Quando le classi si staccano dai loro partiti

Antonio Gramsci, Quaderni del carcere, Q13 §23, pp. 1602–1604 (ed. Gerratana, Einaudi 1975). Scritto tra il 1932 e il 1934.
È una delle note più lucide dei Quaderni sulla crisi dei partiti. Gramsci osserva che a un certo punto intere classi non si riconoscono più nei partiti che le rappresentavano. Quando succede, il campo si apre agli «uomini provvidenziali o carismatici» e cresce il peso di ciò che non passa dal voto: burocrazia civile e militare, alta finanza, Chiesa. Gramsci aveva davanti l’Italia del primo dopoguerra e la Germania di Hitler.
Non riproponiamo questo passo per una semplice analogia con i nostri giorni: le condizioni sono diverse, e l’accostamento automatico con gli anni Venti e Trenta confonde più di quanto spieghi. Lo riproponiamo per la dinamica che Gramsci individua e che vale ancora oggi: la capacità del capitalismo di adattarsi in fretta e in forme diverse pur di conservarsi. Nella crisi la classe dirigente «muta uomini e programmi» e riprende il controllo prima che i subalterni riescano a riorganizzarsi. In Italia e in Germania la forma fu il capo carismatico. Oggi può essere la costruzione del consenso attraverso i media, o la repressione delle istanze contrarie. La forma cambia, il meccanismo resta.
Il testo
A un certo punto della loro vita storica i gruppi sociali si staccano dai loro partiti tradizionali, cioè i partiti tradizionali in quella data forma organizzativa, con quei determinati uomini che li costituiscono, li rappresentano e li dirigono non sono più riconosciuti come loro espressione dalla loro classe o frazione di classe. Quando queste crisi si verificano, la situazione immediata diventa delicata e pericolosa, perché il campo è aperto alle soluzioni di forza, all’attività di potenze oscure rappresentate dagli uomini provvidenziali o carismatici. Come si formano queste situazioni di contrasto tra rappresentanti e rappresentati, che dal terreno dei partiti (organizzazioni di partito in senso stretto, campo elettorale-parlamentare, organizzazione giornalistica) si riflette in tutto l’organismo statale, rafforzando la posizione relativa del potere della burocrazia (civile e militare), dell’alta finanza, della Chiesa e in generale di tutti gli organismi relativamente indipendenti dalle fluttuazioni dell’opinione pubblica? In ogni paese il processo è diverso, sebbene il contenuto sia lo stesso. E il contenuto è la crisi di egemonia della classe dirigente, che avviene o perché la classe dirigente ha fallito in qualche sua grande impresa politica per cui ha domandato o imposto con la forza il consenso delle grandi masse (come la guerra) o perché vaste masse (specialmente di contadini e di piccoli borghesi intellettuali) sono passati di colpo dalla passività politica a una certa attività e pongono rivendicazioni che nel loro complesso disorganico costituiscono una rivoluzione. Si parla di «crisi di autorità» e ciò appunto è la crisi di egemonia, o crisi dello Stato nel suo complesso.
La crisi crea situazioni immediate pericolose, perché i diversi strati della popolazione non possiedono la stessa capacità di orientarsi rapidamente e di riorganizzarsi con lo stesso ritmo. La classe tradizionale dirigente, che ha un numeroso personale addestrato, muta uomini e programmi e riassorbe il controllo che le andava sfuggendo con una celerità maggiore di quanto avvenga nelle classi subalterne; fa magari dei sacrifizi, si espone a un avvenire oscuro con promesse demagogiche, ma mantiene il potere, lo rafforza per il momento e se ne serve per schiacciare l’avversario e disperderne il personale di direzione, che non può essere molto numeroso e molto addestrato. […] Quando la crisi non trova questa soluzione organica, ma quella del capo carismatico, significa che esiste un equilibrio statico (i cui fattori possono essere disparati, ma in cui prevale l’immaturità delle forze progressive) che nessun gruppo, né quello conservativo né quello progressivo, ha la forza necessaria alla vittoria e che anche il gruppo conservativo ha bisogno di un padrone.


