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Home›Copertina›Nessuna ricostruzione, solo profitti e speculazione: a dieci anni dal terremoto del Centro Italia

Nessuna ricostruzione, solo profitti e speculazione: a dieci anni dal terremoto del Centro Italia

Di Redazione
24/08/2026
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Il 24 agosto 2016 un potente sisma dava inizio a una lunga sequenza di terremoti che colpì il Centro Italia, causando complessivamente circa 300 vittime e oltre 40mila sfollati. La sequenza sismica, le cui scosse più devastanti si sono susseguite fino al gennaio dell’anno successivo e hanno avuto come epicentro i comuni di Accumoli, Castelsantangelo sul Nera, Norcia e Capitignano, ha colpito quattro regioni (Lazio, Marche, Umbria e Abruzzo), devastando 140 comuni.

Nessuna ricostruzione, solo profitti e speculazione: a dieci anni dal terremoto del Centro Italia

Rappresentazione dei 140 comuni devastati dal terremoto del Centro Italia

A dieci anni dall’inizio di questa tragedia è possibile trarre un primo bilancio, a partire dalle condizioni di emergenza abitativa in cui si trovano ancora migliaia di residenti delle aree colpite. Nel periodo successivo al sisma sono state realizzate circa 3.600 “Soluzioni Abitative di Emergenza” (“SAE”), gli alloggi provvisori predisposti dallo Stato per le famiglie rimaste senza casa. Oggi, dieci anni dopo, 2.267 nuclei familiari vivono ancora in queste abitazioni temporanee.

A queste famiglie vanno aggiunte quelle che, pur non vivendo nelle “SAE”, non hanno ancora potuto fare ritorno alla propria abitazione e continuano a dipendere da altre forme di assistenza. Una parte consistente della popolazione sfollata non è quindi ancora potuta tornare nelle proprie case.

Anche la realizzazione delle strutture abitative di emergenza è stata segnata da gravi ritardi e logiche speculative. Ai lunghi tempi di attesa per la consegna delle “SAE” si sono aggiunti casi documentati di utilizzo di materiali scadenti e di cattiva esecuzione dei lavori, con problemi strutturali che, in alcuni casi, hanno portato all’inagibilità delle abitazioni, nonché illeciti legati al ricorso ad appalti e subappalti irregolari.

Nessuna ricostruzione, solo profitti e speculazione: a dieci anni dal terremoto del Centro Italia

Le “SAE”, le abitazioni provvisorie in cui i terremotati vivono da ormai quasi dieci anni

Sono emersi inoltre casi di sfruttamento selvaggio dei lavoratori impiegati nei cantieri. Alcuni operai hanno denunciato episodi di caporalato, infortuni sul lavoro e omissione di soccorso. In alcuni casi, lavoratori infortunati hanno testimoniato di non aver potuto ricorrere alle cure mediche sotto minaccia del padrone.

Anche la ricostruzione delle opere pubbliche necessarie alla vita e alla ripresa dei territori procede a rilento: ancora oggi, circa due opere pubbliche su tre non hanno visto l’avvio materiale dei lavori.

La stessa lentezza non ha caratterizzato tutti gli interventi successivi al sisma. Mentre la popolazione ha continuato per anni ad attendere il ritorno nelle proprie case e la ricostruzione dei servizi e delle opere pubbliche essenziali, i governi borghesi e le amministrazioni locali sono intervenuti con maggiore tempestività per garantire la continuità delle attività produttive e la ripresa delle filiere legate al turismo. Alle opportunità di profitto offerte alle imprese costruttrici dagli interventi emergenziali già realizzati e dalle future opere di ricostruzione si aggiunge quindi il sostegno che fin da subito è stato assicurato alle imprese sui territori colpiti.

È questa diversa scala di priorità che emerge con chiarezza: da una parte migliaia di persone ancora private della propria casa e territori che attendono opere e servizi essenziali; dall’altra interventi rapidi per garantire la continuità della produzione e sostegno alle imprese.

Nessuna ricostruzione, solo profitti e speculazione: a dieci anni dal terremoto del Centro Italia

Il centro storico di Amatrice, tra i borghi maggiormente devastati dal terremoto

Il risultato è una ricostruzione ancora lontana dall’essere conclusa, nella quale gli investimenti e gli interventi hanno privilegiato ciò che è maggiormente funzionale alle logiche del profitto e della speculazione, anziché alle esigenze collettive delle popolazioni colpite.

La contraddizione diventa ancora più evidente se si considera il complesso delle politiche condotte dai governi alternatisi in questi dieci anni. La sequenza sismica del Centro Italia ha prodotto danni stimati tra 26 e 29 miliardi di euro, ma agli investimenti insufficienti destinati alla ricostruzione post-sisma fanno da contraltare le somme miliardarie investite nelle grandi opere inutili e spesso dannose, come il TAV Torino-Lione (del quale il solo tunnel di base, ricordiamo, ha un costo di 14,7 miliardi di euro, seppur questa cifra non sia interamente a carico dell’Italia) e il ponte sullo Stretto di Messina (che costa 13,5 miliardi di euro). A tutto questo fa, poi, da cornice il continuo e vertiginoso aumento delle spese militari (secondo il Military Expenditure Database elaborato dal SIPRI passate da 24,4 miliardi di dollari nel 2016 a 48,1 miliardi nel 2025) nel quadro del riarmo europeo e della preparazione alla guerra imperialista generalizzata su indicazione della NATO.

Se queste risorse venissero destinate alla ricostruzione, o più in generale ad affrontare la crisi abitativa che affligge milioni di persone in tutta Italia, le condizioni dei terremotati sarebbero ben diverse.

Al contrario, il governo Meloni dimostra apertamente come nella propria agenda la ricostruzione delle aree terremotate sia tutt’altro che una priorità: nel decimo anniversario del sisma occorso oggi, il commissario straordinario per la ricostruzione, Guido Castelli (FdI), ha affermato che l’obiettivo dell’esecutivo sarebbe completare la ricostruzione nel 2035, vale a dire quasi 20 anni dopo la catastrofe. L’ennesimo schiaffo a una popolazione che già ormai da troppi anni attende di rientrare nelle proprie case.

Nessuna ricostruzione, solo profitti e speculazione: a dieci anni dal terremoto del Centro Italia

Militanti del FGC raccolgono beni di prima necessità per i terremotati il 24 agosto 2016

A tutto questo si aggiunge il progressivo abbandono delle cosiddette “aree interne”, contrastato a parole ma alimentato nei fatti dalle politiche dei governi di centro-destra e centro-sinistra. Intere zone del Paese, in cui abita quasi un quarto della popolazione nazionale ma considerate dalle logiche capitalistiche meno redditizie per il capitale rispetto ai grandi centri, vengono sempre più private di servizi essenziali e degli investimenti necessari alla messa in sicurezza dei territori. Il risultato è lo spopolamento e l’emigrazione di chi vede preclusa ogni prospettiva occupazionale e di vita dignitosa. Molti dei comuni colpiti dal sisma del Centro Italia rientrano in questa categoria.

Le contraddizioni che hanno fatto sì che migliaia di persone siano state abbandonate e private di ogni bene implicano che la denuncia delle condizioni degli sfollati e dei familiari delle vittime del terremoto del Centro Italia sia a tutti gli effetti parte integrante della lotta di classe. All’interno del sistema capitalistico, i bisogni della popolazione sono strutturalmente subordinati al profitto, perfino di fronte a gravi emergenze e catastrofi naturali. La vicenda dei terremotati dimostra ancora una volta la brutalità di un sistema che all’immediato sostegno alle vittime delle calamità antepone la garanzia di nuovi profitti per imprenditori e palazzinari.

Difendere i diritti delle comunità terremotate significa quindi lottare per difendere quanti vedono negato il diritto alla casa, a una vita dignitosa e a prospettive di benessere per i propri territori.

TagAbruzzocasagoverno meloniLazioMarcheSolidarietàterremototerritorioUmbriaurbanistica
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