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Home›Copertina›Groenlandia: “fardello” della Danimarca?

Groenlandia: “fardello” della Danimarca?

Di Francesco Cappelluti
12/03/2026
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Anche se la questione sembra per il momento essere passata in secondo piano (non tanto per una perdita di interesse USA quanto per la giravolta di eventi affastellatisi nel frattempo, dal rapimento di Maduro all’attacco all’Iran), non si può dimenticare come gli ultimi mesi del 2025 e le prime settimane del 2026 siano stati animati, a livello internazionale, dalle minacce dell’amministrazione Trump contro la Groenlandia, un evento senza precedenti nella storia delle relazioni tra paesi formalmente alleati nella NATO. Già durante la sua prima presidenza, Trump aveva espresso l’interesse degli Stati Uniti a comprare e annettere la Groenlandia, adducendo motivi di interesse nazionale. Come si può vedere in Figure 1, infatti, la grande isola artica si trova esattamente a metà strada tra gli Stati Uniti e i suoi avversari Russia e Cina. Una posizione che la Groenlandia condivide col Canada, che non a caso è stato anche oggetto delle ripetute e minacciose attenzioni di Trump.

La posizione strategica della Groenlandia nell’artico, esattamente sulla rotta che connette Mosca a Washington

Ancor più importante del suo uso come base avanzata nel caso di un ipotetico conflitto tra gli USA e la Russia o la Cina, poi, sono le grandi ricchezze minerarie che l’isola custodisce, tanto sulla terraferma quanto nei fondali a cui la sua zona economica esclusiva1 darebbe accesso (si stima che l’Artico custodisca il 13% delle riserve di petrolio e il 30% di quelle di gas non ancora sfruttate). Per quanto l’interno sia ancora inesplorato, a causa della calotta di ghiaccio che lo ricopre, spessa in alcuni casi più di 3 km, le zone costiere mostrano già grandi potenzialità di estrazione. Il sottosuolo dell’isola ospita infatti ben 25 delle 34 materie prime critiche individuate nel 2023 nello European Critical Raw Material Act, oltre a giacimenti di zinco che sono considerati tra i più promettenti del mondo ancora non sfruttati. Il cambiamento climatico e il conseguente ritiro dei ghiacci rendono ora queste risorse più facilmente sfruttabili.

Questo spiega il perché dell’interesse statunitense per la Groenlandia, che ha portato, negli ultimi mesi, a un irrigidimento senza precedenti delle relazioni tra USA, Danimarca (di cui la Groenlandia costituisce un possedimento, per quanto caratterizzato da una grande autonomia) e UE, culminato con una dichiarazione congiunta di vari leader europei e l’invio (alquanto comico, considerando le dimensioni dei distaccamenti coinvolti) di soldati europei nell’area, per non meglio precisate “missioni di ricognizione”.

Manifestazione del 17 gennaio a Copenhagen in sostegno della Groenlandia

In più, le minacce di Trump hanno dato origine a grandi proteste tanto a Nuuk, la capitale dell’isola, quanto a Copenaghen, culminate con una grande manifestazione tenutasi in contemporanea nelle due città il 17 gennaio. In Danimarca, in particolare, la questione ha scatenato un’ondata di indignazione e orgoglio nazionale senza precedenti, con bandiere groenlandesi esaurite nei negozi ed esponenti della comunità groenlandese invitati da un evento all’altro. 

Una reazione nient’affatto scontata, data la storia non idilliaca dei rapporti tra i due paesi e l’opinione non positiva che gran parte della popolazione danese nutriva verso la Groenlandia e la sua popolazione, perlomeno fino a qualche mese fa. Ci si sarebbe potuti aspettare che gran parte della popolazione e della classe politica avrebbero accolto con favore la possibilità di liberarsi, per di più dietro pagamento, di quello che nel discorso pubblico è spesso descritto come il “fardello” della Danimarca. Ma così non è stato, ed è quindi intenzione di questo articolo analizzare più in profondità la storia della Groenlandia e del rapporto che la Danimarca ha con quest’ultima.

Il paese è stato colonizzato da norvegesi e danesi già a partire dal medioevo ed è stato una colonia (biland) danese a partire dal 1814, come effetto collaterale delle guerre napoleoniche. Durante la Seconda guerra mondiale, la Groenlandia è rimasta completamente isolata dalla Danimarca, occupata dalle truppe tedesche, e priva degli indispensabili rifornimenti provenienti dalla madrepatria. È a partire da questo periodo che l’isola ha sviluppato un rapporto particolare con gli Stati Uniti: essi l’hanno infatti gestita durante tutta la guerra, impiantandoci basi militari e usandola come scalo per gli aerei diretti in Europa. Già all’indomani della guerra gli americani offrirono per la prima volta di comprare formalmente la Groenlandia per la somma di cento milioni di dollari, ricevendo però un rifiuto. Il governo statunitense non si diede tuttavia per vinto e nel 1951 convinse la Danimarca a firmare un trattato con il quale le forze armate americane furono autorizzate ad aprire basi e trasferire armamenti in quantità illimitata sull’isola. La più famosa delle basi americane è la Pituffik Space Base (Thule Air Base fino al 2023), nell’estremo nord del paese, che è arrivata ad ospitare 6000 militari negli anni della Guerra Fredda ed è stata teatro di un famoso incidente atomico nel 1968.

Nel frattempo, la Groenlandia è passata dall’essere una colonia danese ad avere uno status sempre più autonomo, con il referendum del 2008 che ha sancito l’autogoverno del paese, lasciando alla Danimarca soltanto la gestione di politica estera, finanze e difesa. Ciononostante, il sostegno economico della Danimarca (4,3 miliardi di corone come contributi diretti nel 2024, a cui va sommato un altro miliardo e mezzo di spese per difesa e forze dell’ordine, per un totale di quasi 800 milioni di euro) contribuisce ancora per un quarto al PIL dell’isola, e per più di un terzo al bilancio del governo locale.

I rapporti tra la madrepatria e la colonia non sono sempre stati, come scritto, idilliaci, per quanto il colonialismo danese tenda a presentarsi, in analogia con quello italiano, come un colonialismo su piccola scala e “benigno”. È ad esempio famoso il caso delle sterilizzazioni forzate avvenute negli anni Sessanta e Settanta del XX secolo, quando più di 4500 donne groenlandesi, di etnia Inuit e quindi appartenenti alle classi sociali più basse, furono sterilizzate in modo che non potessero avere figli, con l’obiettivo di controllare la crescita della popolazione indigena. Questo avvenne spesso a loro insaputa, sfruttando la loro ignoranza e la barriera linguistica tra nativi e classi dirigenti di origine danese, con gravi conseguenze per la loro salute. Un altro caso che ha fatto scalpore è quello del cosiddetto “esperimento dei piccoli danesi” (conosciuto in Danimarca semplicemente come “l’esperimento”, eksperimentet), in cui 22 bambini groenlandesi, tra i 6 e i 9 anni, furono sottratti alle loro famiglie nel 1951 e inviati in Danimarca per essere rieducati ai “valori danesi”, con l’idea di farne la futura classe dirigente (danesizzata) del paese. Metà dei bambini morì in giovane età e un gran numero di loro lottò con problemi mentali e di alcolismo, conseguenze di questo crudele esperimento. Questi esempi fanno capire come il dominio danese sulla Groenlandia non abbia niente da invidiare, quanto a suprematismo e brutalità, a quelli delle altre potenze coloniali europee.

Le condizioni di sottosviluppo dell’isola, soprattutto se confrontate con la ricchezza della Danimarca (lo stipendio medio groenlandese è la metà di quello danese ma con un costo della vita paragonabile), hanno costituito, e continuano a costituire, un forte stimolo all’emigrazione verso la madrepatria. Circa 17.000 groenlandesi vivono oggi in Danimarca (un terzo della popolazione rimasta in Groenlandia) ma, nonostante essi abbiano formalmente gli stessi diritti dei danesi, una gran parte di essi si trova tuttavia a vivere in condizioni di povertà ed esclusione, ed è vittima di razzismo.

Homeless di origine groenlandese

I senzatetto nelle città danesi sono quasi sempre di origine groenlandese, e gli immigrati groenlandesi hanno un tasso di incarcerazione tre volte più alto della popolazione autoctona. Infine, la comunità è affetta da gravi problemi di disoccupazione (un quinto dei migranti è senza lavoro), alcolismo (10 volte più dei danesi) ed abuso di droga.

L’insieme di un paese che riceve un quarto della propria ricchezza “in regalo” e la condizione di emarginazione della comunità groenlandese in Danimarca fanno sì che l’opinione di vasti strati della popolazione danese sia che la Groenlandia rappresenti nient’altro che un peso per la Danimarca, che spende soldi per esso ricevendo in cambio criminali e disadattati, e che l’unico motivo per cui il paese continua a sostenere l’isola è il buon cuore e la proverbiale generosità dei danesi. Ma sarà proprio così? Andando a vedere i numeri con un po’ di attenzione, si vede come la Danimarca esporti importanti capitali in Groenlandia e abbia un controllo significativo del suo mercato: circa la metà della più grande catena di GDO groenlandese è di proprietà danese e le imprese di consulenza e ingegneria danesi hanno fette di mercato dominanti (anche per quanto riguarda la costruzione e manutenzione delle basi militari americane, che rappresentano una delle principali attività economiche del paese). È stato stimato che, al netto dei quasi sei miliardi di corone complessivamente spesi per la Groenlandia, l’economia danese ne guadagni uno (circa 130 milioni di euro). Si capisce quindi come i contributi rappresentano nient’altro che un finanziamento indiretto alla propria borghesia, che ha in Groenlandia un terreno di caccia piccolo ma quasi vergine.

Il dominio sull’isola, inoltre, non si traduce soltanto in vantaggi monetari. Il possesso della Groenlandia permette alla Danimarca di prendere parte al Consiglio Artico (che attualmente presiede) e partecipare alla spartizione delle risorse che questa regione possiede (ovvero esattamente quelle di cui Trump vorrebbe impossessarsi, come descritto precedentemente). La Groenlandia rende insomma possibile per la borghesia danese acquisire un ruolo e una proiezione internazionale che sarebbero altrimenti inarrivabili per un paese con una popolazione inferiore a quella della Lombardia. Non a caso, a livello politico, l’ultradestra danese del Dansk Folkeparti è tra i più strenui sostenitori dell’unione tra Groenlandia e Danimarca.

Si dirà che le grandi risorse della Groenlandia sono ancora sotto il ghiaccio e non sfruttate, a differenza di quanto vorrebbero apertamente fare gli USA. Tuttavia, questo non significa affatto che la borghesia danese sia, come tenta di dipingersi, più “buona” o ecologista (è risaputo come lo sfruttamento minerario generalizzato avrebbe ricadute ambientali catastrofiche in un territorio così delicato come l’Artico) di quella statunitense. Semplicemente, le mancano gli immensi capitali a disposizione della borghesia americana e, probabilmente, la motivazione (la Danimarca non è ancora nella stessa condizione di declino che anima l’iperaggressiva politica estera trumpiana). Lo dimostra il fatto che, quando gli obiettivi sono più alla sua portata, la borghesia danese si comporta esattamente con la stessa spregiudicatezza e disprezzo per l’ambiente di tutte le altre. 

Quanto esposto fin qui fa capire quanto la questione dell’indipendenza della Groenlandia sia complessa e sfaccettata: da un lato, un’ex-potenza coloniale che trae ancora grandi vantaggi dal possesso dell’isola e, nonostante le apparenze, non sembra intenzionata a mollare la presa, e dall’altro l’imperialismo statunitense, che si affanna disperatamente nel tentativo di arginare il proprio declino. In mezzo, la possibilità di un’indipendenza che, se non gestita e animata dalle classi popolari, rischia di essere facilmente strumentalizzata dalle potenze imperialiste vicine.

1 – Il braccio di mare compreso tra la linea di base costiera ed un massimo di 200 miglia nautiche, su cui lo Stato costiero ha diritti sovrani per la gestione delle risorse naturali, installazione e uso di strutture artificiali o fisse.

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Francesco Cappelluti

Francesco Cappelluti, nato nel 1993, ha cominciato la sua militanza nel FGC nel 2017. Attualmente vive in Danimarca e milita nella federazione estero del FC, collaborando con l'Ordine Nuovo con articoli sull'attualità e la vita politica nel paese scandinavo.

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