Il 13 giugno, Roma è stata “invasa” da forze reazionarie, se non apertamente fasciste, che sono scese in piazza sulla parola d’ordine razzista della “remigrazione”. Contemporaneamente altre due manifestazioni di carattere locale si sono svolte nella Capitale in opposizione a quella della remigrazione con numeri superiori a quelli della destra identitaria a raccolta nazionale.
Le immagini provenienti dal corteo “Remigrazione e Riconquista” non hanno lasciato dubbi circa la natura xenofoba di tale manifestazione. Il tenore dei contenuti espressi dalla piazza è ben rappresentato da cori quali «immigrato pezzo di merda» «musulmano pezzo di merda», fino a «boia chi molla», passando dal macchiettistico «Everybody viva el Duche» sdoganato anche dai fini “intellettuali” de “La zanzara”.
La maschera di rispettabilità, che i fautori della manifestazione hanno tentato di costruire attorno ai temi della sicurezza, alla distinzione tra immigrati “regolari” e “irregolari” e alla presunta apertura verso chi accetta di integrarsi e di rispettare le regole di “casa nostra” rimanendo pur sempre un ospite perché irrimediabilmente diverso, è caduta rapidamente mostrando il vero volto putrescente della “remigrazione”. Nonostante questo, il corteo di questo sabato e il clima che è andato montando sono preoccupanti, l’accettazione del tema delle deportazioni nel dibattito pubblico nazionale è un enorme passo indietro. Il “purché se ne parli” è un elemento centrale della strategia dei sostenitori della remigrazione. Delle parole d’ordine indicibili e impensabili anni fa, hanno trovato il modo di imporsi e per quanto terribili e oscene sono entrate nello spettro delle opzioni politiche mainstream.
È importante non abbassare la guardia senza derubricare la questione ad un semplice rigurgito fascista, perché dietro la remigrazione c’è una rete internazionale che si coordina e lavora come documentato dal servizio di Piazzapulita dello scorso 4 giugno.
L’immigrazione non è davvero un problema reale per la stragrande maggioranza della popolazione italiana; sul tema immigrazione è stata costruita ad arte una percezione distorta della realtà utile solo ad alimentare la guerra tra poveri lasciando inalterate le cause reali del peggioramento delle condizioni di vita dei proletari di questo paese.
Per questo motivo riteniamo fondamentale andare a disvelare approfonditamente la natura di questa posizione.
La bolla social
Aprendo i social network, l’utente medio si trova esposto a una moltitudine di pagine, personaggi pubblici e canali di comunicazione che, dopo aver investito ingenti somme in sponsorizzazioni, diffondono contenuti caratterizzati da una retorica reazionaria e spesso intrisa di elementi razzisti. Questi contenuti tendono a sovraesporre episodi di marginalità sociale che coinvolgono frequentemente persone immigrate, contribuendo a creare una percezione distorta della realtà e a diffondere sentimenti di paura e insicurezza. Migliaia di euro vengono investiti per propagandare contenuti anti-immigrati, con il chiaro intento di indirizzare il malcontento sano e legittimo di alcuni settori della popolazione, dovuto al peggioramento delle proprie condizioni di vita, verso bersagli più deboli. Il fine di questa operazione è portare avanti l’ennesimo attacco padronale contro i lavoratori, mettendo le fasce sociali più ricattabili (ossia, in molti casi, i proletari immigrati) nelle condizioni più terribili, così da poterle sfruttare più facilmente.
Tale fenomeno si inserisce in una più ampia strategia politica e comunicativa della destra, sia a livello nazionale sia internazionale, che finanzia e sostiene piattaforme impegnate in campagne contro l’immigrazione e contro le posizioni progressiste in senso lato. Un esempio significativo è rappresentato da canali di informazione quali “Welcome to Favelas”, che non nasconde i suoi rapporti con la destra americana, o da influencer come Simone Carabella (ex PD oggi riconvertitosi a posizioni xenofobe), il quale ha recentemente portato avanti “l’impresa” eroica di mangiare un panino con la porchetta ad un evento promosso dalla comunità islamica, come se fosse all’ordine del giorno il divieto di mangiare maiale; lo scemo del villaggio che si lamenta del vino finito in cambusa mentre la barca inesorabilmente affonda.
I movimenti e i partiti nazionalisti sono, in generale, l’obiettivo del finanziamento di una grande fetta del capitale, proprio con l’obiettivo di incoraggiare la guerra tra poveri. A livello internazionale, ad esempio, Elon Musk ha investito centinaia di milioni di dollari a supporto della campagna presidenziale di Donald Trump e dei movimenti sovranisti europei e ha esteso il suo sostegno anche all’AfD tedesca, promuovendo iniziative e ideologie affini. Per quanto riguarda l’Italia, sono già disponibili i nomi di chi ha finanziato il neocostituito partito di Vannacci e corrispondono a società immobiliari, petrolifere e piccole e medie imprese.
La sovraesposizione di fenomeni reali ma episodici e non sistematici nel Paese, spesso accompagnata dalla diffusione di informazioni fuorvianti o false e da una retorica giustizialista alla base di veri e propri processi mediatici, contribuisce alla costruzione di una narrazione che individua nello straniero il principale responsabile del peggioramento delle condizioni di vita collettive. Il bombardamento costante di contenuti incentrati sul disagio sociale e su comportamenti percepiti come devianti non mira a comprenderne le cause profonde, bensì a criminalizzarli e a legittimare risposte di natura securitaria, soffiando sulla guerra tra poveri ed esasperando situazioni già problematiche di per sé.
In questa narrazione non vi è alcun interesse a interrogarsi sulle ragioni che spingono una persona a vivere in condizioni di marginalità, di precarietà o di dipendenza, e quindi ad individuare gli strumenti capaci di garantire un’esistenza dignitosa, togliendo il terreno alla criminalità che sfrutta il disagio sociale. Ciò avviene non solo perché manca una reale volontà di migliorare le condizioni di vita di chi si trova ai margini della società, ma anche perché la concezione alla base delle posizioni favorevoli alla “remigrazione” tende a interpretare tali comportamenti non come il prodotto di fattori sociali ed economici, bensì come conseguenze di presunte caratteristiche etniche o razziali. In questa prospettiva, il comportamento dell’immigrato viene considerato come qualcosa di intrinseco alla sua origine, indipendentemente dal contesto in cui vive e dalle condizioni materiali che ne influenzano l’esistenza.
Il mondo reale
Il mondo reale è ben diverso da quello raccontato dalla narrazione dominante della destra sui social network. Le contraddizioni del capitalismo si fanno ogni giorno più profonde e insanabili: guerre, genocidi, sfruttamento e crisi climatica ne sono le manifestazioni più evidenti.

In Italia, la vera emergenza è quella delle morti sul lavoro: quasi tre vittime al giorno, con 1.093 lavoratori che hanno perso la vita nel 2025. L’emergenza è quella di una sanità sempre più inaccessibile, dove a curarsi in tempi ragionevoli è soltanto chi può permetterselo, mentre gli altri attendono mesi per una visita, spesso a scapito della propria salute. L’emergenza è anche quella abitativa: persino chi dispone di un impiego stabile fatica ad acquistare una casa ed è costretto a confrontarsi con affitti sempre più elevati e fuori dalla portata di molti salari, per non parlare dell’assenza di piani seri di edilizia popolare.
L’Italia è quel paese dove le leggi sul reato di clandestinità hanno fornito ai padroni migliaia di lavoratori ricattabili e maggiormente sfruttabili, è il paese dove i lavoratori immigrati vengono trattati come schiavi e lasciati a morire al bordo della strada o dove vengono bruciati vivi se osano alzare la testa e chiedere il proprio misero salario, come avvenuto ad Amendolara (Calabria) lo scorso 4 giugno.
Nel frattempo, ci impoveriamo tutti. Lavoriamo di più, per salari che valgono sempre meno, mentre servizi pubblici, diritti e prospettive per il futuro vengono progressivamente erosi, non dagli immigrati, ma dai padroni che aumentano sempre più la loro già enorme ricchezza sulla nostra pelle e che ci vogliono divisi dal veleno razzista per farci continuare a fare delle vite di merda.
Il nemico comune
Tutto ciò ha cause ben precise. Bisogna cercarle nei grandi monopoli che, in nome dei propri interessi economici, influenzano le scelte politiche ed economiche, trascinandoci verso guerre finalizzate alla conquista di mercati, risorse e profitti derivanti dalla ricostruzione. Bisogna cercarle nei grandi gruppi immobiliari che speculano sul diritto fondamentale di avere una casa, così come nella sanità e nell’istruzione private, che spingono per l’indebolimento dei servizi pubblici e universali al fine di trarre profitto dalla salute, dall’educazione e quindi dal futuro di milioni di persone.

Un momento degli scioperi dei lavoratori immigrati della logistica
I nostri nemici non vengono da lontano: sono qui a casa nostra. Spesso hanno il nostro stesso colore della pelle, ma conducono vite che nessuno di noi non potrebbe mai permettersi di vivere neanche per mezza giornata. Vivono grazie al sudore, ai sacrifici, alle privazioni e alle necessità di milioni di lavoratori, italiani e stranieri.
Il sistema che ci costringe a una vita di stenti è lo stesso che, con la sua violenza predatoria, strappa migliaia di persone dalle proprie terre. Chi vede il proprio Paese depredato dagli interessi del grande capitale e devastato dalle guerre spesso non ha altra scelta se non quella di fuggire, lasciandosi alle spalle affetti, radici e una vita intera.
Il nostro nemico è lo stesso dei proletari immigrati. Chi cerca di metterci gli uni contro gli altri lo fa per difendere gli interessi di chi ci sfrutta. Storicamente, i fascisti hanno svolto il ruolo di cani da guardia dei padroni, alimentando il razzismo e la divisione tra gli oppressi. Lo fanno perché sanno che, quando i lavoratori e gli sfruttati si uniscono, possono mettere in discussione i privilegi e il potere di chi vive sulle loro spalle.
L’argine per guadagnare terreno
I problemi che vivono i lavoratori italiani e stranieri sono il prodotto delle contraddizioni insanabili del capitalismo. Non arriverà alcuna risposta né da quella sinistra che si riempie la bocca di diritti, ma che allo stesso tempo si propone di amministrare il sistema capitalistico per conto dei padroni, i cui interessi sono inconciliabili con quelli della classe operaia e dei ceti popolari, né da quella destra che vende il fumo del nazionalismo e della “difesa della patria” per distogliere l’attenzione dalle vere responsabilità e indirizzare il malcontento verso un presunto nemico esterno.

Il futuro potrà cambiare soltanto se saremo capaci di organizzarci come sfruttati, italiani e stranieri, contro un nemico comune. In questi anni, il settore della logistica, su tutti, ha dimostrato come la lotta e l’organizzazione dei lavoratori — in larga parte immigrati — abbiano contribuito a migliorare le condizioni di vita e di lavoro dell’intero comparto, a beneficio di tutti i lavoratori, compresi quelli italiani. Un fatto che smentisce le tesi di chi scarica sugli immigrati la responsabilità del crollo dei salari anziché sui padroni, arrivando (nelle declinazioni più subdole del sovranismo autodefinito “popolare”) persino a strumentalizzare il concetto marxiano di esercito industriale di riserva per alimentare il razzismo e spezzare l’unità di classe.
Rimandiamo dunque al mittente il veleno razzista e xenofobo per l’unità della classe operaia e dei lavoratori, sulla pelle il sudore ha lo stesso colore.
UN NEMICO, UN FRONTE, UNA LOTTA.








