Il fatalismo come «religione dei subalterni»

Antonio Gramsci, Quaderni del carcere, Q11 §12, pp. 1387–1389 (ed. Gerratana, Einaudi 1975). Scritto tra il 1932 e il 1933.
Questo passo è rivolto al campo di Gramsci, non agli avversari. Tra socialisti e comunisti del suo tempo era diffusa l’idea che la storia lavorasse da sola per la classe operaia: prima o poi il capitalismo sarebbe crollato sotto le sue contraddizioni. Gramsci non la deride. Capisce che nelle sconfitte quella fede ha tenuto insieme le persone, ha dato «resistenza morale» e pazienza.
Ma avverte che, quando a farla propria sono gli intellettuali e i dirigenti, diventa passività e «imbecille autosufficienza». Chi oggi aspetta che la crisi «faccia aprire gli occhi» alla gente sta ripetendo lo stesso errore. («Filosofia della prassi» è il nome con cui Gramsci indica il marxismo, per aggirare la censura del carcere.)
Il testo
Si può osservare come l’elemento deterministico, fatalistico, meccanicistico sia stato un «aroma» ideologico immediato della filosofia della prassi, una forma di religione e di eccitante (ma al modo degli stupefacenti), resa necessaria e giustificata storicamente dal carattere «subalterno» di determinati strati sociali. Quando non si ha l’iniziativa nella lotta e la lotta stessa finisce quindi con l’identificarsi con una serie di sconfitte, il determinismo meccanico diventa una forza formidabile di resistenza morale, di coesione, di perseveranza paziente e ostinata. «Io sono sconfitto momentaneamente, ma la forza delle cose lavora per me a lungo andare ecc.». La volontà reale si traveste in un atto di fede, in una certa razionalità della storia, in una forma empirica e primitiva di finalismo appassionato che appare come un sostituto della predestinazione, della provvidenza, ecc., delle religioni confessionali. […]
Ma quando il «subalterno» diventa dirigente e responsabile dell’attività economica di massa, il meccanicismo appare a un certo punto un pericolo imminente, avviene una revisione di tutto il modo di pensare perché è avvenuto un mutamento nel modo sociale di essere. I limiti e il dominio della «forza delle cose» vengono ristretti perché? perché, in fondo, se il subalterno era ieri una cosa, oggi non è più una cosa ma una persona storica, un protagonista, se ieri era irresponsabile perché «resistente» a una volontà estranea, oggi sente di essere responsabile perché non più resistente ma agente e necessariamente attivo e intraprendente. Ma anche ieri era egli mai stato mera «resistenza», mera «cosa», mera «irresponsabilità»? Certamente no, ed è anzi da porre in rilievo come il fatalismo non sia che un rivestimento da deboli di una volontà attiva e reale. Ecco perché occorre sempre dimostrare la futilità del determinismo meccanico, che, spiegabile come filosofia ingenua della massa e in quanto solo tale elemento intrinseco di forza, quando viene assunto a filosofia riflessa e coerente da parte degli intellettuali, diventa causa di passività, di imbecille autosufficienza, e ciò senza aspettare che il subalterno sia diventato dirigente e responsabile. Una parte della massa anche subalterna è sempre dirigente e responsabile e la filosofia della parte precede sempre la filosofia del tutto non solo come anticipazione teorica, ma come necessità attuale.


