Quarta parte · Chi paga il conto
Nelle prime tre parti abbiamo visto come si forma il prezzo dell’elettricità, chi ne incassa la rendita e perché questa rendita non è un incidente, ma è scritta nella regola del prezzo e nel modo in cui sono fatti gli impianti. Il confronto con la Francia e la Spagna ha mostrato che a decidere chi ne beneficia sono i rapporti di forza. In quest’ultima parte vediamo chi paga il conto: quanto pesa quando l’acqua manca, quanto pagheremmo se il prezzo si formasse come prima del 1999, quali illusioni evitare e dove si può intervenire.
L’acqua che manca: clima e idroelettrico
L’idroelettrico è la fonte che guadagna di più dall’accoppiamento ed è anche la più esposta al cambiamento climatico, e le due cose si legano in un modo che finisce, ancora una volta, sulle spalle di chi paga le bollette.
Un singolo anno dice poco: nel 2025 la produzione idroelettrica è calata del 21,2% (dati Terna), ma il confronto è con un 2024 piovosissimo, da record. A preoccupare è la tendenza.
Nel 2022 l’idroelettrico è sceso a circa il 10% della produzione nazionale, il valore più basso dagli anni Cinquanta, con 17 TWh in meno rispetto al 2021 (dati Terna), dopo l’inverno più secco e mite degli ultimi trent’anni. La neve, che per le dighe alpine fa da serbatoio naturale accumulandosi d’inverno e sciogliendosi in primavera e d’estate, è sempre più scarsa: ad aprile 2023 l’acqua contenuta nel manto nevoso era il 64% sotto la media degli ultimi dodici anni, e a metà maggio 2026 il deficit nazionale era del 48%, del 56% nel bacino dell’Adige, con un aprile di oltre 3 gradi più caldo del normale (dati Fondazione CIMA). In Emilia-Romagna, tra il 2000 e il 2021, la potenza installata è aumentata ma la produzione è calata in media di quasi 18 GWh l’anno, soprattutto per ragioni climatiche (dati ARPAE Emilia-Romagna), e il ritiro dei ghiacciai ridurrà i deflussi estivi al punto che in Valle d’Aosta si prevede un forte calo della produzione entro fine secolo (dati Regione Valle d’Aosta).
Qui entra in gioco l’accoppiamento e quindi i sussidi occulti che gli italiani pagano sistematicamente in bolletta a sostegno degli utili delle aziende del settore energetico.
Negli anni secchi le dighe producono meno, il gas lavora di più e il prezzo sale, e chi possiede le dighe perde in quantità ma guadagna di più su ogni megawattora. Nel 2022 l’idroelettrico era ai minimi, eppure i prezzi erano così alti che i margini dei produttori sono rimasti enormi. Il prezzo legato al gas funziona così come un’assicurazione contro la siccità per i padroni delle dighe, e il premio lo pagano i consumatori: meno acqua significa più ore di gas, più accoppiamento, bollette più care. Dentro questa regola il cambiamento climatico diventa un’altra voce del carovita. L’assicurazione, certo, non copre tutto, e nel 2025 Enel ha visto calare i margini italiani anche perché ha piovuto meno (bilancio Enel 2025): la rendita dipende dal prezzo, ma anche dalla quantità d’acqua che scende dalle montagne.
Prima della liberalizzazione: il prezzo a costo medio
Fino al 1999 in Italia questa rendita, semplicemente, non nasceva. Nel 1962 il primo governo di centro-sinistra nazionalizzò l’industria elettrica e creò l’Enel, con uno scopo fissato nero su bianco: «assicurare con minimi costi di gestione una disponibilità di energia elettrica adeguata per quantità e prezzo alle esigenze di un equilibrato sviluppo economico del Paese» (legge 6 dicembre 1962, n. 1643, art. 1, citata nella sentenza della Corte costituzionale n. 14 del 1964). Non esisteva una borsa elettrica, e la tariffa era fissata dall’autorità pubblica sulla base dei costi dell’Enel: esercizio, combustibili, ammortamenti e un rendimento riconosciuto. Era quindi un prezzo a costo medio, in cui il petrolio e poi il gas entravano in bolletta solo per la quota di energia prodotta davvero con quei combustibili, e una diga ammortizzata pesava per quello che costava, non per quello che costava il gas.
Non era certo un sistema senza difetti, ma su questo punto era netto. E non per merito di una formula tariffaria: il costo medio funzionava perché un unico soggetto pubblico possedeva centrali e rete, decideva che cosa costruire e fissava il prezzo. Senza quel controllo, una tariffa a costo medio resterebbe sulla carta. A smontarlo fu un altro governo di centro-sinistra: il decreto Bersani (d.lgs. 79/1999), approvato dal governo D’Alema il 16 marzo 1999 per recepire la direttiva europea sul mercato interno, obbligò l’Enel a cedere 15.000 MW di centrali, e nel 2004 nacque la borsa, e con lei il prezzo marginale.
Quanto pagheremmo oggi se un acquirente pubblico comprasse l’energia al suo costo pieno e la rivendesse al costo medio? Abbiamo rifatto i conti con la produzione del 2025, pagando ogni fonte i suoi costi più una remunerazione normale del capitale, senza rendita. Il risultato è di circa 98 euro al megawattora contro i 115 del prezzo marginale, il 15% in meno, pari a circa 5,5 miliardi l’anno. Con il gas più economico del 30% la differenza scenderebbe al 9% (86 euro contro 95), ma in una crisi come quella del 2022 il risparmio salirebbe al 38% (189 euro contro 304), cioè circa 36 miliardi lasciati nelle tasche dei consumatori. Sono stime, con un margine di circa il 15% sui costi delle singole fonti.

Nostre stime su dati GME e Terna: produzione del 2025, ogni fonte pagata ai suoi costi pieni più una remunerazione normale del capitale (margine di circa il 15%)
Per una famiglia di 2-3 persone che consuma 2.700 kWh l’anno, in una crisi come quella del 2022 il risparmio sarebbe di circa 340 euro, circa 57 euro a bimestre. Il vero effetto si vede nelle crisi, perché il prezzo a costo medio sale solo per la parte di elettricità prodotta col gas, mentre quello marginale sale su tutta: con i 208 euro di settembre siamo molto più vicini allo scenario di crisi che a quello normale. Il gas copre comunque il 44% della domanda e un suo rincaro peserebbe lo stesso, ma non si trascinerebbe dietro anche il prezzo dell’acqua, del vento e del sole. È questo che vuol dire essere meno esposti al carovita.

Fonte: GME; medie mensili riportate da brokerperlenergia.it per i mesi non verificati sulle pubblicazioni GME
C’è però una condizione che decide tutto, ed è il modo in cui lo Stato torna in possesso degli impianti. Se li ricomprasse a prezzo di mercato, pagherebbe in anticipo la rendita futura già incorporata nel loro valore, e il risparmio sparirebbe. Il risparmio c’è solo se gli impianti si recuperano al costo storico, e l’occasione esiste: alla scadenza delle concessioni idroelettriche, in gran parte nel 2029, le opere principali tornano alla mano pubblica.
Chi paga, e cosa c’è in gioco
Il governo, dal canto suo, si è guardato bene dal toccare questa rendita. Ha scelto invece di rimborsare alle centrali a gas i costi delle emissioni di CO₂, circa 4 miliardi pagati in bolletta (decreto sulla crisi energetica, art. 6), cioè di abbassare il costo dell’ultima centrale della fila lasciando intatti i guadagni di tutte le altre, e si è limitato ad aggiungere per il 2026-27 due punti di IRAP alle società energetiche, un prelievo che non scalfisce il meccanismo. Intanto il suo ministro dell’Ambiente propone di rinnovare le concessioni idroelettriche a chi le gestisce da quarant’anni.
Lo scontro, intanto, non è solo tra chi produce l’energia e le famiglie. La rendita elettrica pesa anche sulle altre imprese, che pagano l’energia più delle concorrenti spagnole e francesi e vedono una parte dei propri profitti finire nelle casse di chi possiede le dighe e gli impianti rinnovabili. La richiesta degli energivori di sganciare le rinnovabili dal gas, le proteste dei produttori, come Edison, contro il rimborso della CO₂, la lettera di Eurelectric sono i segni di un conflitto dentro il capitale, e finché la rendita resta, si riaprirà a ogni rialzo del prezzo. Ma le soluzioni che si cercano si somigliano: energia a prezzo di favore per l’industria, come nella «quarta via» proposta per le concessioni (rinnovarle agli attuali gestori in cambio di investimenti e di una quota di energia ceduta all’industria), rimborsi pagati in bolletta. Il costo si sposta da un’impresa all’altra, e le famiglie restano fuori dall’accordo.
Marx aveva già visto questo schema nell’Inghilterra dell’Ottocento. Gli industriali chiedevano di abolire i dazi sul grano, che arricchivano i proprietari terrieri, per far scendere il prezzo del pane. Gli operai non si fecero illusioni: sapevano che «il pane a buon mercato» sarebbe servito agli industriali per abbassare i salari (Discorso sul libero scambio, 1848). Ma non stettero a guardare: approfittarono della divisione tra i loro avversari, e i proprietari terrieri, per ripicca contro gli industriali, votarono con loro la legge che limitava la giornata di lavoro a dieci ore. Lo scontro tra frazioni del capitale non è un’alleanza per chi paga la bolletta. È uno spazio da occupare, con una posizione propria.
Bisogna però guardarsi da due illusioni. La prima è che basti la proprietà pubblica. Il Tesoro è già il primo azionista di Enel, i Comuni di Milano e Brescia controllano A2A, la Valle d’Aosta possiede CVA, che nel 2025 ha distribuito 85 milioni di utili, e oggi questi enti incassano la rendita sotto forma di dividendi, come una tassa indiretta riscossa in bolletta: uno Stato che si comporta da azionista non esercita alcun controllo sociale sull’energia. La seconda è che la regola si possa cambiare con una lettera a Bruxelles. La riforma europea del mercato elettrico del 2024 l’ha confermata, e nel 2026 i governi hanno discusso soltanto di come rendere il gas meno caro, non di togliergli il ruolo di chi fa il prezzo. La regola resta in piedi perché la difende chi ne beneficia: cambiarla è una questione di rapporti di forza, non di buona tecnica.
Il terreno concreto, intanto, ha una data precisa: le concessioni idroelettriche in scadenza entro il 2029. Rinnovarle agli attuali gestori vorrebbe dire consegnare per altri decenni la parte più ricca della rendita a chi già se ne appropria. Su questo, e su chi debba controllare l’energia prodotta con l’acqua di tutti, si misura se il prezzo della luce resta una questione di mercato o diventa una questione sociale.
Una tendenza, non un destino
Tiriamo le fila, e sgombriamo subito il campo da un equivoco: niente di quello che abbiamo scritto è un argomento contro le rinnovabili. Il sole, il vento e l’acqua sono una conquista: un’energia che non brucia niente, che non va comprata all’estero e che, una volta costruiti gli impianti, costa quasi nulla da produrre. È progresso nel senso più pieno, perché potrebbe rendere l’energia più abbondante e meno cara per tutti. Il problema non è la tecnica ma chi la possiede. E non dipende da quale fonte si usa, ma dalla regola con cui si forma il prezzo: lo stesso accadrebbe con il nucleare o con qualunque altra fonte a basso costo. Finché tutta l’energia si paga quanto l’ultima centrale chiamata a produrre, ogni impianto più economico incassa la differenza come rendita. In un sistema capitalistico quel progresso non arriva a chi accende la luce: si ferma nelle casse di chi possiede gli impianti. E più la tecnica rende l’energia economica da produrre, più chi la possiede ha bisogno di tenerne alto il prezzo, perché, con un capitale quasi tutto fisso, il suo guadagno dipende dal prezzo più che da quanto produce. Il capitalismo mette così in contraddizione progresso e benessere: la stessa innovazione che potrebbe abbassare le bollette diventa una rendita da difendere.
La diga è la cascata di Marx: vende al prezzo fissato dal gas, come la fabbrica ad acqua vendeva al prezzo delle fabbriche a carbone, e intasca la differenza come rendita. Le centrali rinnovabili sono quasi solo capitale fisso, e la borsa paga solo il capitale circolante dell’ultima centrale accesa, il gas che brucia: il loro capitale si ripaga, e frutta rendita, solo quando a fare il prezzo è il gas. Per chi le possiede, la rendita è la condizione stessa del guadagno, e lo è per come sono fatte. Ne discende un interesse preciso: che il gas continui a fare il prezzo, almeno la sera e d’inverno, il più a lungo possibile. E quella rendita dura tanto più quanto più restano lenti i permessi, lunghe le code per allacciarsi alla rete e scarsi gli accumuli.
Più di un secolo fa Lenin aveva descritto questo meccanismo con precisione. Dove il monopolio può imporre i suoi prezzi «vengono paralizzati, fino ad un certo punto, i moventi del progresso tecnico», e sorge «la possibilità economica di fermare artificiosamente il progresso tecnico». Ma aggiungeva subito che nessun monopolio esclude per sempre la concorrenza, e che la tendenza alla stagnazione si impone soltanto «in singoli rami industriali e in singoli paesi», «per determinati periodi di tempo» (L’imperialismo, cap. VIII). È questa la transizione energetica capitalistica: avanza solo nella misura in cui non intacca la rendita di chi possiede gli impianti. Non si ferma, ma va al passo della rendita, e accelera solo quando la rendita ha trovato una nuova forma. Non serve un complotto: basta che chi incassa la rendita pesi più di chi la paga. L’elettricità italiana del 2026 è uno di quei rami, l’Italia uno di quei paesi, e questi sono anni di quel periodo.
Marx aveva dato un nome a questa situazione: i rapporti di produzione che, «da forme di sviluppo delle forze produttive, si convertono in loro catene» (Prefazione a Per la critica dell’economia politica, 1859). Il punto allora non è scegliere tra il progresso e le bollette, né rallentare la transizione per proteggere i consumatori: è mettere il progresso contro il capitalismo che lo imbriglia. Perché il sole, il vento e l’acqua diventino davvero energia di tutti, devono essere di tutti gli impianti che li trasformano: proprietà sociale, gestita al costo e sotto il controllo di chi lavora e di chi consuma, non un pacchetto azionario che lo Stato tiene per incassarne i dividendi. Quanto durerà la rendita non lo decide la tecnica, ma la forza di chi oggi paga il conto.






