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Home›Copertina›Novant’anni dal golpe fascista in Spagna: l’antifascismo è lotta di classe

Novant’anni dal golpe fascista in Spagna: l’antifascismo è lotta di classe

Di Redazione
28/07/2026
2017
0
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A novant’anni dal colpo di Stato fascista del 18 luglio 1936, pubblichiamo questa dichiarazione del Partito Comunista dei Lavoratori di Spagna (PCTE), con cui condividiamo l’impegno nella lotta internazionalista e la partecipazione all’Azione Comunista Europea. Il golpe franchista, insieme alle dittature instaurate in Italia e in Germania, fu parte dell’offensiva con cui la borghesia europea cercò di schiacciare il movimento operaio ricorrendo al fascismo. La guerra di Spagna fu la prima grande battaglia internazionalista contro il fascismo, anche se si concluse con la sconfitta delle forze operaie e popolari. Sei anni più tardi, la vittoria sul nazifascismo fu resa possibile dal ruolo decisivo dell’Unione Sovietica e dalla lotta eroica dei partigiani, dei comunisti e dei popoli d’Europa. L’esperienza maturata sul fronte spagnolo dai comunisti italiani, con oltre mille combattenti impegnati nelle Brigate Internazionali e da dirigenti come Togliatti, Longo, Vaia, Pesce, Secchia e Di Vittorio, fu un elemento fondamentale per l’organizzazione della Resistenza italiana. Oggi, mentre la retorica istituzionale di “pacificazione” tenta di svuotare l’antifascismo del suo contenuto di classe, la riflessione del PCTE richiama un punto politico essenziale: la lotta al fascismo come prodotto della crisi del dominio borghese e strumento della controrivoluzione, può solo essere lotta organizzata della classe operaia e dei ceti popolari suoi alleati, che pone la questione della conquista del potere, del rovesciamento del capitalismo per il socialismo-comunismo. Buona lettura.

 

Link originale
18 luglio 2026

 

Dichiarazione dell’Ufficio Politico del PCTE in occasione del 90º anniversario del colpo di Stato fascista del 1936

Il 18 luglio 1936, una parte significativa dell’esercito, sostenuta dalla grande borghesia, dai latifondisti, dalla gerarchia ecclesiastica, dai settori più reazionari dell’apparato statale e dalle potenze fasciste europee, si sollevò contro il popolo lavoratore. Quel colpo di Stato fu la risposta violenta delle classi dominanti per garantire la propria offensiva su tutti i fronti; fu la loro reazione di fronte all’avanzata dell’organizzazione operaia, contadina e popolare.

Novant’anni dopo, l’Ufficio Politico del Partito Comunista dei Lavoratori di Spagna rende omaggio a quanti combatterono il fascismo su tutti i fronti. Dalle trincee e dalle fabbriche, nei villaggi, nelle carceri, nell’esilio e in ogni luogo in cui la classe operaia e il popolo lavoratore rifiutarono di accettare la vittoria della reazione. Ricordiamo tutti coloro che hanno lottato per il nostro futuro, con un pensiero particolare a chi, nelle Brigate Internazionali, venne nel nostro Paese per dare il meglio di sé e fermare l’avanzata del fascismo.

La memoria del 1936 è oggi un terreno di scontro. Per decenni, il regime politico nato dalla Transizione ha costruito la propria legittimità su una determinata interpretazione della guerra civile scoppiata dopo il colpo di Stato fascista: la guerra come «tragedia tra fratelli», la dittatura franchista come un passato ormai superato senza conflitto e la Transizione come esempio di riconciliazione. Questa interpretazione trasforma una guerra nata dalla lotta di classe in una lezione morale sulla moderazione e la violenza fascista in un episodio eccezionale. Soprattutto, trasforma la sconfitta della nostra classe e del nostro popolo nel fondamento ideologico del consenso attuale.

Contro questa falsificazione, affermiamo con forza che non vi furono due Spagne ugualmente responsabili. Vi fu una classe dominante che ricorse al fascismo quando i consueti meccanismi di dominio politico non bastavano più a contenere la crescita del movimento operaio. La sollevazione militare fu la forma concreta assunta dalla difesa della proprietà, dei rapporti di produzione e della tradizionale struttura del potere contro una classe operaia organizzata che iniziava a mettere in discussione, nella pratica, i limiti della Repubblica borghese.

Il fascismo spagnolo fu una risposta politica della borghesia in un momento di profonda crisi del proprio dominio. Quando il parlamentarismo non è più in grado di garantire la riproduzione dell’ordine sociale, i settori fondamentali del capitale possono ricorrere a forme più aperte di dittatura di classe. Il colpo di Stato del 1936 fu, in questo senso, un’operazione controrivoluzionaria volta a distruggere le organizzazioni operaie, ristabilire la disciplina sociale, schiacciare la lotta contadina e garantire la continuità dell’accumulazione capitalistica.

Per questo l’antifascismo non può essere ridotto a un sentimento o a cerimonie istituzionali. Non basta condannare Franco se, allo stesso tempo, si preservano le strutture economiche, politiche, giudiziarie, militari, di polizia e culturali che hanno consentito la continuità di una parte consistente del potere dopo il 1978. Non basta parlare di democrazia mentre si nasconde il fatto che la monarchia fu restaurata dalla dittatura e successivamente trasformata in uno dei pilastri del nuovo regime. Non basta esaltare la riconciliazione mentre le fosse comuni restano piene e le fortune accumulate durante il franchismo rimangono intatte.

Gli avvenimenti del 1936 insegnano che ogni lotta coerente contro la reazione deve porre al centro e collegarsi, sul piano teorico e pratico, alla questione del potere. L’esperienza della Guerra Nazionale Rivoluzionaria dimostrò la straordinaria capacità della classe operaia di combattere, organizzare, produrre, alfabetizzare, creare cultura, costruire un Esercito Popolare e sostenere la resistenza in condizioni estreme. Ma mise anche in luce i limiti di una strategia che, in nome dell’unità antifascista, finì per subordinare l’indipendenza politica della nostra classe ad alleanze interclassiste e a forme politiche che non risolvevano la questione fondamentale di quale classe dovesse dirigere la società.

Questa è una delle lezioni decisive che dobbiamo trarre per il presente. L’antifascismo non può trasformarsi in una politica di sostegno a settori della borghesia presunti progressisti. Non può diventare il pretesto per incatenare la classe operaia a governi che amministrano il capitalismo, aumentano la spesa militare, reprimono la protesta sociale, mantengono la Spagna nelle alleanze imperialiste e scaricano sui lavoratori e sulle lavoratrici il costo della crisi. La lotta contro il fascismo conserva il suo contenuto rivoluzionario solo se è strategicamente subordinata all’organizzazione indipendente della classe operaia e alla lotta per il socialismo-comunismo. Combattere la reazione non significa confidare nel fatto che una frazione della borghesia difenda fino in fondo gli interessi della classe operaia. Significa intervenire nella realtà concreta, unire le masse lavoratrici nella lotta, ma farlo sempre partendo da una linea politica autonoma, da un’organizzazione autonoma e da una propria prospettiva di potere.

Oggi la reazione avanza in condizioni nuove. Non si presenta sempre con la camicia azzurra né con lo stesso linguaggio del 1936. Si alimenta dell’impoverimento, della precarietà, della paura del futuro, della crisi abitativa, del degrado dei servizi pubblici, del razzismo, del sessismo, del militarismo, del nazionalismo e della disperazione sociale. Avanza perché il capitalismo in crisi produce insicurezza e offre capri espiatori. Avanza perché la socialdemocrazia ha disarmato per decenni la classe operaia, sostituendo l’organizzazione con la gestione istituzionale, la lotta con la rappresentanza parlamentare e il socialismo con un’amministrazione “dal volto umano” dello sfruttamento.

Avanza anche perché la guerra torna a occupare il centro della politica mondiale. La guerra non è un’anomalia del capitalismo, ma una delle sue forme ordinarie di esistenza nella fase imperialista. La lotta per i mercati, le risorse, le rotte commerciali, le zone d’influenza e le posizioni militari spinge gli Stati capitalistici verso il riarmo, la militarizzazione e l’offensiva contro le condizioni di vita della classe operaia.

La Spagna di oggi non è estranea a questa dinamica. Fa parte della NATO, partecipa all’Unione europea imperialista, ospita basi militari strategiche, sostiene gli impegni di riarmo, integra le proprie forze armate nelle strutture di comando internazionali, partecipa a missioni all’estero e contribuisce alla politica di guerra del blocco euro-atlantico. Per questo la parola d’ordine «il nemico principale è in casa nostra» deve tornare in primo piano, perché significa combattere la nostra stessa borghesia, i suoi governi, i suoi monopoli, la sua industria bellica, le sue alleanze e il suo Stato.

La lotta contro la guerra imperialista e la lotta contro la reazione sono un’unica lotta. Non si combatte il fascismo di ieri sostenendo il militarismo di oggi. Non si rende onore a chi resistette al colpo di Stato del 1936 accettando l’aumento della spesa militare, la subordinazione alla NATO, l’economia di guerra o la criminalizzazione della protesta sociale. Non si difende la memoria antifascista chiudendo gli occhi di fronte alla repressione, al razzismo istituzionale, alla persecuzione della solidarietà internazionalista o allo sdoganamento del franchismo nei mezzi di comunicazione, nei tribunali, nelle caserme e nei parlamenti.

L’anniversario del colpo di Stato fascista deve servire anche a ricordare che la classe operaia può vincere solo se è organizzata. L’esperienza del movimento operaio spagnolo dimostra che, quando i comunisti hanno esercitato un’influenza reale e organizzata nel movimento sindacale, la classe è avanzata nella coscienza, nell’unità e nella capacità di lotta; dimostra anche che, quando questa influenza si è indebolita, il sindacalismo ha teso alla frammentazione, all’economicismo o alla subordinazione agli interessi della borghesia.

Per questo, novant’anni dopo, rendere omaggio ai combattenti antifascisti non può significare guardare al passato con nostalgia, ma deve tradursi nel lavoro di oggi: nelle cellule nei luoghi di lavoro, nell’organizzazione nei quartieri operai, nell’intervento tra la gioventù lavoratrice, nella lotta per i diritti delle donne della nostra classe, nella battaglia ideologica contro l’anticomunismo, nella ricostruzione culturale di una concezione proletaria del mondo e nell’opposizione senza compromessi alla guerra imperialista.

L’Ufficio Politico del PCTE invita a trasformare il 90º anniversario del colpo di Stato fascista in una campagna di memoria di classe e di lotta nel presente. Non soltanto per contendere l’interpretazione del passato, ma anche le categorie con cui si comprende il presente. Non per chiedere riconoscimento allo Stato, ma per organizzare coloro che questo Stato sfrutta, reprime e costringe a pagare il prezzo delle crisi e delle guerre del capitale.

La nostra memoria non trova posto nelle celebrazioni ufficiali. La nostra memoria vive negli scioperi, nelle assemblee, nei picchetti, nei quartieri operai, nella gioventù che si organizza, nelle lavoratrici che lottano, in quanti si oppongono alla NATO, in quanti difendono la solidarietà con i popoli aggrediti, in quanti ogni giorno innalzano la bandiera rossa della classe operaia.

Onore a quanti combatterono il fascismo.

Onore a quanti caddero per la causa della classe operaia.

Ufficio Politico del PCTE, luglio 2026

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