Negli ultimi due mesi, l’India è stata attraversata da un’ondata di proteste come non si vedeva da anni. Secondo alcuni osservatori, questa ha rappresentato la più grande sfida al primo ministro nazionalista e reazionario Narendra Modi da quando è arrivato al vertice della nazione asiatica 12 anni fa. Centinaia di migliaia di persone, in larghissima parte giovani studenti universitari, sono scese in piazza in diverse città del paese, e principalmente nella capitale Nuova Delhi, protestando contro il governo federale e chiedendo, in seguito allo scandalo relativo agli esami di ingresso al corso di laurea in medicina e al loro conseguente annullamento, le dimissioni del ministro dell’istruzione Dharmendra Pradhan. Le proteste, che hanno avuto come epicentro l’antico osservatorio astronomico di Jantar Mantar, un luogo simbolo della capitale indiana, a poche centinaia di metri dal parlamento, sono state duramente represse. Se a Delhi decine di manifestanti sono stati feriti dai manganelli della polizia lunedì 20 luglio, nello Stato orientale del Bihar la polizia è arrivata ad usare le armi da fuoco, con 3 manifestanti colpiti. Inoltre in tutto il paese c’è stato ampio utilizzo di lacrimogeni e cannoni ad acqua e il governo ha ripetutamente limitato l’accesso ad internet nei quartieri centrali di Delhi e messo fuorilegge delle app che cercavano di aggirare il blocco, con l’obiettivo di impedire le comunicazioni tra i manifestanti.1 Lungi dal soffocare le proteste, la repressione ha però aumentato la determinazione dei manifestanti. Anche il sostegno ricevuto da parte di personalità pubbliche, prime fra tutte Sonam Wangchuk, un famoso attivista che ha intrapreso uno sciopero della fame durato ben 26 giorni (in compagnia di studenti comunisti come Neha Bora), ha contribuito a rafforzare la mobilitazione e ha infine portato, sabato 25 luglio, alle attese dimissioni del ministro, annunciate tramite un messaggio pubblicato su X.

Un’immagine delle proteste a Delhi
Benché la protesta abbia ricevuto il sostegno di diverse organizzazioni della società indiana, tra cui il Partito Comunista (Marxista) dell’India (CPI(M)), fin dai primi giorni un ruolo centrale nelle manifestazioni è stato svolto dal Cockroach Janta Party (partito popolare delle blatte), un’organizzazione satirico-politica (il cui nome richiama ironicamente quello del partito di governo Bharatiya Janata Party, BJP) nata in risposta alle dichiarazioni di un giudice della corte suprema considerato vicino al governo, che aveva definito cockroach (blatte, appunto) i giovani indiani che contestavano il governo.
Come anticipato, il detonatore di questa ondata di proteste è stato lo scandalo relativo all’esame NEET di inizio maggio: si tratta dell’esame d’ingresso alla laurea in medicina, svolto a livello nazionale e che coinvolge tra i 2 e i 2,5 milioni di studenti, che concorrono per meno di 150.000 posti. Selezioni mastodontiche e ipercompetitive come questa, per le quali gli studenti si preparano per mesi, anche contraendo debiti per pagare gli immancabili corsi di preparazione privati, sono la norma in India, tanto per entrare nelle università pubbliche quanto per accedere agli impieghi statali. Esse rappresentano una versione ingigantita della competizione per l’accesso all’università e all’impiego pubblico a cui siamo abituati in Italia e nient’altro che lo specchio di una gioventù che cerca di sfuggire alla precarietà del lavoro attraverso le nicchie di stabilità di professioni come quella medica.
Quest’anno è emerso che alcune delle domande dell’esame NEET erano trapelate in anticipo, e la vicenda ha portato alla cancellazione e alla conseguente ripetizione del test d’ingresso. Il movimento del Cockroach Janta Party è nato all’indomani di questi fatti con l’obiettivo di criticare la corruzione dell’agenzia nazionale incaricata delle procedure di selezione e richiedere un maggior rigore nella conduzione di queste ultime, in modo da evitare il ripetersi di questi episodi, e richiedere un’assunzione di responsabilità da parte del governo, considerando anche che ben 22 studenti si sono tolti la vita in tutto il paese in seguito alla delusione di vedersi annullato l’esame e di doverlo ripetere. Questo elevato numero di suicidi dà tra l’altro un’idea dell’elevatissimo livello di pressione psicologica e materiale (si pensi ai lunghi viaggi talvolta necessari per raggiungere le sedi di concorso, o i costosi corsi di preparazione) che questi esami comportano.

Un corso di preparazione privato
A prima vista, la piattaforma rivendicativa degli studenti può apparire limitata. Benché gli studenti comunisti abbiano correttamente evidenziato il nesso tra la fuga di notizie e un’istruzione sempre più privatizzata ed asservita agli interessi dei privati, l’attenzione del maggioritario Cockroach Janta Party (e dei media mainstream) si è concentrata sulla mera assunzione di responsabilità del governo e sugli aspetti legalitari della questione. Non viene infatti contestata la natura stessa di queste selezioni ferocemente competitive, che producono allo stesso tempo intensificazione del lavoro per i pochi selezionati, e disoccupazione e precarietà per gli altri. Un’equazione che vale per i test a numero chiuso italiani (come denunciato ormai da anni dal Fronte della Gioventù Comunista) e a maggior ragione per l’India. Nel paese ci sono infatti meno di 10 medici per 10.000 abitanti: un numero quattro-cinque volte inferiore rispetto ai paesi europei e ben dieci volte inferiore a quello della Cuba socialista. Parallelamente, l’India presenta uno dei più alti livelli di ore lavorate al mondo: secondo l’Organizzazione Internazionale del Lavoro, il lavoratore indiano medio lavora quasi 46 ore alla settimana, rispetto alle 34 di un italiano e alle 30 di un tedesco. Infine, ma non meno importante, il 16% dei giovani tra i 15 e i 24 anni è disoccupato. Ci sarebbe quindi ampio spazio per imponenti piani di assunzioni nella sanità e, più in generale, per la parola d’ordine storica del movimento operaio fin dall’Ottocento: lavorare meno, lavorare tutti. La mobilitazione, pur partendo da una rivendicazione immediata legata alla trasparenza delle procedure di selezione, pone tuttavia in evidenza contraddizioni più profonde legate all’accesso all’istruzione e al lavoro.
Allo stesso tempo, va riconosciuto alla protesta degli studenti indiani il merito di essere stata la prima, dai tempi delle grandi manifestazioni dei contadini del 2020-2021 contro una proposta di liberalizzazione dell’agricoltura (poi accantonata), ad aver costretto il governo di Narendra Modi, che fa della retorica dell’uomo forte, refrattario ai compromessi, uno dei suoi cavalli di battaglia, ad aver imposto al governo una battuta d’arresto. Al di là della rivendicazione immediata, la mobilitazione ha dimostrato il potenziale dell’azione collettiva e la capacità delle masse popolari di imporre battute d’arresto alle politiche dei governi reazionari quando scendono in campo attraverso la lotta organizzata.

La protesta dei cittadini a Tikri (stato dell’Uttar Pradesh) nel 2021
Si tratta di un governo, è il caso di ricordarlo, caratterizzato dalla repressione anticomunista (è di poche settimane fa la notizia dell’arresto di alcuni dirigenti del CPI(M), senza dimenticare i ripetuti massacri di guerriglieri maoisti nell’est dell’India, spesso più in agguati o vere e proprie esecuzioni sommarie che in scontri armati) nonché antioperaia e che utilizza le divisioni religiose tra lavoratori tra hindu e musulmani uno dei principali strumenti di governo, come strumento per frammentare la classe operaia e indebolire la sua capacità di organizzazione autonoma nell’interesse dei grandi gruppi monopolistici. È necessario che la protesta degli studenti non si esaurisca alla temporanea vittoria ottenuta con le dimissioni del ministro (come sembra affermare anche il leader del CJP Abhijeet Dipke) ma utilizzi questa mobilitazione per estendere le proprie rivendicazioni e saldarsi agli altri settori della società indiana nella lotta contro il governo reazionario del BJP. La mobilitazione degli studenti indiani dimostra infatti come anche rivendicazioni immediate possano aprire una contraddizione più ampia con un sistema che condanna milioni di giovani alla competizione, alla precarietà e all’incertezza, indicando la necessità di unire le diverse lotte sociali in una prospettiva di trasformazione dei rapporti di potere esistenti.
1 – Una strategia, questa, ancora poco utilizzata in Europa ma dalle implicazioni potenzialmente devastanti, alle quali bisogna prepararsi.








