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Home›Capitale/lavoro›Draghi e il grande reset del capitalismo

Draghi e il grande reset del capitalismo

Di Domenico Moro
06/04/2021
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In una recente intervista Draghi si è definito un “socialista liberale”. A parte il fatto che non si capisce bene cosa sia un “socialista liberale”, che appare essere un ossimoro, Draghi non può essere definito socialista in alcun senso. Draghi è, comunque, una personalità importante nella storia degli ultimi trenta anni, durante i quali si è quasi sempre trovato in posizioni centrali nei momenti di svolta. Se volessimo definirlo potremmo dire che è “un agente strategico del capitale”, perché ha sempre operato in base alle esigenze generali dell’accumulazione capitalistica. In particolare, Draghi è interno alle logiche del capitale multinazionale atlantico e europeo. Del resto, è stato per molti anni ospite fisso delle riunioni del Gruppo Bilderberg, un think tank che riunisce annualmente alcuni tra i capitalisti e i politici più influenti delle due sponde dell’Atlantico, i Paesi dell’Europa occidentale e gli Stati Uniti. Come ha recentemente ricordato nella sua autobiografia Franco Bernabè, per anni membro del comitato direttivo del Bilderberg e già amministratore delegato di Eni e Telecom Italia, Draghi svolse negli anni ’90 un ruolo decisivo, come direttore generale del Tesoro, nella privatizzazione di una parte notevole delle imprese di Stato. Dopo la sua permanenza al Tesoro, Draghi ha ricoperto ruoli centrali nel mondo della finanza internazionale. È stato prima dirigente della sede europea e poi membro dell’esecutivo della statunitense Goldman Sachs, una delle maggiori banche d’affari del mondo, nei primi anni 2000. Successivamente ha ricoperto il ruolo di governatore della Banca d’Italia in un momento delicato, dopo le dimissioni di Fazio, favorendo i processi di concentrazione bancaria a livello nazionale. Anche la sua nomina a presidente della BCE avvenne in un momento delicato, nel 2011 durante la crisi dei debiti sovrani, quando, insieme a Trichet, presidente uscente della BCE, firmò la famosa lettera, in cui chiedeva all’Italia misure di austerity e che contribuì a determinare la caduta del governo Berlusconi. Draghi gestì la BCE in modo da difendere l’esistenza dell’Euro, facendo tutto il necessario (“Whatever it takes”1), a partire dal finanziamento dell’acquisto di titoli di stato da parte delle banche. Il terreno per la sua nomina a presidente del Consiglio è stato lungamente preparato, probabilmente da prima della fine del suo incarico alla BCE. A questo hanno contribuito due suoi interventi, ai quali è stato dato molto risalto sui mass media. Il primo è un articolo comparso sul Financial Times, organo del capitale finanziario internazionale, in cui, paragonando la pandemia a una guerra, ha giustificato l’aumento dei debiti pubblici come necessario alla fase storica, imprimendo una apparente svolta a U rispetto alla disciplina di bilancio praticata precedentemente. Il secondo intervento è stato tenuto all’ultimo incontro del Gruppo dei Trenta, un influente think tank che raduna i principali banchieri mondiali, nel quale Draghi ha dichiarato che il mondo si trova sul bordo di una scogliera e che lo Stato deve entrare direttamente nelle imprese, trasformando le garanzie pubbliche ai prestiti in partecipazioni statali al capitale. Anche in questo sembrerebbe di assistere a una svolta a U rispetto al Draghi privatizzatore. Ma è solo una apparenza, perché le mosse di Draghi sono sempre coerenti e ispirate al principio che bisogna cambiare alcune cose perché nulla cambi, in perfetto stile gattopardesco. Draghi, in questo senso, è una delle “menti” più brillanti del capitale internazionale, capace di modificare la sua azione, per venire incontro alle esigenze di sopravvivenza del capitale privato. Infatti, la sua linea di condotta, per quanto soggetta a brusche svolte, mantiene sempre la medesima direzione. Lo stesso è avvenuto con la sua nomina a presidente del Consiglio. Nel suo discorso di nomina ha tenuto a precisare che tutto quello che il governo farà sotto la sua direzione sarà rigorosamente all’interno di una doppia e, per l’Italia, tradizionale cornice: l’appartenenza alla Nato e l’appartenenza all’area Euro.

Questo, però, non vuol dire che Draghi sia una specie di commissario europeo dell’Italia. Draghi è espressione e garanzia degli interessi del grande capitale italiano, ed è stato, infatti, fortemente voluto dalla Confindustria.

Contrariamente a quanto ci si sarebbe aspettato, sui vaccini Draghi non ha lesinato le critiche all’Europa e ha messo in atto un piano per produrre i vaccini in Italia entro l’anno in corso. Inoltre, Draghi ha ribadito, nell’ultima riunione dei capi di governo della Ue, la necessità di emettere titoli di debito europei, cioè di dare vita a un debito pubblico europeo, andando contro le posizioni della Germania e di altri Stati europei.

Il PEPP, il debito pubblico e la competizione inter-imperialistica

Il Quantitative Easing (QE) cui Draghi diede vita è servito, attraverso gli acquisti di titoli di Stato, non soltanto a ridurre i tassi d’interesse sui titoli di Stato italiani e di altri Paesi cosiddetti periferici, ma anche a ridurre i tassi d’interesse dei Paesi cosiddetti centrali, come la Germania, contribuendo a portarli in area negativa. Questo perché gli acquisti di titoli di Stato sono avvenuti secondo la chiave capitale, cioè in proporzione alla quota di capitale detenuto dai rispettivi Paesi nel capitale della BCE. Quindi, anche la Germania e i Paesi cosiddetti “virtuosi” hanno tratto giovamento dalle politiche della BCE. Tuttavia, all’interno della Germania ci sono posizioni diverse sulle politiche espansive della BCE. In particolare la Corte costituzionale tedesca ha chiesto dei chiarimenti alla BCE per aver agito in modo non proporzionale, cioè per essere andata oltre il mandato di mantenere l’inflazione al 2%, facendo politica economica e ignorando gli effetti redistributivi delle sue decisioni. In pratica la Corte tedesca vuole impedire le politiche monetarie non convenzionali, che sono le uniche che possono avere qualche possibilità di successo. Tra queste politiche c’è il Pandemic Emergency Purchase Program (PEPP) il programma varato nei primi mesi della pandemia dalla BCE e aumentato fino a raggiungere la cifra di 1.850 miliardi, che ha permesso acquisti di titoli di Stato senza tenere conto della chiave capitale2, favorendo Paesi come l’Italia e la Spagna. Come ha detto Draghi nella ormai famosa intervista al Financial Times, che, non a caso, ha preceduto la decisione di sospendere i vincoli al debito e al deficit previsti dai Trattati, bisogna lasciare che i debiti pubblici aumentino, perché altrimenti l’economia europea da sola, cioè senza un massiccio aiuto pubblico, non ce la farà. Dunque, in questa fase più o meno tutti sono allineati su una certa politica espansiva. Le spinte rigoriste riemergeranno se e quando l’economia si riprenderà, cosa per la quale ci vorrà un tempo non certo breve. Questo, però, non vuol dire che non ci sia una competizione tra capitali europei e tra il capitale europeo e altri capitali a livello mondiale. La crisi enfatizza la competizione e la concorrenza tra frazioni di capitale e, di conseguenza, tra i rispettivi Stati che le sostengono. Non è un caso se un po’ tutti gli Stati europei abbiano rafforzato ed esteso la possibilità di intervenire in caso di acquisizioni o di partecipazioni in imprese considerate strategiche da parte di imprese estere. L’Italia, in particolare, ha esteso la regola del Golden Power anche alle acquisizioni operate da imprese appartenenti a Stati europei. Per quanto riguarda gli interessi delle classi popolari l’acuirsi dello scontro inter-capitalistico e inter-imperialistico non può che essere negativo, perché il costo dell’intervento dello Stato e dell’aumento della competizione verrà fatto pagare proprio ai lavoratori. Del resto, l’erogazione dei fondi del Recovery Plan europeo verrà effettuata in base all’implementazione delle contro-riforme, tra le quali quelle delle pensioni e del mercato del lavoro.

Il grande reset

I Paesi a capitalismo avanzato si caratterizzano per una sovraccumulazione di capitale assoluta, cioè per un eccesso di investimenti in rapporto alla profittabilità, che determina il fenomeno della caduta tendenziale del saggio di profitto. Da questa situazione derivano le crisi che si sono succedute ripetutamente dal 2001 ad oggi, compresa la crisi dei mutui subprime del 2007-2009 e quella dei debiti sovrani del 2011-2012. Anche la crisi del Covid-19, che è la crisi di gran lunga più profonda dagli anni ’30, in realtà si è verificata quando l’economia mondiale e quella europea stavano già imboccando una fase di declino. Da questo punto di vista il Covid-19 rappresenta una occasione preziosa per il capitale nel suo complesso. Infatti, da una parte il Covid-19 permette allo Stato di intervenire a sostegno del capitale con l’erogazione di una massiccia liquidità. Nella UE il Covid-19 ha rappresentato anche la possibilità di sospendere i vincoli alla spesa pubblica contenuti nei trattati. Dall’altra parte, il Covid-19 permette di eliminare una parte del capitale in eccesso, mediante il fallimento delle imprese meno competitive. Non a caso Draghi, nel corso dell’ultimo incontro del Gruppo dei Trenta, ha affermato che gli aiuti pubblici vanno dati alle imprese sane e non alle imprese decotte, da lui definite come “imprese-zombie”. Quindi, il Covid-19 faciliterà la centralizzazione del capitale, un fenomeno che serve a contrastare la caduta del saggio di profitto. In pratica, secondo il Gruppo dei Trenta, le politiche statali dovranno favorire “una certa quantità di distruzione creatrice”, per usare la ben nota espressione di Schumpeter. Infatti, grazie al Covid-19, in primo luogo attraverso i fondi del Recovery Plan, verrà dato un forte impulso ai nuovi settori dell’economia, quelli legati alla digitalizzazione dell’economia e alla transizione ecologica. Nel Piano di ripresa e resilienza (PNRR) di tutti i Paesi la transizione ecologica e la digitalizzazione dell’economia e della società rappresentano le due “missioni” più importanti. Nella bozza del PNRR italiano, presentata dal governo Conte, su Rivoluzione verde e transizione ecologica sono allocati 66,6 miliardi, pari al 31,7% del totale, e su Digitalizzazione, innovazione, competitività e turismo 45,4 miliardi, pari al 21,6% del totale. In questo modo i capitali verranno spostati dai settori maturi, dove la sovraccumulazione è maggiore, verso settori dove non c’è sovraccumulazione e il saggio di profitto è più alto. Ma la trasformazione interesserà anche i settori tradizionali; pensiamo, ad esempio, all’impulso che riceveranno il settore automobilistico con la transizione verso la mobilità elettrica e il settore ferroviario con l’estensione della rete ad alta velocità. L’auto elettrica, la mobilità sostenibile, e la digitalizzazione dell’economia sono nuovi vettori dello sviluppo capitalistico come in altre fasi della storia del suo sviluppo lo sono stati altri prodotti “guida” come le ferrovie nel XIX secolo e l’automobile nel XX secolo.

In sintesi, il Covid-19 rappresenta una grossa occasione di riavvio del meccanismo inceppato dell’accumulazione di capitale e nello stesso tempo un incentivo, da un lato, al rafforzamento degli oligopoli e monopoli già esistenti e, dall’altro lato, alla formazione di nuovi oligopoli e monopoli in nuovi settori. Per questa ragione sarà decisivo determinare a chi andranno i fondi pubblici. La nomina di Draghi a Presidente del Consiglio è una garanzia che i fondi pubblici andranno in direzione del grande capitale monopolistico e multinazionale. È l’ennesima riprova, qualora ce ne fosse bisogno, che il capitale non può sopravvivere né tantomeno espandersi senza l’aiuto dello Stato, a dispetto di tutte le chiacchiere sul libero mercato.

Nello stesso tempo bisogna rendersi conto che il capitalismo, anche grazie al Covid-19, sta mutando le sue forme nel tentativo di adattarsi agli sviluppi della sua crisi strutturale, a partire dal rapporto con la forza lavoro. Studiare le specificità delle nuove forme che il capitalismo si appresta ad assumere è un compito fondamentale delle forze antagonistiche al capitale stesso. Tra le modificazioni di questa fase c’è anche una revisione del ruolo dello Stato. La vulgata neoliberista contemplava il ritiro dello Stato dall’economia. In realtà, un completo ritiro non c’è mai stato, nel senso che era sempre lo Stato a definire il perimetro e le regole entro cui agiva il libero mercato. Oggi, tuttavia, assistiamo a un cambio di rotta significativo, con lo Stato che entra direttamente nell’economia e nelle imprese e con la dimensione nazionale dello Stato che sembra riprendere uno spazio maggiore pur all’interno del contesto di globalizzazione dell’economia, come prova anche una certa tendenza verso l’accorciamento delle catene globali del valore3 e la reinternalizzazione di alcune produzioni. Quello che non cambia è che l’ingresso dello Stato nell’economia, come già fu per la sua “uscita”, è a favore del privato, essendo lo Stato, in una determinata formazione economico-sociale, espressione concentrata, per quanto mediata, del potere della classe economicamente dominante. Sintetizzando, possiamo dire che non è possibile alcun reset dell’economia che non sia strettamente legato all’intervento dello Stato.


1 https://it.wikipedia.org/wiki/Whatever_it_takes_(Mario_Draghi)

2 La chiave capitale prevede acquisti di titoli di stato delle varie nazioni in proporzione al loro peso nel capitale della BCE. Quindi la BCE secondo la chiave capitale deve acquistare più titoli della Germania e, a seguire, della Francia e dell’Italia.

3 Le catene globali del valore rappresentano l’articolazione internazionale della produzione secondo una divisione in cui le diverse parti di un determinato bene vengono prodotte in Paesi diversi per poi essere assemblate insieme. Il covid-19 ha messo in crisi le catene del valore interrompendo la produzione e, con essa, il flusso di materie prime e semilavorati tra i vari punti dove sono dislocate le singole fasi della produzione. In questo modo si sono determinati colli di bottiglia che impediscono la produzione del prodotto finito. Ad esempio, oggi la produzione di auto è messa in difficoltà dalla carenza di microchip, la cui produzione è insufficiente anche a causa dell’aumento di domanda del mercato (soprattutto quello dei pc) dovuta anche alla pandemia.

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Domenico Moro

Ricercatore Istat, si interessa di statistiche economiche. Ha scritto numerosi volumi, tradotti nelle più importanti lingue europee, tra cui “La gabbia dell’euro, perché uscirne è internazionalista e di sinistra”, “Globalizzazione e decadenza industriale”, “La terza guerra mondiale e il fondamentalismo islamico”, “Il gruppo Bilderberg, l’élite del potere mondiale”, “Nuovo Compendio del capitale”. Scrive anche su riviste italiane ed estere. Da sempre militante nel movimento comunista italiano, oggi dirige la rivista Laboratorio 21.

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