Discorso del Segretario Generale del Partito Comunista di Turchia (TKP), Kemal Okuyan, al Festival di Granma e Juventud Rebelde a Cuba
20 ottobre 2025
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Una delegazione del nostro partito, guidata da Kemal Okuyan, Segretario Generale del Partito Comunista di Turchia (TKP), ha visitato Cuba per partecipare al festival organizzato in occasione del 60º anniversario di Granma — organo ufficiale del Partito Comunista di Cuba — e di Juventud Rebelde, pubblicazione della Lega dei Giovani Comunisti di Cuba.
Di seguito è riportato il testo integrale del discorso pronunciato da Kemal Okuyan in uno dei due panel del festival, dedicato al tema “Un altro mondo è possibile”.
Cari amici, compagni,
Prima di tutto desidero esprimere la mia più profonda solidarietà al popolo palestinese che soffre. Saluto la fermezza della resistenza palestinese e condanno con forza l’aggressione sionista e la cosiddetta pace che l’imperialismo statunitense cerca di imporre al popolo di Palestina. Considero un dovere iniziare da questa affermazione.
Rivolgiamo anche i nostri saluti e i nostri auguri di vittoria a Cuba socialista, che continua a resistere al blocco in nome di tutti noi.
Oggi vorrei riflettere sul motivo per cui noi — coloro che credono che un altro mondo sia possibile — abbiamo arretrato sul terreno della lotta ideologica. Cercherò di offrire alcune risposte a questa questione urgente.
E vorrei iniziare assumendo per un momento il ruolo dell’avvocato del diavolo. Forse i nostri problemi sono cominciati proprio con lo slogan “Un altro mondo è possibile”. In un certo senso è uno slogan perfetto, e lo è ancora oggi. Tuttavia, nel momento in cui ognuno ha iniziato ad attribuirgli un significato diverso, la nozione stessa di “altro mondo” ha cominciato a perdere chiarezza. Per esempio, un altro mondo non è semplicemente un mondo migliore. Nonostante ciò che la natura ci offre, e nonostante la grande accumulazione di conoscenze ed esperienze umane, il mondo in cui viviamo oggi non è un mondo buono. È un mondo terribile, e noi vogliamo liberarci di questo mondo ingiusto.
Un altro mondo è davvero possibile, e nessun concetto lo definisce meglio dell’uguaglianza.
Più concretamente, un altro mondo è un mondo in cui le classi e lo sfruttamento siano stati aboliti. Le difficoltà che incontriamo nel raggiungere questo obiettivo non ne diminuiscono né l’urgenza né l’attualità.
Ciò che oggi indebolisce l’idea di un altro mondo è la scomparsa dell’unico punto di riferimento capace di definirlo e renderlo possibile. Non mi soffermerò sulle ragioni di questo fenomeno, poiché si tratta di una questione complessa che richiederebbe una discussione approfondita. Ma c’è un motivo se parto proprio da qui.
Se noi, che lottiamo contro lo sfruttamento, contro ogni forma di disuguaglianza, imperialismo, razzismo e militarismo, non riusciamo a essere abbastanza efficaci — se non riusciamo a rompere l’assedio ideologico e culturale imposto dai monopoli multinazionali — una delle ragioni è che ciò che vogliamo è diventato incomprensibile. Perché i miliardi di persone che soffrono e sono insoddisfatte in questo mondo ingiusto possano interessarsi al mondo che noi auspichiamo, dobbiamo possedere, in mezzo al bombardamento incessante di dati, una visione chiara e disciplinata.
È evidente che tutti i valori per noi essenziali — libertà, pace, progresso, indipendenza — hanno perso gran parte del loro significato e della loro credibilità all’interno di strategie che non mettono apertamente in discussione i meccanismi di sfruttamento che dominano la maggior parte del pianeta. Una delle conseguenze più gravi del difendere questi valori accettando al tempo stesso quei meccanismi — o del credere che tali valori possano indebolirli dall’interno — è l’adozione degli stessi strumenti e dello stesso linguaggio ideologico del sistema imperialista. Proprio questo linguaggio e questi strumenti escludono in sé la possibilità di un mondo diverso.
Ci riuniamo oggi nell’ambito di un festival che celebra l’eredità di due pubblicazioni rivoluzionarie e comuniste. Fin dal XIX secolo, nonostante la repressione e ogni tipo di avversità, l’editoria ha continuato a trovare il modo di amplificare la voce indipendente delle classi oppresse, sia sul piano politico sia su quello ideologico.
Oggi, tuttavia, la nostra produzione intellettuale — nel giornalismo, nella comunicazione di massa e persino nelle pratiche comunicative proprie della lotta rivoluzionaria — è divenuta quasi del tutto dipendente.
Questa dipendenza è in parte legata alle condizioni materiali e al livello di sviluppo tecnologico, ma in ultima analisi nasce da una convinzione, diffusa anche tra le nostre stesse file: l’idea che il mondo di oggi non possa essere cambiato nella sua essenza. Può sembrare naturale che il capitalismo, sistema che penetra ogni cosa e tutto trasforma in merce, abbia conquistato anche il campo della comunicazione. Ma costruire i nostri strumenti e il nostro linguaggio nella guerra dell’informazione — e creare così uno spazio indipendente — è possibile solo attraverso una strategia che affronti direttamente l’invasività del capitale.
Un’alternativa che rimane confinata entro una sfera comunicativa interamente modellata e controllata dai monopoli multinazionali non può rappresentare veramente “un altro mondo”. Quando non radichiamo questa alternativa in una base concreta e materiale, finiamo inevitabilmente intrappolati in un ambiente informativo e comunicativo dettato dall’imperialismo. Ma questo esito è davvero inevitabile? Il bisogno di adattarsi agli sviluppi tecnologici ci condanna per forza a questo clima?
Dobbiamo rispondere a questa domanda con un “no” netto.
La prima condizione per resistere all’egemonia assoluta dell’imperialismo nel campo dell’informazione e della comunicazione è rifiutare i suoi stessi criteri di successo. Come un movimento rivoluzionario che resta confinato all’arena parlamentare finisce per soffocare quando non riesce a guardare oltre il “conteggio dei voti”, così anche chi misura i media di oggi solo in base a parametri quantitativi — flussi e volumi dell’informazione — si rende incapace, sul piano ideologico, di creare un vero contro-polo. Ciò non significa, naturalmente, che tali piattaforme mediatiche debbano essere abbandonate. È possibile aprire brecce al loro interno, appropriarsi di questi strumenti e usarli a vantaggio dell’umanità — ma secondo i nostri principi.
Ora può essere utile andare oltre l’astrazione e formulare, in termini concreti, i passi pratici che si possono compiere.
Anzitutto, va sottolineato che è impossibile costruire una resistenza significativa contro il dominio ideologico del sistema imperialista-capitalista cercando soluzioni all’interno di quel medesimo sistema. L’affermazione “siamo troppo deboli per sviluppare alternative al di fuori del sistema” è priva di fondamento; con la stessa logica, si potrebbe dire che siamo troppo deboli anche per opporci al suo interno.
Le classi sfruttatrici e l’imperialismo hanno modellato i campi dell’informazione e della comunicazione non solo per diffondere menzogne e distorsioni, ma anche per minare i valori che elevano e fanno progredire l’umanità, accelerando così il degrado. Questa struttura non è, e non potrà mai essere, neutrale. Perciò l’idea secondo cui “qualsiasi ideologia può utilizzare questa struttura a proprio modo” va accolta con cautela.
Una delle principali conseguenze dell’adozione, da parte della sinistra, degli strumenti e del linguaggio del sistema — sul piano politico e ideologico — è stata l’incapacità di porre una sfida etica nei momenti in cui era più necessaria. Oggi, quando le masse impoverite guardano alla sinistra, non vedono una forza fondata sulla verità, libera dal pragmatismo e dal culto dell’immagine, radicata nei principi e nei valori morali più avanzati. Questo è un problema gravissimo. Uno dei compiti principali della sinistra deve quindi essere quello di ricostruire al proprio interno un quadro etico superiore. In questo senso, il vasto patrimonio di conoscenze e di principi sviluppato a Cuba già prima della rivoluzione rappresenta un esempio di grande forza.
Pur evitando approcci arcaici e completamente isolazionisti — come il rifiuto dei social media o dei media digitali controllati dalle multinazionali — è essenziale preservare e rivitalizzare la stampa, il teatro, il cinema, le sale da concerto e tutte le forme di comunicazione diretta. Sono elementi indispensabili per lo sviluppo dell’essere umano come creatura sociale. A questo compito occorre dedicare sforzi costanti e creativi. Il prezzo della resa ai media dominanti in nome della modernità è altissimo.
Ancora più importante, gli sforzi collettivi devono concentrarsi sull’uso delle possibilità tecnologiche create dal lavoro manuale e intellettuale dell’umanità in modi radicalmente diversi da quelli del capitalismo. Un insieme diverso di strumenti e un linguaggio diverso sono davvero possibili, e quando le risorse internazionali vengono messe in comune, si possono ottenere progressi concreti, passo dopo passo. Pensare che iniziative modeste e progressi graduali non possano produrre risultati — solo perché le multinazionali hanno raggiunto un livello avanzato — equivale a credere che gli oppressi siano impotenti davanti a eserciti dotati di armi di distruzione di massa, carri armati e aerei.
Come in passato libri, giornali e riviste venivano messi al bando, oggi un pugno di monopoli impone la censura alle opinioni alternative con mezzi arbitrari. Mentre lavoriamo per creare piattaforme più libere, dobbiamo allo stesso tempo costruire una resistenza internazionale collettiva contro queste misure oppressive. Quando critica, denuncia, azione legale e boicottaggio sono organizzati con coerenza, non solo producono risultati concreti, ma rafforzano anche la legittimità dei canali mediatici alternativi.
Alla luce di tutte queste considerazioni, desidero sottolineare che il Partito Comunista di Turchia (TKP) continuerà ad adempiere ai propri compiti con determinazione e creatività, nei limiti delle sue modeste risorse.
Un mondo degno di essere vissuto è possibile — e in quel mondo non c’è posto per le classi sfruttatrici.
Il futuro dell’umanità è il comunismo.








