La vittoria del “NO” al referendum sulla riforma della giustizia del 22 e 23 marzo rappresenta un vero e proprio schiaffo al governo Meloni. Un esito tutt’altro che scontato, soprattutto alla luce della propaganda martellante che ha accompagnato la campagna per il “SÌ”. Questo risultato, insieme alle mobilitazioni autunnali, mette in evidenza un profondo scollamento tra una parte maggioritaria del Paese da un lato e le politiche guerrafondaie e repressive del governo e degli stessi partiti dell’opposizione parlamentare dall’altro.
Sono anche i numeri a suggerire come lo stesso fronte del “NO” sia stato composto, per una buona fetta, da persone che alle scorse elezioni politiche ed europee si erano astenute. Se, infatti, oggi l’opposizione varrebbe circa il 38% alle urne, con un’affluenza che si prospetta più o meno uguale a quella del referendum appena fatto, e se è vero che almeno un decimo dei suoi elettori ha addirittura votato “Sì”, allora quel 53% di “NO” è per almeno 15-20 punti percentuali frutto di chi non si identifica in nessuno dei due schieramenti borghesi.Se, nel caso delle mobilitazioni per la Palestina, il centrosinistra non è stato in grado di intercettare quel malessere — anche a causa di una posizione su guerra e Medio Oriente difficilmente conciliabile con chi riconosce il diritto del popolo palestinese alla lotta — nel caso del referendum emerge, invece, il rischio opposto: che questa vittoria venga recuperata, svuotata e normalizzata proprio da quel campo politico che, negli anni, ha aperto la strada alla destra. Un centrosinistra che, tanto a livello locale quanto nazionale, ha governato nel segno di politiche antipopolari: non ci si può dimenticare, infatti, che il PD e le sue coalizioni sono stati i primi responsabili di politiche reazionarie come il taglio dei fondi alla sanità pubblica, il taglio ai finanziamenti degli enti locali, lo smantellamento dei diritti dei lavoratori, la partecipazione diretta o indiretta alle guerre imperialiste, i decreti di respinta e discriminazione dei migranti, i decreti repressivi contro chi manifesta. Tutte misure che, una volta legittimate “da sinistra”, la destra si è “limitata” ad estendere.
Il 23 marzo, non appena i dati parziali hanno reso chiara la vittoria del “NO”, il centrosinistra — anche attraverso la rete “No Kings” — ha tentato di assorbire e intestarsi il risultato, promuovendo mobilitazioni di piazza per chiedere le dimissioni del governo. Il corteo tenutosi nella capitale ha visto la partecipazione di segretari ed esponenti del M5S, di AVS e del PD, partito che peraltro aveva sostenuto solo parzialmente il “NO” e che ha un profilo relativamente basso durante la campagna referendaria.
Questo risultato elettorale, così come le piazze oceaniche in sostegno alla Palestina, dimostra che il governo non rappresenta neanche lontanamente gli interessi della maggioranza del Paese. In milioni sono scesi in strada e hanno scioperato affinché l’Italia smettesse di essere complice della guerra e del genocidio; molti altri hanno espresso un netto rifiuto di una riforma della giustizia autoritaria e repressiva, bocciando di fatto anche l’insieme delle politiche antipopolari del governo. Alla luce di questo, non è sbagliato rilanciare con forza la parola d’ordine “GOVERNO MELONI DIMISSIONI”.
Questo significa forse auspicare un governo dell’opposizione parlamentare? No di certo!
Se l’obiettivo è davvero sconfiggere la destra — sia quella dichiarata sia quella che si presenta sotto le vesti del centrosinistra — e far avanzare i diritti dei lavoratori contro sfruttamento, precarietà, guerra e devastazione, è necessario costruire, passo dopo passo, un’alternativa credibile. Una credibilità che non può nascere marciando al fianco di Conte, Schlein e Fratoianni.

Giuseppe Conte ha già gettato la maschera “pacifista” per riconoscere la “necessità” di un esercito comune europeo e del finanziamento della guerra in Ucraina, anche in vista della formazione della coalizione del campo largo
Dove governa, l’alleanza tra PD e AVS/SI continua, infatti, a favorire interessi opposti a quelli dei lavoratori, come a Roma dove la giunta Gualtieri ha concesso la costruzione di uno studentato di lusso negli ex Mercati Generali, attraverso anche capitali grondanti di sangue e provenienti da un fondo israeliano. Allo stesso modo, quando era alla guida della Regione Lazio, questo campo politico ha chiuso numerosi ospedali e presidi sanitari. Dai governi nazionali trainati dal PD, come abbiamo accennato, abbiamo ereditato molte leggi e provvedimenti allineati con le attuali politiche del governo, come l’abolizione dell’articolo 18 o il decreto Minniti., In questo scenario, non sono esenti da colpe neanche il M5S e il suo capo politico Giuseppe Conte, promotore insieme alla Lega del primo decreto sicurezza, responsabile del record di armamenti venduti al governo di Israele, garante di una gestione della pandemia tutta a tutela degli interessi padronali. Senza dimenticare la partecipazione del M5S al governo Draghi, che ha assicurato il crollo dei salari reali dei lavoratori e i primi pacchetti di sostegno militare all’Ucraina. Come si può pensare di combattere la destra insieme a chi, negli anni, ha colpito duramente lavoratori e classi popolari, portando avanti politiche che vanno nella stessa direzione di quelle dell’attuale governo?
Individuati i nemici, quali sono dunque i nostri compiti? Come si costruisce un’alternativa comunista autorevole? È evidente che, nelle condizioni attuali, l’opzione comunista — nonostante le crescenti contraddizioni di un capitalismo sempre più in crisi — non abbia ancora un peso reale nella società. Vista così la situazione sembrerebbe disperata, ma in realtà ampio margine per creare un’opposizione di classe e combattiva. Fortunatamente, come abbiamo detto, il fronte per il “NO” non coincide con le forze politiche di opposizione,, e lo stesso vale per il movimento sceso in piazza per la Palestina in autunno. Questo è un piccolo patrimonio che può diventare una valanga per migliorare le condizioni di vita e frenare lo scivolamento dell’Italia verso la guerra. Valorizzare questo patrimonio deve essere il compito dei comunisti da qui ai prossimi mesi.
Per fare questo, è necessario coagulare e organizzare le forze disponibili in un percorso di ricostruzione di un partito comunista degno di questo nome: un partito capace di dirigere, organizzare e dare continuità alle mobilitazioni, di sedimentare coscienza politica e imporre la propria visione nel sentire comune. Un partito capace di dare uno sbocco politico e organizzato a questo sentire, che non sia sterilizzato dal ricatto dei capitali e delle organizzazioni nazionali e sovranazionali che oggi fungono da loro comitato d’affari, come l’Unione Europea e la NATO. In altre parole: un partito che non indirizzi le energie dei propri militanti e dei lavoratori nell’illusorio e ingannevole obiettivo di “cambiare dall’interno” queste istituzioni o lo stesso modello basato sullo sfruttamento capitalistico, ma che costruisca le forme organizzative di potere operaio e popolare necessarie per andare oltre questo modello.
Solo così sarà possibile intervenire nei momenti in cui i governi antipopolari si scontrano con il divario crescente tra le proprie politiche e i bisogni reali di lavoratori e classi popolari, sottraendo terreno alla finta opposizione e costruendo un’alternativa politica credibile, capace di rafforzare la classe operaia e gli strati popolari difendendone gli interessi in ogni contesto.








