Anche il liberismo è una regolamentazione statale

Antonio Gramsci, Quaderni del carcere, Q13 §18, pp. 1589–1591 (ed. Gerratana, Einaudi 1975). Scritto tra il 1932 e il 1934.
È un passo contro l’idea del mercato come natura. Il liberismo sostiene che l’economia appartiene alla società civile e che lo Stato deve restarne fuori. Gramsci risponde che è una finzione: il liberismo stesso è introdotto e mantenuto per legge, quindi è un programma politico, e il suo effetto è cambiare la distribuzione del reddito. Privatizzazioni, vincoli di bilancio e riforme del lavoro degli ultimi decenni lo confermano: sono state scelte, approvate in Parlamento.
La seconda parte è altrettanto importante. L’egemonia non è solo cultura e consenso: «non può non essere anche economica», perché poggia sul ruolo che il gruppo dirigente ha nel cuore della produzione. È uno dei passi che più contraddicono chi ha ridotto Gramsci a teorico di una «battaglia delle idee» isolata dalla lotta, come se per cambiare la società bastasse vincere sul terreno della cultura e della comunicazione.
Il testo
L’impostazione del movimento del libero scambio si basa su un errore teorico di cui non è difficile identificare l’origine pratica: sulla distinzione cioè tra società politica e società civile, che da distinzione metodica viene fatta diventare ed è presentata come distinzione organica. Così si afferma che l’attività economica è propria della società civile e che lo Stato non deve intervenire nella sua regolamentazione. Ma siccome nella realtà effettuale società civile e Stato si identificano, è da fissare che anche il liberismo è una «regolamentazione» di carattere statale, introdotto e mantenuto per via legislativa e coercitiva: è un fatto di volontà consapevole dei propri fini e non l’espressione spontanea, automatica del fatto economico. Pertanto il liberismo è un programma politico, destinato a mutare, in quanto trionfa, il personale dirigente di uno Stato e il programma economico dello Stato stesso, cioè a mutare la distribuzione del reddito nazionale. Diverso è il caso del sindacalismo teorico, in quanto si riferisce a un gruppo subalterno, al quale con questa teoria si impedisce di diventare mai dominante, di svilupparsi oltre la fase economico-corporativa per elevarsi alla fase di egemonia etico-politica nella società civile e dominante nello Stato. […]
È per lo meno strano l’atteggiamento dell’economismo verso le espressioni di volontà, di azione e di iniziativa politica e intellettuale, come se queste non fossero una emanazione organica di necessità economiche e anzi la sola espressione efficiente dell’economia; così è incongruo che l’impostazione concreta della quistione egemonica sia interpretata come un fatto che subordina il gruppo egemone. Il fatto dell’egemonia presuppone indubbiamente che sia tenuto conto degli interessi e delle tendenze dei gruppi sui quali l’egemonia verrà esercitata, che si formi un certo equilibrio di compromesso, che cioè il gruppo dirigente faccia dei sacrifizi di ordine economico-corporativo, ma è anche indubbio che tali sacrifizi e tale compromesso non possono riguardare l’essenziale, poiché se l’egemonia è etico-politica, non può non essere anche economica, non può non avere il suo fondamento nella funzione decisiva che il gruppo dirigente esercita nel nucleo decisivo dell’attività economica.


