L'Ordine Nuovo

Menu superiore

Menu principale

  • Rassegna operaia
  • Capitale/lavoro
  • Classe e partito
  • Internazionale
    • Notizie dal mondo
    • Imperialismo
    • Vita politica internazionale
  • Politica
  • Terza pagina
    • Film e TV
    • Libri
    • Musica
    • Pillole di storia
    • Storia di classe
    • Manifesti
  • Tribuna
  • Speciali
    • Centenario PCdI
    • Lenin 150
    • Rivista Comunista Internazionale

logo

L'Ordine Nuovo

  • Rassegna operaia
  • Capitale/lavoro
  • Classe e partito
  • Internazionale
    • Notizie dal mondo
    • Imperialismo
    • Vita politica internazionale
  • Politica
  • Terza pagina
    • Film e TV
    • Libri
    • Musica
    • Pillole di storia
    • Storia di classe
    • Manifesti
  • Tribuna
  • Speciali
    • Centenario PCdI
    • Lenin 150
    • Rivista Comunista Internazionale
  • Il quadrante sud di Roma tra sfruttamento, speculazione e gentrificazione

  • Il nuovo piano per il riarmo continentale: analisi del Libro Bianco della Difesa Europea

  • Lo sciopero: “weekend lungo” o arma insostituibile in mano ai lavoratori?

  • La corsa al riarmo e la conversione alla guerra della produzione: intervista ai lavoratori della Leonardo promotori della petizione “Non in mio nome, non col mio lavoro”

  • Vita politica internazionale – Quarantaseiesimo numero

  • L’aggressione militare degli USA aggrava la crisi politica in Venezuela

  • Dichiarazione sui massacri commessi dalle Forze di Supporto Rapido a Barah e Al-Fashir

  • “Alterità” nel campo dell’informazione e della comunicazione per un mondo “altro”

  • L’intelligenza artificiale al servizio dell’occupazione: così i giganti della tecnologia sono diventati complici della distruzione di Gaza

  • I neonazisti si riuniscono a San Pietroburgo: il fascismo come arma del capitale

Capitale/lavoroCopertina
Home›Capitale/lavoro›Lo sciopero: “weekend lungo” o arma insostituibile in mano ai lavoratori?

Lo sciopero: “weekend lungo” o arma insostituibile in mano ai lavoratori?

Di Domenico Cortese
13/11/2025
319
0
Condividi:

La politica fortemente antisindacale del governo Meloni, che ha promosso diverse leggi repressive per i lavoratori e usato più volte l’arma della precettazione per impedire l’utilizzo del diritto di sciopero, si arricchisce ora dello strumento della derisione; un grottesco tentativo di mettere i lavoratori gli uni contro gli altri (ad esempio tramite la mistificazione secondo la quale lo sciopero colpirebbe principalmente gli altri lavoratori) che ha la funzione politica di sminuire il valore sociale e, anche, il prestigio storico del fenomeno dello sciopero. Per rispondere all’attacco di Giorgia Meloni, secondo la quale i lavoratori «scioperano sempre di venerdì» per beneficiare del «weekend lungo», basterebbe ricordare che il lavoratore che sciopera sceglie, in nome di un diritto collettivo e, spesso, di un valore più grande dell’interesse individuale, di rinunciare a una giornata di salario o di stipendio. Esatto: non dovrebbe essere un elemento da dover ricordare, ma chi sciopera perde una parte delle sue entrate mensili, il che significa che scioperare non equivale a una sorta di ferie pagate. In una fase storica nella quale i salari medi reali dei lavoratori italiani sono sempre più bassi, perdere anche un giorno lavorativo, anzi, lascia i loro percettori con un reddito da fame. Lo sciopero è una forma di lotta che prevede un sacrificio sostanziale.

Lo “sciopero del venerdì”

Naturalmente la questione dello sciopero nella giornata di venerdì è più complessa e non riflette i presupposti sui quali si basa la Presidente del Consiglio. In effetti, il sabato molti operai e impiegati lavorano. Ben un lavoratore dipendente su tre nel nostro Paese lavora durante i fine settimana e si tratta di una percentuale (30,9%) relativamente alta, che supera di molto, ben oltre dieci punti, la media europea, che si ferma al 19,2%. Per quasi un terzo dei lavoratori l’idea del weekend lungo è, quindi, un non-senso.

Ma, soprattutto, occorre riflettere sul fatto che organizzare uno sciopero il venerdì (o, anche, il lunedì) è un modo per massimizzare il danno fatto alle aziende e la visibilità della protesta stessa. Infatti, scioperare un venerdì o un lunedì “taglia” il fine settimana: se la produzione si ferma il venerdì pomeriggio o il lunedì mattina, si accumulano ritardi che possono ripercuotersi sull’intera settimana successiva (spedizioni saltate, catene logistiche scombinate, turni da riorganizzare). Per il commercio al dettaglio e i servizi, in particolare, un weekend è spesso il momento di maggiore afflusso: uno sciopero che copre il weekend o lo precede subito può ridurre vendite e visibilità più di uno sciopero in un giorno feriale qualsiasi. Inoltre, molte catene produttive non recuperano facilmente un giorno perso prima o dopo il weekend a causa di merce in arrivo programmata, logistica che lavora a ritmo settimanale, eccetera, che possono amplificare i costi per l’azienda. Infine, scioperare il lunedì o il venerdì può interrompere il flusso dei lavoratori pendolari che usano il trasporto pubblico o i servizi aziendali, creando un effetto a catena.

In sintesi: lo sciopero di venerdì ha che fare con una strategia conflittuale, e per una buona fetta di lavoratori non coincide con un “ponte” verso il riposo di fine settimana.

Si sciopera troppo o troppo poco?

Se prendiamo i dati ufficiali dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL) sulle ore di mobilitazione per scioperi nei paesi relativamente “sviluppati” dal punto di vista capitalistico – dagli Stati uniti alla Corea del Sud, dai membri dell’Unione Europea alla Turchia, e così via – scopriamo che dal 1992 ai giorni nostri si è verificata una mastodontica caduta delle astensioni dal lavoro: in media, gli scioperi sono crollati di oltre il 40%, con punte negative di oltre l’80% nel Regno Unito. E se i dati fossero partiti dagli anni Settanta avremmo registrato un tracollo globale degli scioperi ancor più accentuato, mediamente stimabile a non meno del 70%. A questa tendenza, naturalmente, l’Italia non fa eccezione.

Le informazioni disponibili oggi per quanto riguarda l’Italia tracciano l’evoluzione dei conflitti di lavoro dal 1949 al 2009. A una prima analisi del fenomeno, il numero di scioperi cresce rapidamente tra gli anni Sessanta e Settanta, in particolare nell’industria e nei servizi. Questa crescita trova riscontro in un dato rappresentativo: ben 3.605 scioperi per il settore dell’industria nel 1971, a fronte di un totale record di ben 5.598 conflitti annui (15 al giorno) – non è un caso se le maggiori conquiste in termini contrattuali e legislative abbiano avuto luogo in quella fase storica. Confrontiamo questi numeri con quelli di oggi: nel 2024 sono stati 1.603 gli scioperi proclamati, 981 revocati, per un totale di sole 622 mobilitazioni. Non sorprende che i salari reali, in assenza di conflitto sociale, siano in caduta libera: le retribuzioni contrattuali in termini reali a settembre 2025 sono state al di sotto dell’8,8% rispetto ai livelli di gennaio 2021. Un crollo che nella storia italiana si è visto solo in situazioni eccezionali.

La debolezza della classe operaia si ripercuote anche sulle tempistiche dei rinnovi contrattuali. Alla fine di settembre 2025, i 46 contratti collettivi nazionali in vigore per la parte economica riguardavano soltanto il 56,9% dei dipendenti. Perciò, i contratti scaduti, in attesa di rinnovo a fine settembre 2025, sono stati 29 e coinvolgevano circa 5,6 milioni di dipendenti, il 43,1% del totale. Più di 4 lavoratori dipendenti su 10, quindi, dopo tre anni di carovita, non avevano neppure un CCNL rinnovato. Probabilmente perché nessun datore di lavoro ha avuto l’urgenza di farlo, in assenza di disagi provocati dall’astensione dal lavoro.

La conseguenza è che il tempo medio di attesa di rinnovo per i lavoratori con contratto scaduto, tra settembre 2024 e settembre 2025, è passato da 18,3 a 27,9 mesi. In altre parole, in media, in Italia, i lavoratori con contratto scaduto devono attendere più di due anni per il rinnovo.

Una legge antisciopero mascherata: la 146/90 

È utile spendere qualche parola sulla legge la cui applicazione era stata all’origine della disputa sulla legittimità dello sciopero generale del 3 ottobre 2025 – poi molto riuscito – al punto da condurre, successivamente, ad un procedimento contro i sindacati che lo hanno proclamato da parte della Commissione di garanzia sugli scioperi.

Mediante la legge 146/90, infatti, l’esercizio dello sciopero è stato depotenziato con il pretesto di fornire garanzie ai cittadini sul funzionamento dei “servizi pubblici essenziali” – una categoria arbitraria che include sia settori veramente essenziali come, ad esempio, la sanità, sia altri che non hanno a che fare con la sicurezza e l’incolumità della popolazione (come, per esempio, la pubblica istruzione).

Questa legge ha fornito uno scudo legale per reprimere l’efficacia di uno sciopero attraverso l’obbligo, per i soggetti proclamanti, di:

  • Erogare prestazioni indispensabili, individuate sia dalle singole organizzazioni sindacali, sia dalla contrattazione collettiva. In altri termini, sono le organizzazioni più rappresentative a decidere come mediare tra il diritto di sciopero dei lavoratori e i diritti degli utenti dei servizi, il che impedisce a organizzazioni sindacali più conflittuali di incalzare queste e i lavoratori verso l’intensificazione della lotta.
  • Fornire un preavviso minimo di 10 giorni dall’indizione, il che naturalmente riduce la capacità di creare disagio da parte dei lavoratori.
  • Indicare la durata dello sciopero al momento della sua proclamazione, che ha lo stesso effetto del secondo punto.

Cosa ha portato questa limitazione lo spiega bene, oltre quello che è accaduto in vista del 3 ottobre (quando era in questione l’obbligo di preavviso), anche, per esempio, un episodio del 2018, circa alcune misure contenute nella Delibera n. 18/95 della Commissione di Garanzia datata 21 marzo. Tale deliberazione modificava la disciplina degli scioperi nel trasporto pubblico locale, incidendo in modo particolare sulla rarefazione (fissando un intervallo minimo di 10 giorni tra un’azione di sciopero e l’altra indipendentemente dalle motivazioni e dal livello sindacale che ha proclamato lo sciopero, sullo stesso bacino di utenza) ed interveniva, poi, in via del tutto discutibile, sul Regolamento del Servizio, stabilendo una procedura paradossale e molto limitativa del diritto individuale di sciopero. Nel dettaglio, veniva stabilito che le aziende avrebbero concordato con le RSA/RSU e, ove non presenti, con le articolazioni territoriali delle Organizzazioni sindacali stipulanti il CCNL Autoferrotranvieri, i servizi esclusi dall’ambito di applicazione della disciplina dell’esercizio del diritto di sciopero.

In pratica, secondo le istituzioni preposte alla regolamentazione degli scioperi, questi non sarebbero più un diritto individuale e libero per tutti i lavoratori (garantito dall’articolo 40 della Costituzione) bensì funzione di accordi presi da parti terze – magari sindacati “gialli” – che possono decidere quale tipo di lavoratore può usufruirne.

Gli scioperi come arma insostituibile: perché i padroni hanno così paura di essi

Lo sciopero è un sacrificio del lavoratore che, con l’obiettivo di ridurre l’intensità del proprio sfruttamento o di lottare per dei valori politici che egli ritiene superiori al proprio guadagno individuale, decide di astenersi dal lavoro rinunciando a una giornata di paga, per creare un disagio all’impresa o alle istituzioni affinché queste cedano alle richieste dei lavoratori. Nel corso degli ultimi due secoli, sono stati gli scioperi le armi che, più di tutte, come ci segnalano i dati sopra richiamati, hanno contribuito all’incremento degli standard di vita della classe operaia e, quindi, della maggior parte della popolazione. Il fatto stesso che i padroni, o i partiti espressione del capitale, siano così ostili allo sciopero come forma di protesta dimostra la realtà dello sfruttamento come fenomeno strutturale e inseparabile del modello capitalista: se da un lato è vero che il datore di lavoro non retribuisce il lavoratore nella giornata in cui sciopera, questo non significa che, in questo modo, egli “risparmia” dalla perdita dovuta alla sospensione della produzione. Infatti, il padrone, per ogni giornata di lavoro di un dipendente salariato, ottiene una fetta di profitto che è maggiore del salario effettivo con il quale viene retribuito il lavoratore – in caso contrario, la stessa impresa capitalistica non avrebbe ragione di esistere. Il danno monetario che lo sciopero procura all’azienda è quindi maggiore del salario che l’azienda risparmia. Danneggiare i profitti del padrone, metterlo veramente in difficoltà bloccando l’accumulazione del suo capitale, la pianificazione dei suoi investimenti, la sua capacità di competere e il suo guadagno previsto è uno strumento insostituibile in mano alla classe operaia e che, proprio per questo, viene svilito e deriso dai governi padronali.

Taggoverno melonilavoratorilotta di classesciopero
Articolo precedente

La corsa al riarmo e la conversione ...

Articolo successivo

Il nuovo piano per il riarmo continentale: ...

5
Condiviso
  • 5
  • +
  • 0
  • 0
  • 0
  • 0

Domenico Cortese

Domenico Cortese, nato a Tropea nel 1987, dottore di ricerca in Filosofia e Storia. Gestisce il blog Il Capitale Asociale su FB e IG, è membro del comitato centrale del Fronte Comunista, in cui milita dalla sua fondazione. Collabora con L'Ordine Nuovo su argomenti di economia e attualità.

Articoli correlati Altri articoli dell'autore

  • Quarto Stato
    Classe e partito

    Le classi sociali in Europa e in Italia

    25/06/2020
    Di Domenico Moro
  • Lavoratori Tekneko
    Rassegna operaia

    Tekneko di Bracciano: un appalto sulla pelle dei lavoratori

    10/03/2021
    Di Redazione
  • Rassegna operaia

    Per sostenere la lotta dei braccianti non bastano comunicati

    08/04/2020
    Di Redazione
  • legge di bilancio 2025
    Politica

    La legge di bilancio 2025 e la sua natura di classe

    09/01/2025
    Di Domenico Cortese
  • Brasile In centinaia di migliaia occupano le strade contro il governo genocida di Bolsonaro
    Vita politica internazionale

    Vita politica internazionale – Sesto numero

    06/06/2021
    Di Redazione
  • Sciopero 26 novembre Grecia
    Rassegna operaia

    I lavoratori e le lavoratrici combattivi esprimono ai lavoratori greci la loro solidarietà per lo sciopero del 26 novembre

    26/11/2020
    Di Redazione

Ti potrebbe interessare

  • Marcello Mastroianni
    Film e TV

    Cinema Ritrovato. Allonsanfàn, di Paolo e Vittorio Taviani, 1974

  • Capitale/lavoro

    Toglietemi tutto, ma non il profitto: i guadagni dei capitalisti nella crisi

  • Libri

    Recensione: “Eurosovranitá o democrazia? Perché uscire dall’euro è necessario” di Domenico Moro

Leggi anche…

Vita Politica Internazionale – Ventottesimo numero

Vita politica internazionale – Ventottesimo numero

02/03/2025 | By Redazione
Vita politica internazionale – Trentacinquesimo numero

Vita politica internazionale – Trentacinquesimo numero

08/06/2025 | By Redazione

seguici:

  Facebook  Instagram  Twitter

contattaci:

  Contattaci
Quest’opera è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione 3.0 Italia. Possono dunque esserne ripresi altrove i contenuti: basta citarne la fonte. "L'Ordine Nuovo" è un sito web di informazione indipendente e non rappresenta una testata giornalistica ai sensi della legge 62/2001. Qualora le notizie o le immagini pubblicate violassero eventuali diritti d’autore, basta che ci scriviate e saranno immediatamente rimosse.