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Il popolo venezuelano fra attacco imperialista e tentativi di resistenza

Di Domenico Cortese
22/02/2026
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Il 3 gennaio 2026 il blitz statunitense a Caracas, culminato con il deplorevole arresto del Presidente del Venezuela Nicolàs Maduro, che è attualmente detenuto al Metropolitan Detention Center di Brooklyn, ha rimesso all’ordine del giorno la discussione sull’attuale strategia di Washington nell’ambito del conflitto militare, commerciale e finanziario tra i blocchi imperialisti. Parallelamente, si è assistito ad un fisiologico incremento del dibattito circa il ruolo del processo bolivariano in Venezuela. Questo, in particolare, a seguito della decisione, presa recentemente dalla presidente venezuelana ad interim Delcy Rodríguez, di promulgare una riforma che allenta il controllo statale sul settore petrolifero e apre maggiormente alla partecipazione di investimenti privati ed esteri – decisione interpretata da alcuni come un semplice “cedimento” all’aggressione di Trump. In questo articolo, da un lato, cercheremo di comprendere gli obiettivi sottostanti la crescente attenzione della Casa Bianca verso il Venezuela e descrivere il metodo usato dagli Stati Uniti per raggiungere tali obiettivi. Dall’altro lato, faremo una descrizione dello stato nel quale si trovava il processo bolivariano prima dell’aggressione statunitense, al fine di valutarne potenzialità e problematicità strutturali in rapporto alla lotta all’imperialismo.

I veri obiettivi di Trump

Ogni analisi degli interessi dei capitalisti statunitensi non può trascurare il fatto che gli Stati Uniti, a causa della profonda crisi commerciale che attraversano, hanno un bisogno prioritario di controllare la produzione di petrolio nell’emisfero occidentale, anche per contrastare l’agguerrita concorrenza di Cina e Russia. Abbiamo illustrato altrove le contraddizioni in cui si trova oggi l’imperialismo statunitense. Qua vogliamo ricordare alcuni dati che rendono evidente la situazione di emergenza in cui versa il Paese. Il debito estero netto degli Stati Uniti, ovvero il loro debito complessivo verso soggetti esteri meno il credito verso questi ultimi, ammonta ormai a più di 28 trilioni di dollari.  Per uno Stato qualsiasi ciò coinciderebbe con la bancarotta, poiché renderebbe estremamente arduo reperimento di ulteriori finanziamenti sui mercati. Gli Stati Uniti fanno eccezione soltanto per il loro prestigio internazionale, per il ruolo che il dollaro ancora detiene come valuta di riserva e di scambio internazionale e per la loro forza militare. La necessità di indebitarsi degli USA va di pari passo con il loro deficit commerciale: solo nel primo trimestre 2025 questo è stato pari a 140.5 miliardi di dollari – a motivo, anche, dell’anticipo degli acquisti in vista dell’aumento dei dazi  verso la Cina e verso altri Paesi. Tra il 1980 e il 2023 il deficit commerciale statunitense complessivo è stato pari a ben 42 trilioni di dollari.

In una condizione del genere, controllare la maggior parte della produzione di petrolio nella propria “sfera di influenza” – anche alla luce dei nuovi giacimenti scoperti in Guyana, che confina proprio col Venezuela – significa dirigere e dominare la vendita di petrolio, innanzitutto, verso la Cina, maggiore competitor commerciale degli Stati Uniti. E con giacimenti certificati dall’OPEC (Organizzazione dei Paesi Esportatori del Petrolio) pari ad oltre 300 miliardi di barili, il Venezuela è il primo Paese al mondo per riserve di petrolio. Non si tratta, però, solo di petrolio: estremamente importanti sono, in Venezuela, anche le riserve accertate di gas (in particolare quelle off-shore) che ammontano ad oltre 5.500 miliardi di metri cubi e considerate le prime del Sud America e le ottave al mondo. Il territorio del Paese è altresì estremamente ricco di oro, diamanti, coltan e risorse minerarie di ogni genere.

Il metodo degli Stati Uniti e dei suoi alleati

Gli USA, già coinvolti nel finanziamento di due conflitti di peso in Ucraina e in Palestina,  sono oberati da una situazione economica poco sostenibile (che ha condotto, peraltro, al ritiro definitivo delle truppe dall’Afghanistan qualche anno fa). È credibile ipotizzare che un attacco militare e su larga scala diretto contro il Venezuela, un Paese con una popolazione combattiva ed estremamente avversa agli Stati Uniti che darebbe loro filo da torcere fino alla morte, sia stato accantonato a favore di un regime change “soft” ottenuto per mezzo della messa fuori gioco di Maduro. 

Il logoramento del regime o, almeno, la pretesa di nuove concessioni al capitale estero sono, d’altra parte, anche lo scopo delle numerose sanzioni criminali da parte di USA ed Europa dirette contro il Venezuela negli ultimi anni, con il pretesto ipocrita dell’“emergenza democratica” in quel Paese. La scelta di colpire deliberatamente il popolo venezuelano, presa anni fa, e il recente concentramento di forze alle porte del Venezuela sono da considerarsi parte della stessa manovra. E il popolo venezuelano ha pagato con morte e sofferenza questi attacchi: il Venezuela cadde in recessione già nel 2014, a seguito delle sanzioni subite dall’amministrazione Obama ed in seguito, ancora più pesantemente, durante il primo mandato di Donald Trump. Quest’ultimo emise già allora un ordine esecutivo in cui proibiva l’acquisto di nuovo debito venezuelano e l’utilizzo dei profitti delle subsidiaries offshore da parte del governo venezuelano, impedendo a questo, di fatto, di finanziarsi. Inoltre, vennero bandite le interazioni relative a quattro settori cruciali per il paese: oro, greggio, finanza, difesa e sicurezza. Le decisioni furono ovviamente mirate, dato che il petrolio pesava per il 95% del PIL del Venezuela prima delle misure e che le sanzioni finanziarie fecero sprofondare il tasso di declino della produzione di greggio da 1.0% fino ad un 3.1% mensile in poco più di un anno. Tutto ciò causò la caduta degli indicatori socio-economici del paese, contribuendo all’aumento della mortalità nel 2018, provocando circa 40.000 morti aggiuntive stimate. A causa delle sanzioni, inoltre, si stima che 80.000 sieropositivi non abbiano potuto ottenere farmaci antiretrovirali, 16.000 persone non abbiano potuto sottoporsi a dialisi periodica, 16.000 malati di cancro non abbiano potuto essere curati e quattro milioni di diabetici e ipertesi ottenere insulina e farmaci per malattie cardiovascolari.

L’attacco al Venezuela e il saccheggio delle sue risorse da parte degli Stati Uniti serve anche gli interessi del capitale italiano ed europeo che, infatti, ha partecipato a pieno titolo all’embargo contro il Paese latinoamericano. L’Unione Europea, in particolare, ha adottato delle misure sanzionatorie nei confronti del Venezuela le cui norme di riferimento sono contenute nella decisione 2074/2017 e nel regolamento (UE) 2063/2017 del 13 novembre 2017. Queste misure includono addirittura il divieto circa la vendita, il trasferimento o l’esportazione di equipaggiamento, tecnologia o software. Con il pretesto della lotta alla repressione interna al Paese, si impedisce da anni al popolo venezuelano l’accesso a tecnologie di base. Nel 2020 in particolare, anche nel contesto della pandemia mondiale di COVID-19, il Venezuela ha subito un’escalation delle aggressioni da parte del governo degli USA e dei suoi alleati in tutti i campi: politico, commerciale, finanziario e militare. Si sono intensificate le operazioni di tracciamento e confisca delle risorse finanziarie all’estero di proprietà venezuelana, come il trasferimento alla Federal Reserve degli USA dei fondi di proprietà del Venezuela, depositati presso la banca Citibank, e la decisione dei tribunali britannici di riconoscere a Juan Guaidó i diritti sull’oro venezuelano.

L’aggressione commerciale, diplomatica e militare al Venezuela va inquadrata, dunque, nella cornice del metodo storicamente utilizzato dagli Stati Uniti e dai suoi alleati al fine di trarre vantaggio da un possibile cambio di regime in una nazione sotto attacco. Non vi è da stupirsi se, al fine di trarre profitto dal controllo delle risorse di un Paese la politica borghese nordamericana ed europea tollera o favorisce la sofferenza e la morte di migliaia di persone: esse sono state sempre annoverate nel computo dei “mali necessari” all’imperialismo euroatlantico.

Le coordinate politiche del processo bolivariano e il suo percorso

Finora abbiamo parlato degli obiettivi e dei metodi dell’imperialismo americano nei confronti del Venezuela. È innegabile che le sanzioni statunitensi abbiano contribuito a destabilizzare l’economia e la qualità della vita nel Paese. Tuttavia, è importante approfondire i motivi politici, interni al Venezuela, a causa dei quali questi metodi rischiano di mettere in crisi definitivamente il Paese latinoamericano. Secondo molti analisti, infatti, la crisi che attanaglia Caracas e che è stata esacerbata dall’aggressione economica degli USA è strettamente legata alla crisi del suo presunto “modello socialista”, costruito attraverso la “rivoluzione bolivariana”.

È necessario fare qui una breve digressione storica utile per comprendere quanto ciò che è in crisi in Venezuela non è il socialismo che, purtroppo, non esiste nemmeno in termini di orizzonte, ma il capitalismo di rendita la cui matrice produttiva, basata soprattutto sull’estrazione di petrolio, non è stata mai superata. Questo fatto non ha permesso al Venezuela di emanciparsi realmente dalla dipendenza dai capitali privati esteri e nazionali e di abolire l’influenza sulla vita pubblica della grande e piccola borghesia, compresa quella legata agli Stati Uniti. Ciò va messo in evidenza senza mettere in discussione e rispettando gli innegabili progressi nella qualità della vita dei proletari venezuelani che hanno avuto luogo, soprattutto, durante i primi anni della presidenza di Hugo Chávez. In effetti, indipendentemente dalle numerose conquiste ottenute dalla classe operaia e dal movimento popolare durante la fase espansiva della rendita petrolifera, il fatto che fossero fondate, appunto, sulle fragili fondamenta di un’economia basata sulla rendita, conferiva a tali conquiste un carattere transitorio e instabile. C’è da ricordare, d’altronde, che già in questa fase espansiva, al contrario della narrazione comune, i maggiori beneficiari del periodo di prosperità petrolifera del governo di Chávez non furono necessariamente la classe operaia né gli strati popolari, bensì la borghesia locale e i monopoli transnazionali. Si stima, infatti, che la borghesia nazionale e straniera abbia prosciugato l’economia venezuelana di quasi 200 miliardi di dollari nel periodo 2003-2013.

A partire già dal 2007, in ogni caso, la crisi finanziaria e il brusco calo dei prezzi del petrolio provocarono l’esaurimento del processo di accumulazione di capitale petrolifero in Venezuela. Quando si sarebbe dovuto sostenere il superamento rivoluzionario di queste contraddizioni, inaugurando un processo di collettivizzazione dell’intera produzione che, solo avrebbe potuto permettere una diversificazione dell’industria, il governo Chávez deliberò per l’aumento del debito estero, alimentando così l’illusione di una fragile stabilità e crescita economica, già insostenibile a causa della diminuzione delle entrate petrolifere, dell’arretratezza tecnica dell’apparato produttivo nazionale e dell’espansione dello stesso debito estero. Le radici dell’attuale grave condizione economica del Paese, oltre che nelle sanzioni estere, stanno proprio in questa decisione di affidarsi al capitalismo di rendita persino quando divennero palesi le sue contraddizioni. Se le basi della situazione odierna furono poste da Chávez, durante il governo Maduro si sono palesate le maggiori conseguenze di quella scelta. Negli ultimi anni, a causa della scarsità di entrate, il governo ha dovuto finanziare il debito pubblico necessario per sostenere la spesa per i servizi pubblici e i sussidi attraverso l’emissione di moneta, il che, nelle condizioni del Venezuela, produsse inevitabilmente una forte inflazione e una massiccia svalutazione del Bolivar.  Ciò portò a un crollo del potere d’acquisto degli strati popolari del 91% tra il 2013 e il 2022: decidere un allineamento eccessivo dei salari all’inflazione avrebbe, infatti, messo in difficoltà gli investimenti del capitale privato dai quali la produzione venezuelana continua a dipendere.

I limiti del capitalismo e la ricattabilità del governo rispetto ai capitali privati hanno condotto anche al graduale smantellamento delle regolamentazioni istituite per gestire i flussi di capitale. Su questo bastano due esempi. Durante il governo di Nicolás Maduro si è acconsentito a sottoporre nuovamente le controversie tra lo Stato e le imprese transnazionali ai lodi arbitrali di enti come il Centro internazionale per la risoluzione delle controversie sugli investimenti (ICSID). Di conseguenza, nel 2022 un tribunale statunitense ha autorizzato l’esecuzione di un lodo arbitrale dell’ICSID in base al quale il Venezuela è stato condannato a pagare 18,54 miliardi di dollari più interessi a Conoco Phillips. Nel 2017, invece, con la Legge Costituzionale sugli Investimenti Stranieri del 29 dicembre, si attribuirono ai capitali stranieri condizioni favorevoli per gli investimenti, oltre a benefici o incentivi generali o specifici.

L’esacerbarsi delle contraddizioni in Venezuela

Con la riduzione continua delle entrate, il governo venezuelano fu costretto a consolidare la “fiducia” verso di sé da parte dei mercati e dare priorità al pagamento del debito estero. Per onorare questi impegni il governo ha dovuto sacrificare il 60% delle importazioni del Paese e applicare forti tagli alla spesa sociale, agli investimenti in imprese strategiche e alle infrastrutture pubbliche. Il governo Maduro ha successivamente avviato la restituzione di beni e proprietà espropriati durante il governo Chávez. 

La svolta definitiva della politica del governo in una direzione apertamente anti-operaia si è verificata, in particolare, nel 2020. Innanzitutto, il governo del Partito Socialista Unito del Venezuela (PSUV) ha proposto di superare la stagnazione economica attraverso l’istituzione di un nuovo accordo di governance che è coinciso con un patto con il settore imprenditoriale e i partiti della destra tradizionale. In altre parole, nel periodo più difficile per le famiglie proletarie, la borghesia compradora nazionale approfittò della situazione per aumentare la propria fortuna. La prova più clamorosa della inevitabile tendenza anti-operaia che ha caratterizzato gli ultimi governi venezuelani è stata la decisione della leadership governativa di non aumentare i salari, nonostante l’economia nel 2023 avesse registrato finalmente una crescita del 17% rispetto al 2021, secondo i dati della Banca Centrale del Venezuela. A febbraio 2024 erano trascorsi 23 mesi di blocco salariale, con un’inflazione accumulata di oltre il 300%. Il governo ha implementato queste decisioni imponendo restrizioni alle libertà sindacali e ostacolando lo svolgimento di elezioni per rinnovare la leadership dei sindacati, in particolare di quelli non allineati ai suoi obiettivi.

Vogliamo far notare, infine, che non è soltanto il capitale occidentale a essere stato favorito dai cedimenti del governo venezuelano. In un’inchiesta condotta da Reuters Investigates nel 2019, ad esempio, si è scoperto il caso dell’accordo con la società cinese CAMC Engineering Ltda. che consisteva nello sviluppo di complessi industriali destinati alla trasformazione del riso grezzo in riso edibile, i quali avrebbero dovuto generare più di 100mila posti di lavoro, cosa che non è mai avvenuta. Gli unici beneficiari sono stati gli imprenditori cinesi, che hanno ricevuto dallo Stato almeno 100 milioni di dollari per il progetto e almeno il 40% del valore del contratto, per un totale di circa 1,4 miliardi di dollari per lavori che non si sono mai concretizzati.

Dal panorama appena descritto è comprensibile che, sebbene la popolazione del Venezuela abbia un profondo senso patriottico e il consenso verso il PSUV e il Grande Polo Patriottico sia innegabilmente molto forte, manchino le condizioni materiali, ideologiche e sociali per organizzare una vera e propria resistenza alle ingerenze imperialiste. Queste condizioni sarebbero una produzione industriale eterogenea e sufficiente alle esigenze di base della popolazione, un capillare controllo operaio su questa produzione e la consapevolezza che il nemico di classe non sia soltanto il capitalista estero ma anche quello della propria nazione, che per mantenere i propri privilegi favorisce politicamente i piani imperialisti. Questi elementi, tuttavia, non possono essere apportati dalla natura socialdemocratica del bolivarismo e del cosiddetto “socialismo del XXI secolo” poiché questo, anziché puntare al rovesciamento del capitalismo, si pone l’obiettivo illusorio di trovare una terza via attraverso la ricerca di compatibilità tra gli avanzamenti per le classi subalterne e il capitalismo stesso che nel caso del Venezuela, come abbiamo visto, è sostanzialmente capitalismo di rendita. Come vedremo nell’ultimo paragrafo, anche la compattezza del fronte antimperialista è venuta meno di fronte alla compromissione del governo di Caracas.

La necessità che la lotta contro l’imperialismo si saldi alla lotta di classe

In un contesto del genere, vi è la necessità di coalizzare la classe operaia contro gli interessi del capitale estero e nazionale, per mezzo di un partito che dia una direzione rivoluzionaria alle organizzazioni anti-imperialiste venezuelane e che coniughi la lotta contro l’aggressione statunitense con la lotta per il socialismo, unico modo per garantire una vera indipendenza del Paese e delle misure progressiste sostanziali e a lungo termine.

Purtroppo, oggi è proprio il partito operaio che è attivo in Venezuela a dover subire le misure repressive del governo in carica. Tempo fa l’Ufficio Politico del Comitato Centrale del Partito Comunista del Venezuela aveva denunciato al Paese e al mondo come l’amministrazione di Maduro continuasse l’escalation repressiva iniziata il 29 e 30 luglio del 2024, quando la mancanza di trasparenza delle elezioni presidenziali ha generato forti proteste popolari in diverse zone del Paese, con un bilancio di oltre 2.000 arrestati e diverse decine di morti, per lo più giovani dei quartieri popolari, molti dei quali non avevano nemmeno partecipato alle stesse proteste. Inoltre, secondo i resoconti, le condizioni carcerarie, i trattamenti indegni e la mancanza di cure mediche adeguate avevano provocato la morte di cinque detenuti e di altre due persone rilasciate con gravi problemi di salute. In vista delle elezioni parlamentari e regionali, la leadership governativa aveva addirittura scatenato una caccia all’uomo contro leader politici, giornalisti, difensori dei diritti umani, leader sindacali e sociali di diversi orientamenti ideologici, giustificando arresti illegali, perquisizioni, vessazioni e blocchi repressivi con una presunta “cospirazione terroristica per boicottare le elezioni”, senza elementi convincenti contro le persone arrestate, perseguitate e vessate. Ci sono, poi, prigionieri politici che per diversi mesi non hanno avuto né un processo né una difesa legale. Occorre, infine, ricordare come sia stato lo stesso Partito Comunista del Venezuela a subire direttamente la repressione governativa, con un vero e proprio commissariamento del partito ai termini di legge.

La conclusione da trarre da tutto ciò è che, se un “cedimento” al capitale da parte dell’esecutivo venezuelano c’è stato, questo non è iniziato a partire dall’esecrabile azione di Trump; quella, semmai, ha rappresentato la causa di un’accelerazione del processo già, inesorabilmente, in atto. Bisogna ravvisare, anzi, l’impossibilità di separare la politica interna di un Paese e il carattere di classe di questa politica dalla sua politica estera. Quest’ultima è, per forza, l’altra faccia della medaglia della prima, poiché la persistenza di interessi borghesi e rapporti di produzione capitalistici interni a uno Stato non possono che riflettere il posizionamento di questo Stato rispetto ai Paesi imperialisti: la necessità dell’accumulazione capitalistica e le inevitabili contraddizioni alle quali il capitalismo conduce non sono meno dirompenti, nel lungo periodo, solo perché uno Stato sceglie di effettuare significative concessioni sociali. Quello che è auspicabile oggi in Venezuela, in altre parole, è l’organizzazione di una resistenza popolare che sia, inevitabilmente, connessa alla lotta di classe e all’abbandono tout court del modello capitalistico, che in quel  Paese, purtroppo, non è mai stato realmente messo in discussione.

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Domenico Cortese

Domenico Cortese, nato a Tropea nel 1987, dottore di ricerca in Filosofia e Storia. Gestisce il blog Il Capitale Asociale su FB e IG, è membro del comitato centrale del Fronte Comunista, in cui milita dalla sua fondazione. Collabora con L'Ordine Nuovo su argomenti di economia e attualità.

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