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Home›Terza pagina›Musica›«La musica come sincera passione per la liberazione della Palestina»: intervista a Tära

«La musica come sincera passione per la liberazione della Palestina»: intervista a Tära

Di Redazione
12/07/2025
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Tamara Al Zool, in arte Tära, è un’artista di origine palestinese, nata e cresciuta in Italia dopo che la sua famiglia fu costretta ad abbandonare la Palestina a seguito della Nakba (l’espulsione forzata da parte di Israele di centinaia di migliaia di arabi dal territorio della Palestina storica nel 1948). Per le sue canzoni, Tära fa ricorso al genere Arab’n’B, uno stile di R&B arricchito di sonorità mediorientali e i cui testi sono in tre lingue (arabo, italiano e inglese).

Nel corso della sua presenza all’edizione del 2025 della festa Avanguardia, abbiamo dialogato con lei per riflettere insieme sul ruolo della musica e su come questa possa intrecciarsi con la dimensione politica e sociale.

 

ON: Benvenuta ad Avanguardia, la nostra festa popolare nella borgata romana di Tiburtino III, con l’obiettivo di proporre arte e socialità per gli strati popolari. In particolare, da artista di origini palestinesi e con la causa palestinese nel cuore, cosa ne pensi della nostra idea di unire lo spirito della festa con la raccolta fondi a favore della sanità a Gaza? 

T: Innanzitutto per me è sempre un onore avere un palco, perché non è una cosa scontata, soprattutto da palestinese: all’inizio è stato un po’ difficile avere spazio, avere voce. Quindi avere voce secondo me è la cosa più importante, di questo sono molto grata alle organizzazioni promotrici di Avanguardia che mi hanno presa in considerazione. Personalmente poi credo che ogni spazio sia un palco; in questo caso c’era un palco vero ma qualsiasi spazio dove un artista può parlare e dire la propria anche attraverso la musica, che è una cosa che più di tutte unisce, è una cosa molto importante. Insomma ho preso molto a cuore questa serata.

ON: Tära, tu sei palestinese e cresciuta in Italia. Cosa hai ascoltato crescendo, che percorso musicale hai fatto per arrivare all’Arab&B, come l’hai definito tu? 

T: Diciamo che sono cresciuta principalmente con la musica internazionale e con la musica araba in famiglia; solo più tardi ho scoperto il panorama musicale italiano. Ho sempre ascoltato l’R&B che non ha una radice forte in Italia, tra i miei artisti preferiti ad esempio Michael Jackson, Beyoncé e Shakira sono uniti da una connotazione molto identitaria. Ho sempre ammirato di loro la capacità di unire attraverso la musica e i concerti, e questa cosa per me è bellissima ed è sempre stata il mio sogno. Alla fine è successo tutto molto naturalmente: ho unito la mia identità, la cultura araba e la lingua, e tutte queste altre influenze che ci sono state crescendo. Ho iniziato da molto piccola a cantare per piacere, poi a studiare canto dai 14-15 anni. Ma ci ho messo un po’ ad accettare la mia identità palestinese, e a non nasconderla, e non è stato facile in un paese occidentale. Ci sono molti stereotipi, la scuola ad esempio è un luogo purtroppo in cui nascono e si rafforzano: è stato difficile ma crescendo ho capito chi sono veramente. Nel 2020 poi, con la pandemia, durante il lockdown ho potuto trascorrere molto tempo da sola con me stessa, riscoprirmi e riscoprire la musica che mi piaceva. Circa nel 2022 è nato questo progetto di portare al pubblico la musica araba: ho iniziato da sola, ed è stato molto difficile declinare quello che avevo in testa in musica. Fortunatamente attorno a me è cresciuta una squadra che mi ha aiutato a portare questa visione in quello che è oggi: il percorso è stato lungo e sarà ancora lungo spero, ci sono ancora tante cose che voglio far ascoltare all’Italia e al mondo.        

ON: Che conseguenze ha avuto l’essere di origini palestinesi sulla tua vita privata e sul tuo essere artista?

T: All’inizio mi nascondevo molto, io sinceramente la vedevo come una vergogna. Erano limiti che mi ponevo da sola, avevo paura di essere giudicata, anche perché sono stata giudicata. Ma non solo per l’essere palestinese, è proprio l’origine mediorientale che veniva stigmatizzata. Mi rendo conto che sono questi limiti che i ragazzi e le ragazze a cavallo tra più culture si pongono internamente, limiti che partono da un pregiudizio già nostro che porta a nascondersi. Fortunatamente ho avuto sempre un carattere determinato e intraprendente da un lato, e dall’altro anche la mia famiglia che è sempre stata fiera della propria identità e cultura: ci hanno sempre parlato in arabo, insegnato la lingua e fatto amare quello che siamo.                    

ON: Oggi il panorama musicale mainstream (non necessariamente “pop”) tende a evitare prese di posizione nette; quando si avventura sul terreno politico, lo fa spesso restando all’interno dei confini del pensiero dominante o, al massimo, scegliendo temi che non creano attriti. Secondo te, quale responsabilità dovrebbe assumersi chi fa arte rispetto alle questioni sociali?

«La musica come sincera passione per la liberazione della Palestina»: intervista a Tära alla festa Avanguardia

Tära si esibisce ad Avanguardia, 5 luglio 2025

T: Tu hai detto una parola, il pop, che per me è una cultura, o meglio un trend: tante cose diventano pop nel senso di diventare una moda, l’abbiamo visto molte volte. Per me invece è importante prendere una posizione: non vorrei mai che la Palestina diventasse pop in quel senso, cioè soggetta alle velocità con cui un tema viene e va nei media, sostanzialmente qualcosa su cui lucrare e buttare via appena si è spremuto tutto ciò che si può spremere. Questo è qualcosa che mi fa molto male, perchè noi palestinesi siamo passati dall’essere invisibili al momento in cui tutti sanno il nostro nome, ma in quanti sono davvero interessati alla nostra storia, a quello che abbiamo passato? 

Io continuerò a raccontare il nostro trauma generazionale, è una cosa che ci portiamo dietro, in modo indelebile: i miei nonni sono sopravvissuti alla Nakba, la mia famiglia è stata sfollata e ho ancora dei parenti a Gaza. È veramente difficile riuscire a declinare questa storia in musica, è una difficoltà di tutti gli artisti che si occupano di questo tema, affrontarlo senza che diventi un giusto per. C’è un sottile filo che non dovrebbe essere mai spezzato, un limite che non può essere superato, finché si riesce a rimanere nell’ambito della sincera passione per la liberazione della Palestina allora siamo di fronte al modo giusto di fare musica.         

ON: Di fronte all’annientamento in corso del popolo palestinese, quale spazio credi possa avere l’espressione artistica — che sia musica, cultura o voce individuale — nel prendere posizione e sostenere la battaglie per la liberazione nazionale?

T: Secondo me l’artista dev’essere voce in ogni modo e con ogni mezzo, voce e scrittura. È importante innanzitutto ascoltare la voce palestinese vera, quella che sta uscendo da Gaza adesso, con tanti artisti di cui finalmente si parla. Ad esempio c’è un libro della cui diffusione sono felicissima, si intitola “Poesie da Gaza”, è un’opera che consiglio a tutti: non solo al pubblico, ma anche agli artisti che vogliono abbracciare la nostra cultura e la nostra storia, con l’intento di capirci un po’ di più, afferrare qual è la soglia del dolore che proviamo. Il ruolo della musica quindi è dare voce, ne sono convinta.     

ON: Da quali figure artistiche, musicali e culturali palestinesi hai tratto ispirazione? A chi in Palestina oggi va il tuo pensiero?

T: Ce ne sono tante di figure di artisti palestinesi, sia cinematografici sia poeti come Mahmoud Darwish che è uno dei più conosciuti, che riescono ad incarnare molto bene. Ma al di là dei nomi famosi, ci sono tanti artisti che emergono solo ora tramite i social network, addirittura bambini che hanno queste doti artistiche incredibili rispetto alla situazione in cui si trovano. Non potrò mai dimenticare quello che mio padre mi ha sempre detto, anche recentemente, cioè che in fondo tutti i palestinesi sono degli artisti. È strano, però è vero: io vengo da una famiglia completamente composta da artisti interiori, creativi e persone che hanno voglia di farsi sentire, e questo è un po’ una cura al trauma di cui parlavo prima. Quindi di artisti è veramente pieno, ad oggi ogni palestinese che usi la sua voce è un’artista perché rimarrà nella storia. Il mio pensiero va a tutti, da Gaza ai territori occupati, è una situazione che è difficile spiegare con le emozioni e trasformarle in parole. Io spero di poter fare una piccolissima parte provando anche solo a portare tutto quello che riguarda noi e rompere gli stereotipi attraverso la musica.

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