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Calabria: i lavoratori del turismo iniziano a rompere il silenzio

Di Domenico Cortese
08/10/2026
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Sono commessi, cuochi, addetti alle pulizie di alberghi e B&B, camerieri, operai nei lidi balneari. Dopo almeno cinque mesi passati a soffocare sia a causa dell’estate più calda di sempre che per un caro carburanti che erode una buona parte del salario reale, hanno cominciato a rompere quel muro di silenzio, dell’omertà pretesa, spesso, anche dalle amministrazioni locali al fine di non infangare la reputazione delle mete turistiche e non mettere a rischio i profitti dei datori di lavoro. Le testimonianze delle condizioni di sfruttamento dei lavoratori stagionali, a volte sotto anonimato ma a volte anche esponendosi deliberatamente in pubblico, fanno emergere un quadro fatto di anarchia padronale e ricatto occupazionale. Un ricatto che, per la sua continuità e la sua estensione, ha pochi equivalenti persino su scala nazionale.

Lo sfruttamento intensivo dei lavoratori del turismo in Calabria si situa in una cornice in cui, in tutta Italia, i salari reali hanno registrato una perdita complessiva del 6,1% negli ultimi sette anni, secondo il Rapporto Annuale ISTAT, mentre la piccola, media e grande impresa continua ad accumulare profitti anche grazie al rincaro dei prezzi al consumo.

La categoria degli stagionali, però, è quella che ha sofferto di più il peso delle incertezze legate a riarmo, guerra e carovita. Nel Mezzogiorno e nelle Isole circa l’80% dei lavoratori stagionali risulta essere sotto la soglia di povertà salariale.[1] Interessanti, poi, i dati di un questionario pubblicato lo scorso anno,[2] secondo il quale, in tutta Italia, 7 lavoratori stagionali su 10 dichiarano di percepire da 5 euro a 10 euro l’ora, mentre il 12% dichiara di ricevere una retribuzione inferiore a 5 euro all’ora. Il 30% dei lavoratori risponde, inoltre, di non aver goduto dei giorni di riposo settimanali; 8 lavoratori su 10 di lavorare da un minimo di 7 ore al giorno a un massimo di 11, mentre il 12% di lavorare anche 12 o più ore giornaliere. Il 13% ha addirittura dichiarato di non aver mai ricevuto il compenso pattuito per il lavoro svolto.

Altro aspetto preoccupante è legato agli abusi subiti sul posto di lavoro, che riguardano il 30% degli intervistati. I lavoratori denunciano violenze verbali e fisiche, sessismo, razzismo e mobbing; infine, il 75% degli intervistati denuncia di aver sviluppato problemi di salute legati al lavoro e di aver fatto ricorso a medicinali antidolorifici o consulti medici specialistici. Il lavoro stagionale si colloca, quindi, tra i più precari destabilizzanti del mondo di oggi, come avevamo già mostrato in passato.

La situazione calabrese è esacerbata sicuramente dalla maggiore arretratezza economica della regione, che rende più evidente quanto le imprese scaricano sui dipendenti la competizione economica e ogni difficoltà congiunturale. A questo si è accompagnato paradossalmente, di recente, il fenomeno dell’overtourism nelle località più in vista della regione. A Tropea, solo ad agosto 2026, si è registrato un +26% di spesa turistica rispetto ad agosto 2025 e la crescita di mercati importanti (Germania +17%, Austria +52%), secondo i dati ASALT. Ma Tropea, come Pizzo Calabro e Soverato, ha beneficiato del boom complessivo della Calabria, che i dati ministeriali indicano come la prima regione in Italia per incremento degli arrivi turistici nel primo semestre (+10,54%) e per aumento di visitatori stranieri (+23,19%).

Mentre il turismo intensivo ingrossa i portafogli dei titolari di strutture ricettive, lidi balneari, ristoranti ed esercizi commerciali, i suoi effetti sul mercato privato e sulla spesa pubblica delle amministrazioni (le quali, spesso, si concentrano solamente su beni e servizi diretti ai turisti e non ai residenti) sono deleteri per le famiglie proletarie locali. L’esempio paradigmatico è la stessa Tropea, che tra aprile e ottobre diventa un luogo invivibile per chi ci abita, una località senza parcheggi, priva o quasi di spiagge libere e con un ospedale pubblico non funzionante, senza verde o un parco per famiglie, con costanti problemi di approvvigionamento di acqua potabile e con prezzi delle abitazioni che, ormai, hanno raggiunto prezzi fino a 10.000 euro al metro quadro. La gentrificazione del paese è una normale conseguenza del boom: il capitale turistico e immobiliare non può che preferire il profitto ai diritti dei residenti. Il turismo, viceversa, diventa la prima giustificazione politica per non offrire servizi pubblici e lavoro dignitoso.

In una situazione nella quale lo Stato riduce deliberatamente al minimo gli interventi di tutela e controllo sui luoghi di lavoro, le poche operazioni da parte delle autorità confermano in pieno la condizione di oppressione diffusa e demansionamento, l’erogazione di buste paga irregolari e spesso accompagnate dal dovere di restituire in contanti parte del salario. In questo contesto, già esporsi pubblicamente e denunciare significa sperimentare un modo diverso di approcciarsi alla lotta per i propri diritti. Un modo che non è legato soltanto alla vertenza legale e isolata ma alla consapevolezza che soltanto facendo fronte comune e organizzandosi i lavoratori possono guadagnare quel potere negoziale necessario per migliorare le proprie condizioni.

Calabria: i lavoratori del turismo iniziano a rompere il silenzioLe attività di lotta contro lo sfruttamento nel settore turistico in Calabria del Fronte Comunista, che da mesi organizza presidi nelle maggiori zone turistiche dell’area e davanti a diversi luoghi di lavoro, hanno cercato di spingere verso questa direzione. Sia attraverso la promozione di dichiarazioni, per mezzo di stampa locale e organi di massa con contenuti agitatori, da parte di lavoratori sia, soprattutto, per mezzo di momenti di aggregazione tra gli elementi più coscienti di questo settore. Quelle che seguono sono delle brevi testimonianze da parte di lavoratori che stanno contribuendo alla costruzione di questa attività di catalizzazione di forze.

Vittorio R, bagnino: «Ovunque nella provincia di Vibo Valentia pretendono schiavi, sfruttano e non pagano, e io ne so qualcosa. Poi dicono che le persone vanno via da questa situazione da schifo, poi si lamentano che non trovano personale. Contratto di 4 ore e ne lavori 15. La tredicesima non esiste. Il TFR non esiste, lo fanno apparire tutti i mesi in busta paga perché devono arrivare allo stipendio pattuito. Malattia nemmeno per sogno, devi morire sul lavoro. Zero diritti e se uno di noi denuncia gli fanno terra bruciata e se ne deve andare».

Claudia T, receptionist: «Vorrei segnalare anche io le mie esperienze a Tropea, tanto sono tutte uguali. Ruolo reception, richiesta totale autonomia nel ruolo (si lavora soli), cassa compresa. Ci parli e ti dicono “ti do 1300 euro”. Chiedi cosa comprendono, chiedi il contratto, chiedi il livello. “Ah io questo non lo so se la vede il commercialista”; spesso si arriva a 9 ore al giorno, in alcuni posti nemmeno il vitto. In uno, in particolare ho chiesto il contratto almeno 4 volte, non ne volevano sapere, mi rimpallavano. Però volevano che prendessi servizio in 48 ore. Quando mi sono impuntata finalmente è arrivato: settimo livello (cioè personale non qualificato) a poco meno di 5 euro netti l’ora. Ed è tutto legale!»

Giuseppe L., commesso: «Caporalato a 2.70 euro all’ora, in un supermercato di una nota catena regionale, con 2 ore di contributi versati».

Francesca R., disoccupata: «Prima esperienza lavorativa in un bar; mi chiedono di lavorare dalle 7 del mattino fino alle 14 poi “pausa pranzo” e si torna a lavorare dalle 16 alle 22, il tutto per 15 euro al giorno, la domenica solo fino alle 14. La prima settimana di prova non retribuita».

Roberto G., animatore turistico: «Condivido una delle mie esperienze, neanche la peggiore ma forse la più emblematica. Contratto da 400 euro al mese come animatore turistico, 16 ore sotto al sole più prove notturne che potevano arrivare anche alle 3/4 del mattino, però c’era il vitto e l’alloggio compresi (quando il primo erano dei panini microscopici e una bottiglietta d’acqua a pranzo e per alloggio un appartamento dove vivevamo in 5/6). Detto ciò, oltre al lavoro da contratto ho dovuto ridipingere un teatro intero (compito che non ero tenuto a fare)».

Riunire i lavoratori in un contesto di discussione è il primo passo per organizzare attività conflittuali di protesta. Per questo il Fronte Comunista ha inaugurato dei momenti di confronto sul territorio, il primo dei quali ha avuto luogo il 1° ottobre a Tropea. Nel corso di questa serata hanno preso la parola alcuni lavoratori del turismo del luogo. Vogliamo qui riportare l’intervento più significativo, da parte di Virginia Contartese, lavoratrice che da anni è impiegata nel settore delle strutture ricettive di Tropea e dintorni:

«Lavoro nel campo del turismo da quando avevo sedici anni, quindi ho collezionato tantissime esperienze, purtroppo. Ve ne racconto due. Parliamo di una delle mie ultime esperienze tragiche, in una struttura ricettiva di Tropea, nella quale sono entrata con un inquadramento da personale non qualificato, settimo livello, nonostante mi fosse stato chiesto, come receptionist, di saper utilizzare il computer e parlare bene le lingue straniere, cosa che io sapevo fare. Nonostante questo, la paga era di 900 euro al mese. L’orario di lavoro, da accordo, doveva essere dalle otto alle quattordici. Fino a quando circa dieci giorni dopo che avevo iniziato ho scoperto che oltre questo orario, oltre queste sei ore al giorno senza giorno libero, sarei dovuta tornare nel pomeriggio per fare i check-in, ovvero andare e venire dalla struttura ogni volta che un cliente suonava per prendere la propria camera, come che ovviamente non mi era neanche stata accennata.

Passato il primo mese così arriva la seconda fregatura, cioè la classica frase “qui siamo una famiglia…quando arrivi la mattina sali su e aiuta per le colazioni”. Con il pretesto che una receptionist alle otto di mattina spesso non ha molto da fare alla fine sono finita a preparare le colazioni, a pulire i frigoriferi, portare il caffè e così via. In pratica fino a fine stagione mi è sembrato di essere entrata a far parte di questa “grande famiglia”, come la chiamavano loro, perché tutti facevano tutto, con il piccolo particolare che i soldi li incassava solo il proprietario.

Un’altra esperienza negativa è stata una delle mie primissime esperienze, che ho avuto a diciotto anni. Inizio a lavorare in questo villaggio sempre della zona dove inizio in realtà attraverso l’alternanza scuola-lavoro nelle ultime tre settimane dell’anno scolastico. Mi invia la mia scuola in questo posto per fare alternanza, ed erano tre settimane a cavallo tra maggio e giugno. Faccio solo la prima settimana come alternanza scuola-lavoro dove, ovviamente, gli alunni dovevano essere affiancati alle persone che lavoravano dentro questo villaggio, ma solo durante la prima settimana questo è successo perché dalla seconda in poi io ho ricoperto un turno vero e proprio. Loro, comunque, decidono di tenermi in questa azienda. Ovviamente giugno mi è stato retribuito solo in parte perché le prime due settimane di giugno tecnicamente ero una studentessa che faceva l’alternanza scuola-lavoro nonostante io coprissi un turno vero e proprio. Fino a quando è capitato che, all’inizio di luglio, un collega del bar si fece male ad una gamba e mi venne chiaramente detto che da quel momento in poi avrei ricoperto il ruolo di barista nel turno pomeriggio-sera; quindi, che avrei dovuto lavorare molte più ore rispetto a quelle pattuite in reception, perché per non perdere il collega che si era fatto male avrebbero fatto mettere lui in reception, che era un posto dove poteva stare molto di più seduto. Ci siamo quindi dovuti intercambiare, tralasciando il fatto che io ovviamente non avevo nessuna esperienza nel campo del food and beverage; quindi, vi lascio immaginare le mie condizioni di lavoro quotidiane. Finiamo la stagione che io ritorno in reception ma solo per il turno pomeridiano, perché la sera serviva una mano al bar e quindi, finito il turno in reception, ricominciavo nel bar a farmi tutta la serata. Per tutto questo, a fine stagione mi sono stati – cito testualmente – regalati quattrocento euro in più rispetto a quello che era pattuito perché gli avevo fatto il favore di coprirgli questo che loro non chiamavano lavoro al bar, perché dicevano “ci hai fatto il favore di darci una mano”. Il fatto è che stavamo parlando di circa quattrocento persone con un unico barista; quindi, stavo ovviamente lavorando.

Nonostante a me piaccia molto lavorare nel turismo, è molto difficile in questa zona continuare a essere degli stagionali e sperare di poter rimanere facendo solo questo. Penso di essere sempre stata in prima linea nelle battaglie: anche a tu per tu con i colleghi, con i ragazzi giovani che si approcciano per le prime volte al mondo del lavoro, cerco sempre di spiegargli quali sono i loro diritti perché spesso e volentieri non li conosciamo».

Cedere ai ricatti padronali nella speranza di ricevere future concessioni è una pia illusione: la priorità del datore di lavoro sarà sempre il profitto. Ma la soluzione non è neanche la mera battaglia legale e individuale, sia perché anche i CCNL oggi vigenti offrono, essi stessi, paghe da sfruttamento sia perché ribellarsi da soli e in maniera disorganizzata si rischia di essere il movente della violenza e della vendetta degli sfruttatori, com’è successo lo scorso giugno, nella maniera più atroce, ai braccianti di Amendolara.

Per questo la prima necessità è rompere l’isolamento nel quale ogni lavoratore viene costretto. Mettere in contatto i lavoratori delle diverse strutture, condividere le esperienze di sfruttamento, sostenere pubblicamente chi decide di denunciare e costruire momenti stabili di discussione e organizzazione significa trasformare una somma di esperienze individuali in una forza collettiva. È necessario che chi vive le stesse condizioni possa riconoscersi negli altri, discutere insieme delle proprie rivendicazioni e decidere insieme le forme di lotta più efficaci, fino a coinvolgere più lavoratori e più luoghi di lavoro.

È questo il percorso che i comunisti intendono contribuire a costruire in Calabria: non una campagna occasionale contro questo o quel padrone, ma un lavoro continuativo di organizzazione e di mobilitazione dei lavoratori del turismo. Ogni conquista, ogni diritto strappato al capitale, è stato e potrà essere soltanto il risultato di un aumento della forza contrattuale e politica dei lavoratori organizzati. Rompere il silenzio è il primo passo; trasformare quella denuncia in organizzazione e quella organizzazione in lotta è il passo successivo.

Note

[1] Turismo e capitale. Come il capitalismo allunga i suoi tentacoli e fa marcire quel che tocca, tra scuola, università, lavoro e sfruttamento, a cura di F. Capalbo, Vintura, 2025.

[2] Turismo e capitale. Come il capitalismo allunga i suoi tentacoli e fa marcire quel che tocca, tra scuola, università, lavoro e sfruttamento, a cura di F. Capalbo, Vintura, 2025.

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Domenico Cortese

Domenico Cortese, nato a Tropea nel 1987, dottore di ricerca in Filosofia e Storia. Gestisce il blog Il Capitale Asociale su FB e IG, è membro del comitato centrale del Fronte Comunista, in cui milita dalla sua fondazione. Collabora con L'Ordine Nuovo su argomenti di economia e attualità.

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