Premessa: chi scrive è comunista, rivendica la storia dell’URSS, che ebbe il ruolo chiave nella liberazione degli ebrei dai campi di sterminio e nella sconfitta del fascismo in Europa, si riconosce nella tradizione politica comunista costruita anche da molti compagni di origine ebraica ed è tra i fondatori del Fronte della Gioventù Comunista, il cui nome si richiama al Fronte della Gioventù per l’Indipendenza Nazionale e per la Libertà fondato da Eugenio Curiel, comunista ed ebreo.
Chi scrive, inoltre, ritiene che ciò che conta non sia la matrice etnica o religiosa delle persone, bensì le azioni che esse compiono e le idee che portano avanti. Essere stati vittime non rende, per il solo fatto di esserlo stati, incapaci di diventare a propria volta carnefici: chi è stato vittima, proprio perché è umano come ogni altro, conserva la stessa possibilità di compiere azioni giuste o ingiuste, di subire l’oppressione o di esercitarla.
Il problema, non è l’origine etno-religiosa, il problema è il suprematismo etnico o religioso: una concezione che considera un gruppo umano intrinsecamente superiore agli altri e che, nel corso della storia, ha assunto forme diverse, con specifici connotati e riferimenti. Proprio per questo, anche nel presente, può assumere nuove forme e nuovi connotati, senza che ciò debba essere confuso con l’appartenenza etnica o religiosa in sé.

Il Regno Unito è stato il primo Paese europeo a riconoscere la definizione di antisemitismo formulata dall’IHRA
Nella giornata del 9 settembre sarebbe dovuto andare in discussione alla Camera il DDL Antisemitismo (analizzato negli scorsi mesi in maniera dettagliata da un articolo de L’Ordine Nuovo), già approvato al Senato grazie ai voti del centro-destra, di Azione, di Italia Viva e parte del Partito Democratico. In concomitanza con la discussione della legge, il cui voto è slittato al 2 ottobre, si è tenuto sotto Montecitorio un presidio molto nutrito che ha visto la partecipazione di diverse realtà politiche e associative, dalla CGIL all’ARCI passando per i partiti all’opposizione – compresi quelli che al loro interno hanno avuto i franchi tiratori che al Senato hanno votato a favore del DDL – fino alle organizzazioni extraparlamentari e afferenti all’area di classe. Una risposta ampia, anche se non priva di contraddizioni, frutto della preoccupazione per un disegno di legge antidemocratico che finirà col bollare come antisemita ogni sostegno alla causa palestinese e ogni critica allo Stato d’Israele.
Difatti, il disegno di legge proposto dal senatore Gasparri si inserisce nel solco delle indicazioni del Parlamento europeo che, con la risoluzione del 2017 sulla lotta contro l’antisemitismo, invita gli Stati membri dell’Unione europea, nonché le istituzioni e le agenzie dell’Unione, ad adottare e applicare la definizione operativa di antisemitismo elaborata dall’IHRA (Alleanza Internazionale per la Memoria dell’Olocausto). La definizione dell’IHRA è estremamente problematica poiché in diversi aspetti sovrappone le critiche allo Stato d’Israele e l’antisionismo all’antisemitismo. Ad esempio viene considerato come antisemita il «fare paragoni tra la politica israeliana contemporanea e quella dei Nazisti» o «applicare due pesi e due misure nei confronti di Israele richiedendo un comportamento non atteso da o non richiesto a nessun altro stato democratico».

Anche in Germania la repressione del movimento a sostegno della Palestina è stata molto violenta
Questa preoccupazione, condivisa tra gli altri da associazioni come Amnesty International, non è campata in aria. Nel Regno Unito, il primo Paese ad assumere come definizione di antisemitismo quella dell’IHRA, la repressione delle manifestazioni a favore della Palestina è stata ampia e diffusa come anche in Germania, proprio perché grazie all’utilizzo della definizione di antisemitismo fornita dall’IHRA si sono bollate come antisemite le posizioni legittime dei manifestanti.
È evidente che in un Paese dove esiste già una legislazione contro le discriminazioni a sfondo razziale, ad esempio con la Legge Mancino, questo provvedimento è la risposta repressiva che il governo dà al movimento di solidarietà e sostegno alla lotta palestinese.
Un boomerang che sortirà l’effetto opposto
Come riportato anche nell’articolo del Manifesto «Contro una definizione antisemita di antisemitismo», la tesi di fondo che anima il DDL — ossia l’equiparazione della condanna delle politiche di Israele all’antisemitismo — rischia sostanzialmente di sovrapporre le politiche del governo israeliano, comprese quelle denunciate come genocidarie e di apartheid, agli ebrei nel loro complesso. Un’operazione che finisce per danneggiare innanzitutto quegli stessi ebrei che si espongono pubblicamente contro il sionismo e contro le politiche del governo israeliano.
La contraddizione insita in questa scelta politica è del tutto autoevidente: storici e accademici ebraici come gli israeliani Ilan Pappé e Avi Shlaim o personalità pubbliche come Moni Ovadia in Italia secondo questa legge finirebbero per essere etichettati come antisemiti solo in quanto critici irriducibili della pulizia etnica della Palestina da parte di Israele! Anche associazioni ebraiche o singoli individui attivi nel nostro paese per la pace in Palestina paradossalmente rischierebbero di incorrere in accuse di questo tipo.
Si tratta di un’operazione estremamente pericolosa. Da un lato, ciò che il governo israeliano sta facendo è sotto gli occhi di tutti e, associandolo indistintamente agli ebrei, si scarica su di loro il fardello delle responsabilità del governo di Tel Aviv. Dall’altro, bollando sostanzialmente milioni di persone come antisemite, si rischia di svuotare il termine stesso del suo significato: se tutti sono antisemiti, alla fine nessuno lo è più, nemmeno coloro che professano realmente ideologie razziste o che coltivano nostalgie e fascinazioni per il ventennio fascista.
Fortunatamente, all’interno delle oceaniche manifestazioni a sostegno della Palestina, l’antisemitismo non ha mai trovato alcuno spazio. Al contrario, quando hanno provato ad affacciarsi soggetti portatori di posizioni apertamente razziste o di nostalgie fasciste, sono stati respinti e allontanati dalle stesse piazze che manifestavano per la Palestina.
La natura estremamente problematica e contraddittoria di questo disegno di legge contro l’antisemitismo, caratteristica difficile da ignorare da chi abbia dimestichezza con questo concetto, in conclusione, rende palese l’obiettivo spiccatamente repressivo della misura. Una misura che si porrebbe, dunque, sulla scia delle tante altre leggi repressive promosse e fatte approvare dall’attuale governo, con l’aggravante di contribuire ad “avvelenare i pozzi” per derubricare la lotta palestinese ad una questione di odio contro l’ebreo e non al sacrosanto diritto di un popolo di liberarsi dal giogo di una forza coloniale, annullando così ogni dibattito futuro circa il diritto del popolo palestinese di non essere oppresso e di disporre di un suo Stato.








