L’attualità di Gramsci a 100 anni dall’arresto

Di Gianmarco Chilelli, Segretario Generale del Fronte Comunista
A cento anni dall’arresto di Antonio Gramsci la cocente attualità delle sue riflessioni e l’esempio fornito dalla sua stessa vita sono un patrimonio vivo da recuperare e difendere.
La sera dell’8 novembre 1926 la polizia entra nella stanza in affitto dove Gramsci vive a Roma e lo porta via. È il segretario del Partito Comunista d’Italia (PCd’I), è deputato, eletto due anni prima, ma l’immunità parlamentare non conta più. Il fallito attentato a Mussolini del 31 ottobre a Bologna ha dato al regime il pretesto per chiudere i conti con l’opposizione: in tre settimane arrivano il confino di polizia, la decadenza dei deputati antifascisti, il Tribunale speciale. Sarebbe poi passata tristemente alla storia la frase pronunciata, durante il processo con cui veniva messo sotto accusa Gramsci e tutto il gruppo dirigente del Pcd’I, dal pubblico ministero fascista Isgrò secondo cui bisognava “impedire a questo cervello di funzionare per almeno vent’anni”.
Prima il confino, poi la detenzione al carcere di Turi, nonostante le difficili condizioni di salute, non bastarono però a impedire davvero a Gramsci di pensare, di riflettere sul suo presente. I suoi appunti durante la detenzione sono poi stati pubblicati come “Quaderni del Carcere” e raccolgono un grandioso sforzo di riflessione su strategia politica, filosofia, storia, cultura, letteratura. Un lascito che ha contribuito a renderlo uno degli autori più studiati nei decenni in tutto il mondo tanto che, per citare un aneddoto sicuramente curioso, il centrocampista brasiliano Socrates1 arrivato in Italia negli anni ‘80 per giocare nella Fiorentina indicava proprio in Gramsci l’italiano che apprezzava di più e di cui avrebbe approfondito lo studio.
Alla grande fama che il pensiero gramsciano ha riscosso si sono poi però spesso accompagnate letture di Gramsci fuorvianti e lontane dalla realtà: c’è chi ne ha sottolineato il valore intellettuale con l’obiettivo di rimuovere la realtà del suo impegno politico come militante e dirigente comunista, c’è chi ha provato a spiegare la riflessione gramsciana al di fuori del marxismo al fine di renderlo un “pensatore neutrale” o semplice democratico, c’è chi ha provato a ridurlo a icona pop dalle tinte antifasciste. Queste torsioni ritengo siano un torto alla sua figura.
Gramsci è stato innanzitutto un militante comunista, un marxista-leninista, la cui attività politica fin dall’esperienza de “L’Ordine Nuovo” e dei consigli di fabbrica passando poi la scissione di Livorno e la fondazione del Pcd’I è stata l’attività di un rivoluzionario che all’abbattimento del capitalismo ha dedicato i suoi sforzi e la sua vita. E ad essere arrestato quell’8 novembre del 1926 è proprio il dirigente comunista, il rivoluzionario, il segretario del PCd’I in un contesto in cui proprio i comunisti, pur nelle difficoltà del momento, rappresentavano la principale minaccia per il regime fascista.
Gramsci, sin dalla battaglia contro le tendenze riformista e massimalista, che avevano paralizzato il PSI di allora, per poi arrivare alla scissione di Livorno e alla fondazione del Pcd’I, compì enormi sforzi per dotare la classe operaia non solo del Partito ma del Partito di tipo leninista. Sforzi che culminarono nel Congresso di Lione col quale venivano sanciti il carattere operaio del partito e la sua organizzazione leninista, sottolineando l’importanza dell’organizzazione nei luoghi di lavoro. Un passaggio per nulla banale perché i problemi di organizzazione sono problemi politici.
E quanto sarebbe diverso oggi se in Italia ci fosse un forte partito comunista in grado di organizzare i lavoratori là dove producono e mettere una zeppa negli ingranaggi della guerra e ribaltare il tavolo contro precarietà e carovita? Di fronte a questa domanda appare con tutta evidenza l’attualità dell’impegno di Gramsci in questa direzione. Ed è proprio in questo solco che dobbiamo lavorare perché, lo vediamo ogni giorno, le lotte non mancano, dagli scioperi alle mobilitazioni contro la guerra, ma senza una forza che le colleghi e le porti sul terreno politico sbattono contro un soffitto fissato dai partiti borghesi.
Lavorare in questa direzione significa accettare una responsabilità storica ed un compito non facile di fronte alla complessità della fase attuale nella quale la debolezza del movimento operaio e comunista, la frammentazione uscita dalla liquidazione del PCI e gli anni dell’opportunismo fanno apparire le sfide che abbiamo davanti come insuperabili.
Eppure di fronte al carattere della società in cui viviamo, ancora oggi fondata sullo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, di fronte alla guerra, alla disoccupazione, alla precarietà del lavoro e al peggioramento generalizzato delle condizioni di vita la necessità dell’abbattimento del capitalismo, che produce queste contraddizioni, emerge in tutta la sua cocente attualità. E in questo Gramsci, e insieme a lui il marxismo, garantiscono strumenti di lettura di questa fase e i mezzi per attrezzarsi a combattere le forze che determinano in ultima istanza il carattere ingiusto e reazionario del sistema nel quale viviamo.
Così recuperare l’importanza della “guerra di posizione” in Gramsci, come parte di una strategia rivoluzionaria utile a misurarsi con la società capitalistica odierna e non – come talvolta viene fatto – come legittimazione di visioni riformiste o elettoralistiche, o, ancora, concepire la lotta per l’”egemonia” come una lotta che avviene su una dimensione di classe e sulla base dell’organizzazione, senza ridurla a mero scontro per il consenso o per la costruzione di influenze culturali genericamente progressiste nella società, sono aspetti imprescindibili se vogliamo tutelare il patrimonio rappresentato dalla riflessione gramsciana e utilizzarlo come utile strumento oggi.
A cento anni esatti dal suo arresto ricordare Gramsci significa non arretrare di fronte a una situazione odierna che, certamente, è arretrata, significa non rinunciare al proprio ruolo storico, lavorare per connettere le avanguardie di classe, riorganizzarsi nei luoghi di lavoro, segnare col proprio lavoro quotidiano giorno dopo giorno degli avanzamenti nel radicamento nella classe, perché quegli avanzamenti sono in nuce le trincee della guerra di posizione che dobbiamo condurre per riprenderci il futuro.
Infine, credo che non sia sbagliato sottolineare che Gramsci non si esaurisce solo in un lascito di teoria ed esperienza pratica ma rappresenta anche un esempio fondamentale di determinazione e perseveranza. La sua è anche la vicenda di un uomo che compì una scelta di vita, un uomo che con parole affettuose scrisse alla madre che sarebbe stato pronto ad affrontare qualunque condanna: “La vita è cosí, molto dura, e i figli qualche volta devono dare dei grandi dolori alle loro mamme, se vogliono conservare il loro onore e la loro dignità di uomini”2. E così dietro le sbarre di una cella mantenne salda la propria convinzione senza cedere allo sconforto e scrisse parole che infondono energia anche a noi che oggi, fra mille difficoltà, portiamo avanti quella stessa battaglia: “Anche quando tutto è o pare perduto, bisogna rimettersi tranquillamente all’opera, ricominciando dall’inizio”3.
2 Gramsci, lettera alla madre del 10 maggio 1928, scritta da San Vittore a Milano poco prima del trasferimento a Roma per il processo davanti al Tribunale speciale
3Gramsci, lettera al fratello Carlo del 12 settembre 1927 scritta da San Vittore a Milano in attesa del processo





