Ex ILVA, storia di un fallimento di mercato

Lo stato di agitazione degli operai ex ILVA ha destato attenzione a inizio dicembre 2025 per il suo carattere fortemente conflittuale. Nei giorni più intensi della lotta i lavoratori hanno bloccato l’aeroporto e l’autostrada a Genova, creando deliberatamente grandi disagi alla città ma ricevendo la solidarietà della popolazione e di altri lavoratori che si sono uniti alla mobilitazione – mentre la risposta del governo sono stati i lacrimogeni. La proclamazione dello sciopero era seguita alle dichiarazioni del ministro delle Imprese Adolfo Urso, che negli ultimi giorni di novembre aveva spiegato, nel corso di un incontro con gli enti locali, che nello stabilimento di Genova non sarebbero arrivati i rotoli da zincare da Taranto, fermando di fatto l’intero reparto. Il piano del governo avrebbe ridotto la produzione a Genova, fermato la banda zincata e proposto cassa integrazione e “corsi di formazione” al posto di rotoli di acciaio, il che era un modo per dismettere gradualmente la fabbrica. Grazie al conflitto, gli operai hanno ottenuto una parziale vittoria. Infatti, il 10 dicembre, dopo cinque giorni consecutivi di sciopero e la grande mobilitazione, nell’incontro a Roma il commissario straordinario della ex ILVA si è impegnato a far ripartire la linea dello zincato con l’arrivo di 24mila tonnellate di acciaio da lavorare. Questo rifornimento dovrebbe essere bilanciato con quello relativo alla banda stagnata, mantenendo quindi gli attuali livelli occupazionali a Cornigliano, con 585 addetti in produzione, 280 in cassa integrazione e 70 in formazione, ma con la zincatura in funzione, diversamente da quanto precedentemente previsto. Non è stato tuttavia ritirato il piano industriale proposto dal governo italiano, fatto che dimostra la necessità di proseguire con le lotte, mentre sono recentemente giunte al governo due offerte per l’acquisto di tutti i complessi aziendali che fanno capo agli stabilimenti ex ILVA, quella di Flacks Group e quella da Bedrock Industries. L’ex ILVA è attualmente gestita da Acciaierie d’Italia in amministrazione straordinaria, una società partecipata al 62% da ArcelorMittal e al 38% da Invitalia. Il governo sta lavorando per trovare un nuovo acquirente per l’azienda con l’obiettivo che si conferma dunque essere l’ennesima svendita degli impianti al privato, dopo aver “sfoltito” l’azienda dai rami più complessi da gestire o, in altre parole, dopo aver dismesso impianti e reparti più costosi da mettere in regola con le normative al fine di vendere all’ennesimo padrone privato la parte con profitto immediato più facile da gestire. Una scelta in continuità con la storia delle fabbriche ex ILVA e del ruolo del capitale privato nelle decisioni politiche e tecniche prese riguardo la produzione e le prospettive della siderurgia nel nostro Paese, storia che cercheremo di accennare in questo articolo.
Le contraddizioni del progetto dell’acciaio di Stato in un’economia di mercato
Parlare dell’ex ILVA significa non soltanto parlare del più grande impianto di produzione dell’acciaio d’Europa, ma anche di un settore cruciale per le prospettive industriali italiane. Ancora oggi, nonostante i tagli alla produzione deliberati negli ultimi anni, questa compagnia alimenta una filiera strategica per l’intero sistema economico e garantisce la produzione di acciaio fondamentale per la manifattura. La crisi odierna dello stabilimento va inquadrata in un momento particolare per la disponibilità di acciaio in Italia e nell’Unione Europea. In effetti, la produzione siderurgica è in calo e negli ultimi dieci anni non sono mai stati ripristinati i livelli di produzione del 2012; lo stesso anno, peraltro, del sequestro dell’area a caldo dello stabilimento di Taranto, quando la quota si è assestata a 160 milioni di tonnellate di acciaio nella UE, di cui 29 milioni prodotte in Italia. L’impianto di Taranto nel 2023 ha fornito all’industria meno di 3 milioni di tonnellate, vale a dire meno della metà della sua capacità produttiva. L’attuale crisi ha radici che risalgono alla concezione stessa dello stabilimento siderurgico, la siderurgia pubblica nel contesto del capitalismo in ascesa dell’Italia della Prima Repubblica. L’allora “Italsider” doveva rispondere, da un lato, alla necessità, da parte del capitale manifatturiero ed edilizio italiano ancora in rapida crescita, di usufruire di una risorsa come l’acciaio domestico, un investimento produttivo colossale per il quale il privato stesso non avrebbe voluto correre il rischio di un fallimento e per il quale non avrebbe peraltro posseduto le capacità organizzative e di scala. Dall’altro lato, questo investimento – costoso, mastodontico e con risultati che si sarebbero visti soprattutto nel medio e lungo periodo – avrebbe dovuto conciliare il sostegno pubblico alla filiera delle imprese con il funzionare nel perimetro della competizione sul mercato capitalistico e delle sue crisi, competizione, peraltro, sempre più estesa sulla scala globale.
Creata negli anni Sessanta con l’ambizioso progetto delle partecipate statali che facevano capo all’IRI, il polo siderurgico da un lato dimostra, con il contributo fondamentale dato alla crescita industriale italiana e la massiccia produzione di acciaio che ne hanno fatto per decenni il più grande stabilimento siderurgico d’Europa, il potere della programmazione pubblica nello sviluppo economico di un Paese. Dall’altro lato, la futura ILVA ha scontato quasi subito il prezzo della contraddizione di voler sviluppare un monopolio statale di un prodotto essenziale come l’acciaio senza introdurre anche il monopolio statale del commercio estero, fondamentale per pianificare centralmente la produzione rendendola funzionale ai bisogni della popolazione e non alle oscillazioni dei prezzi del mercato globale. Infatti, nel 1975 la siderurgia europea entrò in crisi e, nonostante l’occupazione nell’industria siderurgica continuasse a crescere fino alla fine degli anni Settanta, l’Italsider, nel quadro di crescenti difficoltà del settore sul piano del mercato comunitario, conobbe una crisi di sovrapproduzione. La crisi, che colpì l’intero settore siderurgico europeo negli anni Settanta, fu dovuta a una combinazione di fattori: l’eccessiva capacità produttiva a livello globale (soprattutto dopo la ricostruzione post-bellica), la crisi energetica (shock petroliferi) che fece impennare i costi, l’aumento della concorrenza internazionale (soprattutto dal Giappone e dai nuovi produttori asiatici), e un generale rallentamento della domanda in un’economia in recessione, portando a un calo dei prezzi dell’acciaio e a perdite per gli stabilimenti statali italiani. Si è reso quindi impossibile un serio rilancio industriale dello stabilimento per via dell’incapacità dello Stato borghese di pianificare nel lungo periodo e in maniera organica (e non volta al profitto immediato degli industriali italiani), un rilancio che avrebbe dovuto implicare, come accennato, la pianificazione economica e il monopolio statale nel commercio estero, per svincolarsi dai prezzi imposti dal mercato. L’ILVA fu, quindi, prima smembrata e poi svenduta al privato – con la gestione che passò definitivamente alla famiglia Riva nel 1995. Per la dismissione dell’azienda siderurgica l’IRI istituì la società “ILVA Laminati Piani”, lasciando i debiti nella bad company Italsider in liquidazione. Nel 1995 la famiglia Riva acquisì per 1.460 miliardi di lire la totalità delle partecipazioni della società ILVA Laminati Piani, segnando la fine temporanea del capitolo della siderurgia pubblica in Italia. Ma la gestione del privato si dimostrò peggiore di quella pubblica.
Il disastro della gestione Riva
I primi due anni della gestione dei Riva sembrarono inizialmente segnare una svolta a livello produttivo e occupazionale, con 11.000 dipendenti in più solo a Taranto e un utile quasi 10 volte superiore al precedente. L’illusione della ripresa, però, fu destinata a spegnersi in breve tempo, con le molto discusse relazioni tra datore di lavoro e operai all’interno dello stabilimento e i metodi punitivi verso dipendenti “non allineati” che fecero scalpore e finirono per rompere il già fragile equilibrio tra la fabbrica e il territorio. Molti dipendenti rientrarono in piani di prepensionamento grazie alla legge 257/1992 per i lavoratori esposti ad amianto, di cui la fabbrica era piena. Molti altri non vennero riassunti nonostante gli accordi ministeriali sottoscritti in occasione dell’acquisto. Contestualmente, tuttavia, vennero assunti nuovi giovani con contratti di formazione, al solito fine di ridurre il costo del lavoro, riorganizzare il sistema produttivo aziendale e marginalizzare le maestranze più vicine ai sindacati. Inoltre, 79 impiegati (tutti iscritti al sindacato o con vertenze in atto verso la dirigenza) vennero addetti a trascorrere le proprie ore lavorative, senza assegnazione di alcun incarico e attività operativa, in un luogo angusto e fatiscente, privo di qualunque mezzo necessario per svolgere qualsiasi prestazione professionale con ciò determinando, da un lato, l’inevitabile peggioramento delle loro capacità professionali e, dall’altro, l’avvilimento del legittimo diritto di espletare un’attività lavorativa decorosa. Quando la regione Puglia iniziò a preoccuparsi dell’inquinamento ambientale chiese all’azienda piani di risanamento da realizzare in tempi brevi. Ciò venne promesso e puntualmente ignorato o realizzato in minima parte, anche con la complicità dell’amministrazione regionale guidata allora da Nichi Vendola, con cui l’ILVA si mise d’accordo per disattendere i piani di risanamento. Nel 2012 partì la vasta inchiesta per disastro ambientale e la Procura di Taranto pose i sigilli agli impianti dell’area a caldo cioè agli altiforni, ai parchi minerali, alle cokerie e all’area gestione materiali ferrosi. Il 26 novembre 2012 partirono i provvedimenti di custodia cautelare e poi, nello stesso anno, il commissariamento.
Il commissariamento statale in funzione della privatizzazione
Come abbiamo accennato, la nuova gestione statale commissariale, lungi dal facilitare una vera riconversione aziendale, fu impostata al solo scopo di favorire l’utilizzo dello stabilimento al solo scopo del profitto privato. Dal 2012 a oggi non sono stati realizzati gli interventi necessari per garantire la salute di lavoratori e cittadini. Gradualmente, uno dietro l’altro gli altiforni sono stati spenti: di cinque ne è rimasto attivo uno solo, che però il 4 novembre è stato disattivato – ufficialmente – per la manutenzione ordinaria. Dal 2015, quando ILVA è entrata in amministrazione straordinaria, i governi provano a vendere lo stabilimento nella speranza che prima o poi si presenti un imprenditore capace di realizzare la decarbonizzazione annunciata, costruire i forni elettrici, gli impianti per la produzione del ferro preridotto (più sostenibile a livello ambientale) e garantire la salvaguardia dei livelli occupazionali.
Nel 2017 una nuova gara d’appalto aggiudicò la gestione dello stabilimento di Taranto alla società Arcelor Mittal, grossa multinazionale dell’acciaio, che ne assunse la gestione dal 1° novembre 2018. La nuova società ovviamente chiese “garanzie”, in particolare un criminale scudo penale per i gestori fino al 2023; il Consiglio dei ministri del Governo Conte emanò un decreto con il quale offrì le garanzie richieste da Arcelor Mittal (con buona pace della retorica dell’“onestà”), che non venne però convertito in legge dal Parlamento. Ciò indusse la società a recedere dal contratto e lo Stato a procedere verso un nuovo commissariamento. Nel 2020 venne firmato un accordo tra i Commissari ILVA e Arcelor Mittal che prevedeva una trattativa per verificare le condizioni per la sottoscrizione di un nuovo accordo. Il meccanismo, tristemente noto, è il ricatto dei capitali privati verso la collettività: richiesta di soldi pubblici e immunità giudiziaria per mantenere l’occupazione, oppure licenziamenti di massa e delocalizzazioni. Il 15 aprile 2021, con il versamento della relativa quota, è stato sancito l’ingresso di Invitalia – cioè dello Stato – nel capitale sociale di AM InvestCo Italy S.p.A., con una partecipazione del 38%. La restante partecipazione del 62% è rimasta in capo al Gruppo Arcelor Mittal, che non esercita più attività di direzione e coordinamento su AM InvestCo Italy S.p.A. Il gruppo è stato di conseguenza rinominato Acciaierie d’Italia S.p.A. e tutte le società controllate hanno assunto una nuova denominazione. Arcelor Mittal ha reso palese che le sue intenzioni non erano mai state quelle di rilanciare lo stabilimento di Taranto (ma, al massimo, di frenare le ambizioni della stessa ILVA come loro concorrente). Si arriva così all’amministrazione straordinaria di oggi, per mezzo della quale il governo, più che cercare di investire per costruire una fabbrica sostenibile dal punto di vista ambientale e utile ai bisogni della popolazione (l’acciaio è inevitabile per l’economia, per la produzione di manufatti utili alla società, per soddisfare i bisogni contemporanei delle persone), prova ad andare ancora un volta in contro ai bisogni del mercato smantellando le parti meno redditizie e allontanando i lavoratori più combattivi. Il governo si è addirittura impegnato a garantire all’impianto per il ferro preridotto e alla centrale termoelettrica una fornitura di gas a prezzi agevolati per mezzo di condotte terrestri, visto che la città di Taranto rifiuta l’ormeggio nel porto di una nave rigassificatrice a causa dei rischi per l’ambiente, per la sicurezza, e per l’incompatibilità con il già congestionato distretto industriale. Ma anche questi impegni sono da considerarsi poco realistici da parte dell’esecutivo, più volte richiamato dalla Commissione europea a rispettare le regole sugli aiuti di Stato all’impresa. La stessa permanenza nell’Unione Europea, fondata sui principi della concorrenza, corrisponde all’ennesima contraddizione interna al tentativo di utilizzare una gestione statale per garantire una produzione “di interesse nazionale” che è, allo stesso tempo, in difficoltà nel contesto dei capitali privati e della libera competizione. Questa stessa gestione, all’interno del mercato unico, deve essere incardinata nelle logiche della competizione capitalistica e iscritta nel perimetro di istituzioni che assicurano il funzionamento di questa logica. Il modello della gestione pubblica va in tilt, nella cornice capitalistica, quando ci sono condizioni di mercato difficili e contraddittorie, come successo anche con Alitalia, mentre la gestione statale può, se conviene al capitale privato nel contesto del mercato e se si può adeguare alle stesse condizioni di mercato, essere mantenuta con successo.
L’ex ILVA ostaggio degli interessi privati
Finché il progetto della siderurgia italiana permarrà nell’alveo del profitto del capitale privato e del mercato è altamente probabile che esso continuerà a caratterizzarsi come una situazione emergenziale. È oggettivo, innanzitutto, che esista un problema di domanda di acciaio italiano che ha a che fare con la crescita asfittica dell’economia in questa fase tarda e putrescente del capitalismo europeo e con la competizione con Paesi capitalistici che oggi sono più avvantaggiati. La produzione di acciaio grezzo europeo, infatti, al 2023, si è ridotta a 126 milioni di tonnellate, 56 milioni di tonnellate in meno rispetto al 2008. La domanda, soltanto nell’anno 2023 sul 2022, è calata del 5,2% e dopo quattro anni consecutivi con il segno meno, il recupero dalla recessione in corso è ancora lontano. Lo scenario è aggravato dal fatto che dalla Cina viene importato acciaio a basso costo e ben lontano dagli standard di sostenibilità applicati in Europa. Si tratta di contraddizioni, quelle provenienti dal rallentamento epocale dell’economia e dalla perdita di competitività con la Cina, che non possono essere risolte dentro i paradigmi del mercato ma che richiederebbero un modello differente, che includa il monopolio (o, perlomeno, il controllo) statale del commercio estero, lo sviluppo di relazioni amichevoli e reciprocamente vantaggiose con tutti i popoli vicini, un piano di investimenti pubblici che non sia a servizio dei profitti privati ma in funzione delle esigenze della collettività. Occorre ricordare, infatti, che se vige il monopolio statale del commercio estero non esiste il problema della perdita di competitività commerciale in senso capitalistico, con tutte le sue conseguenze, per esempio, sul depauperamento dell’industria domestica o la dipendenza da capitali privati esteri ma, al massimo, può persistere il problema di incrementare l’utilità di determinati prodotti domestici al fine di poter accedere a un vantaggioso scambio bilaterale.
Il problema è che il concetto di “interesse strategico nazionale”, nella prospettiva borghese e quando si ha a che fare con stabilimenti che si adattano difficilmente alla concorrenza attuale, è utilizzato, spesso, in funzione protettiva, per evitare la dissoluzione di un’impresa in crisi e regalarla poi ai soliti acquirenti che puntano a spolparla. Questo concetto non è mai utilizzato in chiave proattiva per guidare la transizione verso modelli di produzione sostenibili nel lungo periodo e funzionali alla creazione di valore sociale. Il rilancio della produzione di acciaio in Italia, probabilmente, potrà bilanciare impatto ambientale e necessità pubbliche attraverso una graduale riconversione dell’area a caldo di Taranto. Le risorse pubbliche potrebbero essere indirizzate, ad esempio, verso uno sviluppo completo della tecnologia del ferro preridotto, l’unica allo stato attuale in grado di realizzare sia gli obiettivi di completa eliminazione delle emissioni inquinanti, sia quelli di riduzione delle emissioni di anidride carbonica. Ma tutti questi obiettivi non sono nell’interesse dello Stato borghese, anche perché non sono necessariamente remunerativi nell’immediato. L’intervento dello Stato mira molto spesso a favorire i “capitani coraggiosi” che devono speculare con gli impianti ancora esistenti – a meno che non sia costretto a cambiare direzione da una sollevazione operaia di portata nazionale, che leghi a doppio filo gli interessi dei lavoratori dell’ex ILVA a quelli dei proletari italiani. Da questo punto di vista, è soltanto il controllo operaio sulla politica siderurgica del nostro Paese che potrà mettere in discussione la strategia attuale e gli interessi dei padroni. Il tema è la contrapposizione tra gli interessi del profitto di pochi e quelli della collettività, la democrazia per la stragrande maggioranza della popolazione, che può essere costruita solo a partire dal controllo operaio, dalla pianificazione scientifica centralizzata. Tramite questo, cioè il socialismo, potranno essere fatte le migliori scelte tecniche (poiché non più sottoposte all’interesse dei pochi, ma dei molti) sulla base di un piano.








