Sapere, comprendere, sentire

Antonio Gramsci, Quaderni del carcere, Q11 §67, pp. 1505–1506 (ed. Gerratana, Einaudi 1975). Scritto tra il 1932 e il 1933.
È una nota breve sul rapporto tra intellettuali e popolo. Il popolo «sente» ma non sempre comprende; l’intellettuale «sa» ma spesso non sente. Senza un legame di passione – quella che Gramsci chiama «connessione sentimentale» – l’intellettuale diventa un pedante, gli intellettuali diventano una casta, e il rapporto con chi dovrebbero rappresentare si riduce a burocrazia. Solo quando il sentimento popolare viene compreso e spiegato si forma il «blocco storico», cioè un’unità reale tra dirigenti e diretti.
È una critica attuale a una certa sinistra colta che liquida la rabbia popolare come ignoranza o populismo. Vale anche per un giornale come il nostro: un articolo corretto, scritto nel linguaggio di chi è già convinto, parla a chi «sa» ma non raggiunge chi «sente».
Il testo
Passaggio dal sapere al comprendere, al sentire, e viceversa, dal sentire al comprendere, al sapere. L’elemento popolare «sente», ma non sempre comprende o sa; l’elemento intellettuale «sa», ma non sempre comprende e specialmente «sente». I due estremi sono pertanto la pedanteria e il filisteismo da una parte e la passione cieca e il settarismo dall’altra. Non che il pedante non possa essere appassionato, anzi; la pedanteria appassionata è altrettanto ridicola e pericolosa che il settarismo e la demagogia più sfrenati. L’errore dell’intellettuale consiste (nel credere) che si possa sapere senza comprendere e specialmente senza sentire ed essere appassionato (non solo del sapere in sé, ma per l’oggetto del sapere) cioè che l’intellettuale possa essere tale (e non un puro pedante) se distinto e staccato dal popolo-nazione, cioè senza sentire le passioni elementari del popolo, comprendendole e quindi spiegandole e giustificandole nella determinata situazione storica, e collegandole dialetticamente alle leggi della storia, a una superiore concezione del mondo, scientificamente e coerentemente elaborata, il «sapere»; non si fa politica-storia senza questa passione, cioè senza questa connessione sentimentale tra intellettuali e popolo-nazione. In assenza di tale nesso i rapporti dell’intellettuale col popolo-nazione sono o si riducono a rapporti di ordine puramente burocratico, formale; gli intellettuali diventano una casta o un sacerdozio (così detto centralismo organico). Se il rapporto tra intellettuali e popolo-nazione, tra dirigenti e diretti, tra governanti e governati, è dato da una adesione organica in cui il sentimento-passione diventa comprensione e quindi sapere (non meccanicamente, ma in modo vivente), solo allora il rapporto è di rappresentanza, e avviene lo scambio di elementi individuali tra governati e governanti, tra diretti e dirigenti, cioè si realizza la vita d’insieme che sola è la forza sociale, si crea il «blocco storico».


