A più di un anno dalle prossime elezioni politiche, Fratelli d’Italia cerca di spianare la strada alla nuova, ennesima, legge elettorale creata ad hoc per consentire alla maggioranza di governo di riconfermarsi a Palazzo Chigi. Come reazione a questo disegno di legge, diversi costituzionalisti, sindacati, blogger e, ovviamente, i partiti di opposizione hanno insistito sulla sua natura di legge ad personam, autoritaria o antidemocratica. Significativamente, 126 professori di diritto costituzionale hanno definito la riforma Meloni come «non conciliabile con i principi della democrazia rappresentativa», in particolare per via del largo premio di maggioranza che prevede.
Al di là della formula elettorale specifica, legata alla fase dei rapporti di forza tra le formazioni politiche, tuttavia, ciò che emerge da tempo come orientamento comune nei partiti borghesi e nel capitale italiano in generale è la volontà di erodere sempre di più i margini di democrazia sostanziale ancora presenti nelle istituzioni del nostro Paese. Le continue riforme elettorali, infatti, rappresentano soltanto uno degli strumenti che la politica padronale sta rafforzando da tempo per consolidare la posizione di alcune delle fazioni borghesi rispetto ad altre, o per rendere sempre più veloci ed “efficienti” le decisioni dei governi in periodi di crisi fisiologica del capitalismo o anche al fine di limitare al massimo la possibilità di affermazione di organizzazioni politiche contrarie agli interessi del capitale.
Questo articolo analizza il carattere meramente formale della democrazia borghese in Italia e come le varie riforme elettorali possano essere considerate uno dei tanti elementi di restrizione degli spazi di agibilità democratica, che può essere compreso solo all’interno di questa cornice. Da questo punto di vista, va denunciata l’ipocrisia di quei soggetti politici e istituzionali che parlano di attacco alla democrazia solo con riferimento alle leggi elettorali – e spesso solo quando esse sono sfavorevoli alla loro fazione politica. Se la democrazia elettorale borghese non permette alla classe operaia e ai settori popolari, la stragrande maggioranza del Paese, di far governare realmente un soggetto espressione dei loro interessi non è certo soltanto a causa della legge elettorale.
1. Il dominio del capitale nella democrazia borghese
Per comprendere il tema dell’agibilità democratica in un Paese capitalista occorre partire dal peso dei reali rapporti di forza tra proprietari di mezzi di produzione e la popolazione lavoratrice sulle stesse scelte elettorali e sugli indirizzi degli esecutivi. Si tratta di un argomento vastissimo e complesso, per cui in questa sede ci limiteremo a presentare quattro ragioni principali che chiariscono il motivo per cui i comunisti definiscono la democrazia borghese come dittatura del capitale. È questa la cornice entro cui operano tutti gli altri fattori di natura legislativa, istituzionale e sovranazionale analizzati nei paragrafi successivi.
A. Il fattore che influenza, innanzitutto, non solo la condotta dei governi ma anche gli stessi esiti elettorali, è il potere di ricatto esercitato dal capitale finanziario. Esistono numerosi studi che dimostrano come la cosiddetta “incertezza politica”, spesso rappresentata dall’ascesa di partiti intenzionati a portare avanti politiche anche solo apparentemente meno ostili agli interessi popolari, abbia effetti rilevanti sul costo del finanziamento del debito pubblico. Votare sotto la minaccia della cosiddetta “crisi dello spread”, attraverso la quale il capitale finanziario si assicura esecutivi maggiormente rispondenti agli interessi della rendita finanziaria e del capitale nel suo complesso rappresenta un elemento che condiziona alla radice il processo elettorale. Il ricatto dei capitali finanziari viene rafforzato, spesso, da dichiarazioni più o meno esplicite di esponenti politici in prossimità delle tornate elettorali. Un esempio significativo sono le dichiarazioni di Jean-Claude Juncker che, nel 2015, nel pieno della crisi greca e alla vigilia delle elezioni politiche di quel Paese, furono «non ci possono essere scelte democratiche contro i Trattati europei», ovvero contro quei trattati che garantiscono il funzionamento libero del mercato unico dei capitali. La fine ingloriosa dell’esperienza governativa di Syriza, giunta al governo proprio grazie a quelle elezioni dimostra, nei fatti, come la capacità di ricatto dei mercati finanziari possa determinare le effettive linee politiche dei partiti che si mantengono nell’alveo del capitalismo.
B. In secondo luogo, un fattore che compromette in modo evidente il presunto carattere “democratico” delle elezioni borghesi è che i partiti padronali che competono alle elezioni sono finanziati dai maggiori gruppi imprenditoriali italiani e internazionali. Questa situazione è ulteriormente peggiorata con la riforma del finanziamento della politica, approvata nel 2014 sull’onda della retorica “anti-casta” del M5S, che ha abolito il finanziamento pubblico diretto ai partiti e i rimborsi elettorali, sostituendoli con un sistema basato su donazioni volontarie e ha spinto le forze politiche ad attingere maggiormente a fonti private a scapito del sostegno pubblico. Ciò ha ulteriormente accresciuto l’opacità del sistema di finanziamento e la pressione esercitata da parte dei grandi gruppi economici. In generale, se i partiti padronali possono contare su finanziamenti milionari mentre i partiti della classe operaia spesso sono autofinanziati, la competizione elettorale si svolge su un terreno strutturalmente diseguale. Anche i dati resi pubblici dimostrano che i maggiori finanziatori dei partiti provengono da grandi gruppi imprenditoriali. Ad esempio, la campagna elettorale del PD nel 2022 è stata finanziata da diverse aziende italiane, tra cui quelle che sono legate all’imprenditore Gianfranco Librandi, che solo quell’anno ha donato al partito 100mila euro. L’esempio più evidente di questo meccanismo è il sistema elettorale statunitense, in cui i partiti sono apertamente finanziati e sostenuti dai principali gruppi economici e da grandi capitalisti del Paese e del mondo; basti pensare che il finanziere George Soros, di origine ungherese, ha donato 128,5 milioni di dollari ai Democratici in vista delle elezioni midterm del 2022.
C. Più in generale, va rilevato che in una società divisa in classi il voto non è pienamente libero. Oltre al fenomeno della “falsa coscienza”, per cui gli interessi della classe dominante vengono percepiti come interessi generali, la scelta elettorale è condizionata anche dai bisogni immediati degli strati popolari più impoveriti che, avendo un potere contrattuale minore (anche a causa della debolezza del movimento operaio) si trovano a subire o accettare quell’accordo asimmetrico che corrisponde al clientelismo, esplicito o velato. In alcuni casi si manifesta un vero e proprio ricatto sul piano occupazionale nei confronti del lavoratore da parte del padrone (o del padrone-mafioso) che orienta il voto verso la fazione borghese più funzionale ai propri interessi, con la minaccia di perdere il posto di lavoro. La forma meno esplicita di questo meccanismo si manifesta attraverso il prestigio sociale e la pressione che riescono a esercitare, soprattutto nelle elezioni locali, alcuni professionisti (come l’avvocato o il medico) quando si candidano alle elezioni, influenza determinata dalla posizione in cui essi si collocano nei confronti della popolazione e delle sue esigenze immediate.
D. Il capitale non controlla soltanto i media e, quindi, l’opinione pubblica, come accenneremo più avanti. I grandi monopoli praticano lobbying (direttamente o tramite associazioni di categoria) a favore degli interessi del capitale che rappresentano al fine di massimizzare i profitti, ottenendo risultati notevoli. Uno studio di Oxfam ha esaminato diversi strumenti di influenza politica, evidenziando come gli interessi economici organizzati siano spesso in grado di incidere sulla gestione, se non sulla definizione stessa, delle politiche fiscali. Nell’Unione Europea, 14 delle 20 organizzazioni che hanno registrato il maggior numero di incontri con i rappresentanti politici europei sono legate a interessi economici privati. Negli Stati Uniti, le aziende controllate dai dieci uomini più ricchi del mondo hanno speso 88 milioni di dollari in attività di lobbying nel 2024, una cifra superiore alla spesa complessiva di tutti i sindacati (55 milioni di dollari).
2. L’abuso dei decreti-legge e la minaccia del premierato
La legge elettorale, come accennato, non è il solo strumento che la borghesia italiana ha utilizzato per conservare gli attuali rapporti di forza sociali all’interno delle istituzioni, riducendo gli spazi di agibilità per opposizioni anti-padronali. Non si tratta inoltre del solo strumento impiegato per rafforzare il peso politico di una determinata fazione borghese rispetto alle altre. Basti pensare, ad esempio, alle modifiche che nel 1997 (governo Prodi) hanno interessato il regolamento della Camera e che hanno rappresentato un ulteriore rafforzamento dei poteri del governo nei confronti del Parlamento, proseguendo una tendenza già avviata da precedenti interventi legislativi (si pensi all’estensione del contingentamento dei tempi, alle nuove regole sul voto degli emendamenti e così via).
A ciò si accompagnava il ricorso sempre maggiore alla delegazione legislativa a favore dei governi. Oltre a ciò, si è ulteriormente accentuato il ricorso alla questione di fiducia sui provvedimenti di maggiore rilievo politico (si pensi alla legge finanziaria e alle questioni di fiducia poste sui cosiddetti “maxi-emendamenti” del Governo). Tutti elementi che, insieme ad altri, determinano una concezione del principio di maggioranza sempre più autoritaria.
Il governo Meloni, inoltre, ha seguito la tendenza della storia recente italiana nel ricorso frequente ai decreti-legge: al 13 marzo 2026, sono stati emanati ben 132 decreti-legge, con una media superiore a tre decreti al mese. Il ricorso frequente ai decreti-legge, spesso con contenuti eterogenei, ha contribuito a comprimere la funzione legislativa del Parlamento. La frequenza del ricorso ai decreti-legge ha raggiunto livelli analoghi a quelli registrati dai governi Draghi (3,2 al mese) e Conte II (3,18), collocandosi tra i livelli più elevati registrati dai governi recenti. Molti dei decreti emanati, almeno 27, sono stati definiti “omnibus” (cioè eterogenei), contenendo misure disparate e, se si escludono le ratifiche di trattati internazionali, dall’insediamento dell’attuale governo le leggi di conversione approvate sono state 71, a fronte di 65 leggi ordinarie entrate in vigore. Nelle ultime quattro legislature durante due esecutivi si è registrata una netta prevalenza delle leggi di conversione. Si tratta dei governi Conte II (9 leggi ordinarie e 34 conversioni) e Letta (7 ordinarie, 22 conversioni). Il decreto-legge, dunque, continua ad essere uno strumento di cui i governi, quale che sia la loro estrazione politica e loro composizione, continuano ad abusare, assumendo nella prassi una funzione assimilabile a quella di un disegno di legge governativo, rafforzato dalla disciplina costituzionale che ne consente l’immediata operatività e garantisce certezza dei tempi dell’esame parlamentare. Questa pratica restringe gli spazi del dibattito democratico, accelera l’approvazione di norme senza adeguata discussione e ponderazione e spesso viene utilizzata anche in assenza dei reali presupposti di necessità e urgenza richiesti dalla Costituzione.
Non possiamo concludere questo paragrafo senza richiamare l’ennesima proposta reazionaria di riforma costituzionale, la cui approvazione è stata probabilmente rinviata dalla vittoria del No al referendum dello scorso marzo. Ci riferiamo alla riforma, proposta dal governo Meloni, che avrebbe introdotto il premierato, con l’obiettivo dichiarato di rendere impossibili “ribaltoni” all’interno di una legislatura. Detto in altre parole e al di là della retorica populista, l’obiettivo era ridurre al minimo il potere del Parlamento di costruire maggioranze alternative e nuovi governi all’interno della stessa legislatura, con l’effetto di rendere sterile il dibattito politico dentro e fuori le Camere, che la stessa retorica liberale presenta come fondamento della propria idea di democrazia.
Si sarebbe trattato dell’ennesimo rafforzamento dell’esecutivo con l’obiettivo di ridurre ulteriormente l’influenza del Parlamento sulle decisioni politiche e il peso che il dibattito pubblico può esercitare su di esse.
3. Le leggi repressive
Il gran numero di “decreti Sicurezza” emanati dal governo attuale in continuità con gli esecutivi precedenti dimostra chiaramente la necessità, per la borghesia, di tutelarsi da soggetti e organizzazioni che considera pericolosi per i propri interessi, riducendone gradualmente l’agibilità democratica. Abbiamo già analizzato a fondo, in questi articoli, i provvedimenti più deleteri già entrati in vigore e, soprattutto, le ripercussioni che essi avranno sui ceti popolari, che saranno ulteriormente esposti alla repressione dello Stato e dei padroni per contestazioni legate a legittime esigenze materiali dovute al crollo dei salari reali e alla mancanza di diritti sociali effettivi. In continuità con la tendenza, tipica dei più recenti esecutivi, di affrontare ogni problematica sociale come un problema di ordine pubblico, infatti, questo insieme di misure ha come obiettivo politico quello di criminalizzare o inasprire le pene per le espressioni più combattive di conflitto di classe e, in generale, di lotta per i diritti di base come il diritto alla salute, al lavoro ben retribuito, alla casa e all’istruzione pubblica e gratuita. L’ultimo decreto Sicurezza (nel quale compare, tra l’altro, l’estensione dell’arresto in flagranza differita e della procedibilità d’ufficio per i reati di danneggiamento commessi durante le manifestazioni pubbliche) contiene, infine, anche degli aspetti di propaganda e di reazione a casi di cronaca, reali o strumentalizzati, con cui il governo “droga” il dibattito pubblico.
4. Il controllo dell’informazione da parte della borghesia
Pur essendo uno dei fattori che concorrono a determinare il carattere della democrazia borghese analizzato nel primo paragrafo, al tema del monopolio dell’informazione da parte del capitale dedichiamo un approfondimento specifico.
Infatti, è interessante notare come, anche e soprattutto nell’epoca di internet e dei social network, il sistema dei mezzi d’informazione sia dominato da pochi grandi gruppi editoriali e conglomerati economici, spesso legati a importanti famiglie imprenditoriali o istituti finanziari.
Il più grande gruppo editoriale italiano (con ramificazioni anche all’estero) è RCS MediaGroup, che ha come azionista di maggioranza Urbano Cairo, presidente del Torino calcio. RCS è controllato da Cairo Communication, che comprende anche Cairo Editore e Editoriale Giorgio Mondadori. Le restanti quote sono detenute dall’imprenditore Diego Della Valle (presidente e amministratore delegato di Hogan e Tod’s), Mediobanca, Unipol e dalla multinazionale statale cinese Sinochem, che è il principale azionista di Pirelli.
Gli altri monopoli dei media che operano in Italia sono:
– Antenna Group / K Group: a dicembre 2025, questa holding greca ha perfezionato l’acquisizione del 100% di GEDI Gruppo Editoriale, precedentemente controllato da Exor (famiglia Agnelli-Elkann). GEDI controlla testate storiche come la Repubblica, La Stampa, Il Secolo XIX (in procinto di cessione), e diverse testate locali, oltre a Radio Deejay, Capital e m2o.
– MFE-MediaForEurope (ex Mediaset): controllata dalla famiglia Berlusconi (attraverso Fininvest), è il principale operatore nel settore televisivo commerciale in Italia, gestendo le reti Mediaset (Canale 5, Italia 1, Rete 4) e con una significativa presenza in Spagna.
– Gruppo Editoriale Caltagirone: controlla testate come Il Messaggero, Il Mattino, Il Gazzettino, Corriere Adriatico e Nuovo Quotidiano di Puglia.
– Monrif Group: controlla le testate Il Resto del Carlino, La Nazione e Il Giorno.
– Gruppo Sole 24 Ore: controllato da Confindustria, che edita il quotidiano economico Il Sole 24 Ore.
– Sky Italia: controllata dal gruppo Comcast, uno dei principali operatori della pay-tv.
L’influenza sociale e politica della concentrazione monopolistica dei media è un vero e proprio oggetto di studio della ricerca scientifica: un rapporto ha evidenziato come i miliardari proprietari delle più grandi piattaforme di social media controllino letteralmente anche ciò che «miliardi di persone dicono e ascoltano». Oxfam, invece, ha richiamato l’attenzione sul ruolo delle piattaforme social nel monitorare e limitare l’opposizione politica: la piattaforma X, di proprietà di Elon Musk, ad esempio, è citata nel rapporto come esempio del modo in cui il potere privato possa minacciare i diritti collettivi. Uno studio dell’Università della California, citato nel documento, ha rilevato che i discorsi d’odio online sono aumentati del 50% dopo l’acquisizione di X da parte di Musk nel 2022. Oxfam denuncia inoltre l’uso delle piattaforme per diffondere disinformazione, intimidire i critici e preservare gli interessi consolidati. Al di là dei social media, avverte Oxfam, il controllo sulle tecnologie di intelligenza artificiale è ancora più concentrato: tre monopoli controllati da miliardari concentrano quasi il 90% del mercato globale dei chatbot, software che simulano l’interazione umana e sono ampiamente utilizzati nel servizio clienti, nelle piattaforme di ricerca e nei social network. Questa concentrazione accresce il rischio di forme di manipolazione dell’informazione su larga scala, soprattutto in assenza di regole chiare che ne disciplinino l’utilizzo.
5. Gli apparati dello Stato borghese
Tutte le strutture dello Stato sono funzionali a conservare determinati rapporti di forza tra le classi sociali ed è lo stesso ordinamento giuridico a sancire e garantire questo ruolo. È necessario, tuttavia, soffermarsi anche sul fatto che gli apparati più importanti, come quelli delle Forze Armate, sono strutturati per limitare forme di pratica democratica interna che potrebbero favorire, tra i membri, lo sviluppo di una coscienza differente da quella propria dell’ordine costituito, che individua oggi nella repressione il principale strumento di risposta ai problemi legati al disagio sociale.
L’organizzazione delle Forze Armate è, infatti, basata su una struttura piramidale rigida (ufficiali, sottufficiali, truppa) in cui la disciplina è fondamentale. Questo determina già diverse contraddizioni, poiché la medesima autorità gerarchica è al tempo stesso garante dei diritti e responsabile delle sanzioni, limitando la possibilità di tutela del subordinato. Storicamente, inoltre, i militari sono stati esclusi dal diritto di associazione sindacale. Sebbene la Legge n. 46/2022 abbia introdotto le associazioni professionali a carattere sindacale tra militari (APCSM), queste sono tuttavia soggette a significative limitazioni, poiché non possono aderire a organizzazioni sindacali civili, sono soggette ad autorizzazione del Ministero della Difesa e il loro potere contrattuale è limitato. Questo fa somigliare tali associazioni ad organismi prevalentemente corporativi, anziché a strumenti di conflitto sociale e di elaborazione politica. D’altronde, all’interno dell’apparato militare, sono fortemente limitati i diritti di riunione, associazione e manifestazione del pensiero per evitare la “politicizzazione” delle Forze Armate, che devono mantenersi fedeli allo Stato. Una vera democratizzazione delle Forze Armate e della polizia, con l’introduzione di pratiche assembleari e la presenza di elementi proletari tra i quadri, sarebbe quindi cruciale per ogni tentativo di superamento del sistema capitalista in Italia.
Ciò è particolarmente rilevante alla luce del fatto che neppure il controllo dello stesso governo dello Stato borghese garantisce automaticamente quello delle Forze Armate. Gli ufficiali generali o ammiragli nominati capi di Stato Maggiore (Difesa o Forza Armata) restano in carica per almeno due anni. Se cambia il governo, i vertici delle Forze Armate non decadono automaticamente e rimangono in carica fino alla scadenza naturale del loro mandato. Ai vertici militari, in altre parole, non si applica lo spoils system automatico (la regola per cui i dirigenti della pubblica amministrazione decadono entro 90 giorni dall’insediamento del nuovo esecutivo). Questo significa che difficilmente un governo eletto può attuare politiche realmente progressiste – tanto meno rivoluzionarie – senza un controllo effettivo dei quadri e dell’indirizzo politico delle Forze Armate, il che limita ulteriormente il carattere democratico di un governo eletto attraverso le elezioni borghesi.
6. L’erosione dei margini di democrazia formale nell’UE: la Commissione e il Parlamento europei
In passato abbiamo trattato in vari articoli il tema dell’incompatibilità dell’Unione Europea con qualsiasi processo democratico, anche in senso borghese, sostenendo che la configurazione istituzionale dell’Unione Europea, definita dai Trattati e dalle dalle prassi politiche consolidate, rappresenta la negazione sostanziale non solo dello Stato costituzionale, democratico e sociale di impronta novecentesca, ma anche del più antico Stato liberale e di diritto, fondato sulla tripartizione dei poteri e sulla natura rappresentativa dei sistemi costituzionali, dimostrando che la democrazia borghese abbia esaurito la propria funzione equilibratrice e che essa rappresenti, ormai, un ostacolo al perseguimento degli interessi delle classi dominanti borghesi.
Approfondiamo qui la funzione di erosione della democrazia svolta dall’UE esaminando il funzionamento dei vari livelli di governance.
Il potere esecutivo nell’UE è esercitato dalla Commissione, composta da 27 commissari (uno per Stato membro). Il Presidente della Commissione europea viene eletto dal Parlamento europeo a maggioranza assoluta, sulla base di una proposta del Consiglio europeo (formato dai capi di Stato o di governo degli Stati membri). Dopo la conferma della carica, il Presidente della Commissione, in accordo con il Consiglio, sceglie i rimanenti commissari sulla base delle nomine proposte da ciascuno dei governi degli Stati membri. Soltanto successivamente l’intera Commissione deve ricevere l’approvazione del Parlamento europeo, prima della nomina definitiva da parte del Consiglio europeo. La Commissione esercita funzioni esecutive e partecipa al processo legislativo, e adotta le proprie decisioni a maggioranza (art. 250 TFUE).
Il Consiglio dell’Unione, detto anche Consiglio dei ministri dell’UE, – l’istituzione in cui si riuniscono i ministri dei governi di tutti gli Stati membri – esercita anch’esso il potere legislativo con la collaborazione del Parlamento europeo: le due istituzioni, in sostanza, approvano i regolamenti e le direttive europee già deliberate dalla Commissione (il primo secondo procedure che prevedono, a seconda dei casi, la maggioranza semplice, qualificata o l’unanimità; il secondo generalmente a maggioranza semplice). Ciò significa che i regolamenti e le direttive europee giungono all’approvazione finale senza una discussione parlamentare diretta da parte dei parlamenti nazionali e non è sufficiente che siano approvate dal Parlamento europeo eletto dai cittadini: devono passare attraverso i Governi degli Stati membri, che si riuniscono e decidono a porte chiuse, e senza il loro consenso la legge non è approvata. Il Parlamento europeo è titolare di “poteri di controllo” che, insieme ai poteri deliberativi, costituiscono una delle fondamentali prerogative di questa istituzione.
Le norme contenute in un regolamento europeo entrano in vigore e producono direttamente i loro effetti giuridici senza bisogno di misure di recepimento da parte degli Stati membri nei rispettivi ordinamenti giuridici interni (le cosiddette norme self-executing). La direttiva europea, invece, vincola lo Stato membro al quale è rivolta per quanto riguarda il risultato da raggiungere, ferma restando la competenza degli organi nazionali in merito alla forma e ai mezzi (art. 288 par. 3, TFUE). Di fatto oggi una grandissima parte delle leggi italiane proviene dall’Unione Europea.
Alla luce di quanto illustrato sopra, questa struttura presenta almeno due grosse problematiche:
A – Il potere di elaborazione legislativa nell’UE è nelle mani di rappresentanti selezionati di fatto dai governi (ossia la Commissione), non dai parlamenti. La loro selezione non deriva da un processo di dibattito e confronto tra i rappresentanti dei vari parlamenti nazionali, di maggioranza o opposizione, che potrebbero potenzialmente rappresentare meglio i diversi interessi delle varie fasce sociali (il cosiddetto “pluralismo” delle elezioni borghesi). Per ovviare a questa situazione, le norme impongono al governo specifici obblighi di informazione. Il Parlamento nazionale può, infatti, esprimere delle posizioni in relazione agli atti legislativi europei, delle quali il governo deve necessariamente tenere conto nei negoziati condotti in seno al Consiglio. Tutto ciò, tuttavia, ha chiaramente un peso molto diverso rispetto al dibattito parlamentare diretto nell’elaborazione e modifica dei disegni di legge. La progressiva perdita di rilevanza dei parlamenti non può essere compensata da nessuno di questi strumenti, che si esauriscono regolarmente nella partecipazione marginale a decisioni assunte altrove.
B – Il Parlamento europeo dispone del potere di sfiduciare la Commissione europea, che, come già ricordato, rappresenta l’organo esecutivo dell’Unione (mozione di censura). Di fatto, però, è una procedura molto complessa. Per essere approvata richiede una doppia maggioranza molto rigorosa, ovvero il voto favorevole dei due terzi dei voti espressi e la maggioranza assoluta dei membri che compongono il Parlamento europeo. Non a caso, la mozione di censura non è mai stata approvata nella storia dell’UE.
7. La Banca centrale europea e il ruolo dei mercati
I vincoli finanziari prodotti dalle istituzioni europee sono forse ancora più vincolanti e rappresentano un vero e proprio limite strutturale al potere legislativo e di intervento effettivo dei diversi parlamenti, rafforzando ulteriormente quel ricatto dei capitali privati che abbiamo citato nel primo paragrafo.
Il Trattato sull’Unione europea – una delle basi giuridiche su cui si fonda l’UE – riflette, innanzitutto, la natura fortemente concorrenziale del mercato unico nonché delle direttive e degli accordi consolidatisi nel corso degli anni di vita dell’Unione europea, nei quali elementi come il limite all’intervento pubblico nella produzione economica o i vincoli alla spesa pubblica sono finalizzati a interferire il meno possibile con i meccanismi del mercato e a limitare gli utilizzi del denaro pubblico a fini sociali, privilegiando l’intervento dei capitali privati in ogni ambito dell’economia, dell’assistenza e del sociale in generale. Per minimizzare le pretese degli strati popolari e il margine per le spese sociali da parte dello Stato in Italia, è stato introdotto persino il principio del pareggio di bilancio in Costituzione, votato nel 2012 dallo schieramento di partiti, assolutamente “bipartisan”, che sostenevano il governo Monti. Questo, ovviamente, non significa che le istituzioni europee non consentano un intervento pubblico significativo per far fronte alle crisi capitalistiche (si pensi al noto meccanismo del quantitative easing, avviato nel 2015, o al più recente PNRR). L’obiettivo politico di tali iniziative, tuttavia, è soprattutto garantire gli interessi del capitale minimizzando la discrezionalità democratica nell’utilizzo di questa facoltà, e centralizzando le decisioni ad essa relative in organismi il meno possibile influenzabili dalla partecipazione democratica delle classi popolari, che potrebbe mettere in discussione il dominio del mercato dei capitali nel continente.
Il Trattato sul funzionamento dell’UE, la seconda base giuridica dell’Unione, mantiene la stessa linea. Ad esempio, secondo l’articolo 125, uno dei principi cardine dell’assetto economico europeo è il divieto di bail-out, ovvero che l’Unione Europea si faccia carico degli obblighi finanziari assunti dalle singole amministrazioni statali, a prescindere dalle asimmetrie di sviluppo esistenti tra i territori. Lo stesso trattato vieta la concessione di scoperti di conto o di qualsiasi facilitazione creditizia da parte della Banca centrale europea agli organismi dell’UE o alle amministrazioni pubbliche degli Stati membri (art. 123). Ciò significa in sostanza che, in definitiva, a decidere se e come un governo possa ottenere dei fondi per spenderli ad esempio in investimenti sociali o salari, dovrebbero essere solo i mercati. L’articolo 124, poi, rincara la dose vietando qualsiasi accesso ‘privilegiato’ al sistema finanziario a istituzioni o amministrazioni statali, cioè non fondato su ‘considerazioni prudenziali’ – ad esempio, vietando di imporre alle banche l’obbligo di detenere titoli di Stato dei Paesi, cosa che minerebbe appunto i meccanismi del libero mercato nell’accesso alla liquidità da parte dei governi. L’unico riferimento alla solidarietà (nei confronti dei capitalisti, naturalmente) nel Trattato riguarda l’art. 122, in riferimento all’eventualità di eventi calamitosi o alla difficoltà di approvvigionamento energetico.
8. Il ruolo della NATO
Una delle tante conseguenze dell’assetto istituzionale dell’Unione europea è il coinvolgimento, con margini estremamente ridotti di dibattito democratico interno, dei Paesi membri in operazioni militari nel quadro di conflitti imperialisti che giovano solo ai capitalisti del continente, come nel caso del sostegno militare all’Ucraina. Questa funzione politica, anche prima della nascita della stessa UE, è stata sempre propria della NATO.
Su questo giornale, abbiamo già affrontato spesso la natura criminale e imperialista della NATO e delle decisioni che i governi assumono dentro la sua cornice. Vogliamo qui limitarci a evidenziare come, soprattutto oggi, questa alleanza imperialista concorra a sottrarre ulteriori margini di democrazia ai popoli degli Stati che ne fanno parte.
A questo proposito è interessante citare un intervento del Partito Comunista di Grecia (KKE) sul tema della “guerra cognitiva” e delle nuove strategie della NATO per il controllo della società, in particolare indirizzate alla manipolazione delle coscienze e al superamento della riluttanza dei popoli a farsi massacrare nelle guerre. Il KKE fa notare che durante la conferenza NATO ad Atene di qualche mese fa si è parlato di un vero e proprio laboratorio per perfezionare tecniche di manipolazione dell’opinione pubblica e controllo del pensiero. I quasi 500 “combattenti cognitivi”, come sono stati definiti gli stessi partecipanti, si sono riuniti in tale sede per progettare «come conquistare, mantenere e proteggere il vantaggio cognitivo».
D’altronde la propaganda sul ruolo della NATO come alleanza a difesa dei valori democratici è da tempo smentita anche dalle ricerche. Ad esempio, già alla fine degli anni Novanta uno studio del Belfer Center suggeriva che i dati storici non mostrano una correlazione diretta tra l’adesione alla NATO e l’espansione dei diritti civili, e indicava invece che i costi e le tensioni geopolitiche (ad esempio con la Russia) potessero contribuire alla destabilizzazione dei processi democratici regionali.
9. Le leggi elettorali maggioritarie e la tendenza all’autoritarismo del capitale italiano
Le riforme elettorali e istituzionali realizzate negli ultimi decenni, come già menzionato, si situano all’interno di questo contesto che comprende tutti gli aspetti della vita politica e sociale del Paese. Solo dopo aver parlato di questa cornice si possono analizzare le riforme elettorali come strumenti finalizzati a incrementare il carattere di stabilità degli esecutivi borghesi e ridurre il peso di qualsiasi potenziale opposizione di classe. Si può tranquillamente affermare che negli ultimi 33 anni tutte le leggi elettorali approvate abbiano presentato un vulnus democratico, conferendo alla maggioranza un potere maggiore rispetto a quello che le sarebbe spettato in proporzione al voto elettorale. La prima legge elettorale maggioritaria della storia della Repubblica italiana fu il cosiddetto Mattarellum (1993-2005), che consisteva in un sistema misto, con il 75% dei seggi assegnati attraverso collegi uninominali maggioritari e il 25% con metodo proporzionale. Ad esso seguirono la legge Calderoli, meglio conosciuta come “Porcellum” (2005-2015), proporzionale con premio di maggioranza e liste bloccate; l’Italicum (2015-2017), proporzionale con premio di maggioranza (destinato solo alla Camera) e, infine, il Rosatellum (2017-in vigore). Il Rosatellum è un sistema misto che assegna circa 1/3 dei seggi con metodo maggioritario nei collegi uninominali e 2/3 con metodo proporzionale (plurinominale). Il voto è unico e tracciato su una sola scheda per entrambe le quote, con liste “bloccate” (senza preferenze) e soglie di sbarramento. Le leggi antidemocratiche sono caratteristica anche di chi si dichiara di “sinistra”: il Rosatellum è stato, infatti, approvato in via definitiva al Senato il 26 ottobre 2017, con un Parlamento e un governo sostenuti da una maggioranza PD, con relatore Ettore Rosato, allora esponente del PD.
Con che cosa il governo Meloni vorrebbe sostituire questa legge? La legge che dovrebbe essere approvata definitivamente eliminerebbe i collegi uninominali, si svilupperebbe con un sistema proporzionale puro ma con un maxi-premio di maggioranza (70 seggi alla Camera, la metà al Senato) allo schieramento che abbia ottenuto almeno il 42% dei consensi. Se nessuno dovesse ottenere questa percentuale, si procederebbe con il proporzionale puro. Sono previste le preferenze e il voto, in sintesi, avviene su liste bloccate in collegi plurinominali, mentre il premio di maggioranza è “diviso” in listini circoscrizionali, con i nomi indicati sulla scheda. L’accordo, infine, non modifica le soglie di sbarramento previste dal Rosatellum: 3% a livello nazionale per i singoli partiti che non si presentano in coalizione, 10% per le coalizioni.
Niente di nuovo sotto il sole, dunque: in perfetta continuità con le leggi elettorali precedenti, la nuova formula consoliderebbe il potere dei settori dominanti della borghesia (ossia, di chi dispone del potere mediatico ed economico per costruire una coalizione in grado di raggiungere quel consenso), pur mascherandosi da sistema proporzionale.
L’incremento del peso dell’esecutivo si è d’altronde radicato da tempo anche negli enti locali per mezzo del “presidenzialismo” applicato a regioni e comuni italiani: si tratta di una forma di governo locale basata sull’elezione diretta del vertice dell’esecutivo (presidente della regione o sindaco), che garantisce stabilità e preminenza politica. A seguito delle riforme costituzionali del 1999 (per le regioni) e della normativa sui comuni è stato infatti concentrato il potere esecutivo nelle mani del “leader eletto dal popolo”, con il sindaco nei comuni e il presidente della giunta nelle regioni che possiedono un ruolo centrale all’interno della giunta e del processo decisionale. Per le elezioni regionali, in particolare, è previsto un sistema elettorale proporzionale con premio di maggioranza (introdotto dalla legge 43/1995, valida per le regioni a statuto ordinario), in base al quale è stabilito un premio variabile in termini di numero di consiglieri.
Conclusioni
Il potere sociale e l’influenza di chi possiede i mezzi di produzione, lo storico abuso di strumenti decisionali riservati agli esecutivi senza discussione parlamentare, le leggi repressive nei confronti del dissenso, i media e l’informazione controllati dai cartelli imprenditoriali, gli apparati antidemocratici dello Stato, le alleanze sovranazionali. L’insieme di questi elementi dipinge un quadro nel quale l’assenza di democrazia sostanziale che oggi si manifesta in Italia e negli altri Paesi capitalisti non può essere attribuita soltanto a espedienti legislativi come le riforme elettorali maggioritarie. Identificare la formula elettorale come il principale strumento di repressione della vita democratica significa non comprendere affatto la natura di classe di uno Stato capitalista, che nelle sue stesse istituzioni, nei suoi apparati e nei rapporti di forza che strutturano il suo modello produttivo presenta le caratteristiche di dittatura del capitale o, in altre parole, di quella minoranza che possiede o gestisce i mezzi di produzione. Nessun discorso che invochi la democratizzazione dello Stato, delle istituzioni o della vita del Paese, dunque, se vuole assumere un valore sostanziale, può trascurare la questione dell’abbattimento del modo di produzione capitalistico e del potere della classe sociale che detiene la proprietà dei mezzi di produzione e il potere economico che ne deriva. Allo stesso modo, visto che, come abbiamo illustrato, la maggior parte degli elementi costitutivi del potere politico reale nella società capitalista non è necessariamente legata alle istituzioni elettive, l’abbattimento di questo modello non può inevitabilmente avere successo se ci si limita alla lotta all’interno di tali istituzioni. Ciò non significa rinunciare a ogni forma di intervento nelle istituzioni borghesi, ma riconoscere che esse non possono costituire lo strumento decisivo della trasformazione sociale. Una sostanziale realizzazione della democrazia non consiste nell’ampliare indefinitamente gli strumenti rappresentativi dello Stato borghese, ma nel trasferire il potere politico alla classe che produce la ricchezza sociale.








