimento operaio e comunista, è anche perché negli anni ‘2000 la logica dell’“unità della sinistra e del centro-sinistra contro le destre” ha portato alla compromissione dei comunisti con i governi borghesi, all’indistinguibilità dal centro sinistra e, alla fine, al disastro. Si tratta di una compromissione che non solo ha condotto Rifondazione alla completa irrilevanza ma che continua a fare associare, in maniera deleteria, i comunisti alle figure borghesi e padronali espresse dal campo largo. Tra gli ultimi esempi in questo senso abbiamo l’appoggio del PRC, alle ultime elezioni amministrative in Calabria e Sardegna, a tutto il campo largo comprendente anche Italia Viva ed elementi di Azione, con risultati funesti come contribuire a far eleggere, legittimandola “da sinistra” come consigliera regionale e poi in commissione sanità  Filomena Greco (che era candidata con Casa Riformista-Italia Viva), una dei maggiori esponenti della sanità privata calabrese .

La storia recente, l’elezione stessa di Giorgia Meloni, confermano una verità evidente: il “meno peggio” conduce al peggio. È soprattutto la delusione sistematica nei confronti delle coalizioni che si presentavano come di “sinistra” che ha portato alla disaffezione dei lavoratori nei confronti dei partiti di queste coalizioni, o dei partiti comunisti stessi associati da allora a queste coalizioni, e dell’attività politica in generale. È anche a causa delle riforme regressive di queste coalizioni che i governi di destra, eletti in reazione alla delusione nei confronti del “campo largo” di turno, si sono sentiti legittimati a portare avanti le loro posizioni e le loro proposte. Questo circolo vizioso potrà essere spezzato soltanto con la costruzione paziente di un partito comunista indipendente dalle compromissioni con i padroni e che sia riconosciuto come radicato all’interno delle masse e come cervello della lotta sociale.

Un’ultima disambiguazione è necessaria. Dire che occorre costruire pazientemente un partito di classe autonomo non vuol dire certo rifare la “Sinistra Arcobaleno” o un generico soggetto “a sinistra” del centro-sinistra – come ipotizza, tra l’altro, la tesi di minoranza che si è scontrata con quella maggioritaria nello scorso congresso di Rifondazione. In altre parole: non vuol dire assemblare una struttura “leggera” – costruita spesso e volentieri a ridosso di ogni elezione – che non abbia un orizzonte politico e strategico chiaro e che riproponga semplicemente in chiave più radicale le stesse formule socialdemocratiche fuori tempo massimo legate all’influenza della Sinistra Europea. Rimarrebbero intatti gli stessi problemi di incompatibilità con un’economia fondata sul profitto. Da questo punto di vista, il quadro di ambiguità ideologica è completo se si nota che  entrambe le opzioni sul tavolo, il soggetto “di sinistra” alternativo al centrosinistra da un lato, e quello strutturalmente coalizzato con esso dall’altro, condividano, tramite la Sinistra Europea, gli stessi riferimenti internazionali socialdemocratici, come Corbyn, Mélenchon o Podemos (prima) e Sumar (poi) – un’analisi articolata delle proposte riformiste e del vicolo cieco a cui esse conducono l’abbiamo sviluppata qui. Costruire un’alternativa di classe significa, invece, sul piano politico la rottura completa con l’UE e i suoi partiti, inclusa la socialdemocrazia rappresentata dalla Sinistra Europea, e sul piano organizzativo costruire un partito di quadri, compatto sul piano ideologico, che punti ad organizzare l’avanguardia nella lotta della classe operaia, che sappia organizzare le battaglie economiche e politiche con l’orizzonte della presa del potere. Un partito che recuperi la matrice rivoluzionaria e la prospettiva dell’abbattimento del capitalismo e della costruzione del socialismo-comunismo, inteso esplicitamente come pianificazione centralizzata e scientifica dell’economia sotto il controllo democratico dei lavoratori, unico modo per eliminare le contraddizioni, le crisi e i massacri provocati dell’economia di mercato. Un partito veramente internazionalista, che non stia alla coda di nessun governo o modello capitalista. 

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Domenico Cortese

Domenico Cortese, nato a Tropea nel 1987, dottore di ricerca in Filosofia e Storia. Gestisce il blog Il Capitale Asociale su FB e IG, è membro del comitato centrale del Fronte Comunista, in cui milita dalla sua fondazione. Collabora con L'Ordine Nuovo su argomenti di economia e attualità.

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