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Esistono imperialisti buoni e imperialisti cattivi?

Di Redazione
11/05/2025
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Di Dimitris Xekalakis, membro del KKE e direttore di Sychroni Epohi (Epoca Contemporanea), rivista teorico-politica del KKE.
Da Rizospastis, organo del Partito Comunista di Grecia (KKE)
3 maggio 2025
Link all’originale

 

Il quadro e gli sviluppi dopo l’ascesa di Trump all’amministrazione statunitense e il riassetto delle alleanze che si sta verificando nei campi dell’imperialismo sembrano aver causato confusione e smarrimento in coloro che si ostinano a identificare la politica imperialista solo con gli Stati Uniti, coltivando l’idea che “la Russia capitalista ci salverà”. Naturalmente, dall’altra parte, anche gli analisti borghesi e le forze politiche borghesi sono in preda alle “vertigini” su come e perché si stiano formando le posizioni all’interno del campo euro-atlantico e l’atteggiamento dell’“Occidente democratico” nei confronti della contrattazione imperialista in corso.

Dall’inizio della guerra imperialista in Ucraina, gruppi opportunisti e sedicenti pseudo-analisti – dei veri “bravi ragazzi”, si fa per dire – hanno tentato, in nome di un “genuino” antimperialismo militante, di aggirare le posizioni del KKE, di indulgere in un antiamericanismo a buon mercato e in un falso antifascismo. In pratica, malgrado le sparate pseudo-rivoluzionarie, tacciono il fatto che la causa del problema sta alla “radice” del sistema capitalista, dell’imperialismo.

Queste forze esauriscono il loro “antimperialismo” solo contro il blocco euro-atlantico, evidenziando altri centri e Stati imperialisti come “forza contraria”. In pratica, la loro linea intrappola i popoli e i movimenti in alleanze con le classi borghesi, come per la Russia, attribuendo loro caratteristiche che non hanno, proponendo un “fronte unito di forze progressiste”.

Per rendersi più convincenti (nei confronti di settori che simpatizzano con il KKE o ne apprezzano la posizione), affermano falsamente di difendere l’Unione Sovietica e la costruzione socialista. Per gestire il loro arretramento e la debolezza dell’analisi teorico-politica, che oggi li porta in un vicolo cieco e direttamente nelle “braccia” della borghesia, cercano di aggiustare l’attacco al KKE per il suo atteggiamento nei confronti della guerra, con l’obiettivo di distogliere dalla sua influenza.

Certo, nessuno può dubitare che in Grecia il movimento rivoluzionario sia osteggiato dalla borghesia del Paese, dallo Stato e dai suoi governi, dai suoi alleati, dalla NATO, dagli americani, dall’UE. Ma questa valutazione può portarci a concludere che la risposta è allinearsi con i centri imperialisti rivali del campo euro-atlantico? In altre parole, alla ricerca dell’imperialista buono?

L’attuale trattativa Trump-Putin, la posizione degli Stati Uniti all’ONU, al G7 e il confronto con l’Unione Europea sulla guerra in Ucraina, la discussione sullo sfruttamento condiviso delle terre rare sul suo territorio, i negoziati per la sua adesione all’UE e alla NATO, confermano ancora una volta e nel modo più categorico che non esiste un’alleanza imperialista a favore dei popoli.

Sia gli scontri che le alleanze interstatali in questa fase, quella dell’imperialismo, sono sempre fragili e temporanei, poiché gli interessi cambiano a causa dello sviluppo ineguale. Il “groviglio” di scontri è tale che gli attriti e gli antagonismi tra alleati si acuiscono, mentre allo stesso tempo nemici implacabili stringono accordi individuali tra loro, proprio perché gli sviluppi portano l’impronta delle aspirazioni delle classi borghesi, si veda ad esempio il confronto sui dazi, la partecipazione alle spese di guerra, ecc.

Mentre discutono di cessate il fuoco e accordi di pace, intensificano i preparativi per la guerra, organizzano l’economia di guerra, pianificano giganteschi progetti di armamento per centinaia di miliardi a spese di tutti i popoli.

L’attualità del leninismo

Oggi, a 110 anni da quando Lenin scrisse “Sotto la bandiera altrui”[1], la sua eredità è preziosa e costituisce una guida all’azione. In quest’opera, come in diverse altre, la più importante delle quali è “L’Imperialismo, fase suprema del capitalismo”[2], Lenin afferma inequivocabilmente che nel capitalismo monopolistico la borghesia è oramai superata nell’evoluzione sociale e le guerre tra le porzioni nazionali del capitale monopolistico si combattono per la spartizione del bottino. La classe operaia è l’unica che può guidare e garantire il progresso sociale sia in condizioni di pace che di guerra. In altre parole, di fronte allo Stato e al potere di pochi – la dittatura del capitale che genera crisi, guerre, povertà e sofferenza per i popoli – la via d’uscita è lo Stato e il potere della maggioranza, la dittatura del proletariato.

Su questa base è inaccettabile che il movimento operaio abbia una ragione per difendere l’una o l’altra borghesia nella guerra imperialista.

Altrettanto pericolosa e poco solida è la posizione secondo cui la classe operaia e la sua avanguardia politica, per sfruttare le contraddizioni intra-imperialiste, debbano strisciare ai piedi della borghesia o di qualche alleanza imperialista tradendo la propria classe. L’insegnamento leninista, per chi vuole farsi guidare da esso e non travisarlo, è chiaro. La classe operaia e il movimento rivoluzionario rimarranno fedeli a se stessi solo se non si uniranno a nessuna borghesia imperialista, solo se accetteranno che “sono entrambe peggio”, solo se in ogni Paese auspicheranno il fallimento della propria borghesia.

Queste posizioni valgono per tutti i Paesi, indipendentemente dalla loro potenza economica o militare, e certamente per i Paesi capitalisti emersi dalla dissoluzione dell’URSS e degli altri Stati socialisti, dopo la vittoria delle forze controrivoluzionarie e la formazione delle classi borghesi che saccheggiano le ricchezze create dai popoli nei Paesi di costruzione socialista. Dopotutto, per poter sfruttare realmente ed efficacemente gli antagonismi, e in particolare gli antagonismi imperialisti a vantaggio della lotta per il socialismo, è necessario essersi separati chiaramente da tutti i campi imperialisti contrapposti. Questo, in fondo, è ciò che hanno insegnato gli stessi bolscevichi.

Inoltre, Lenin criticò aspramente Kautsky, sottolineando l’errore della divisione degli Stati borghesi in quelli che praticano e quelli che non praticano la politica imperialista nell’era del capitalismo monopolistico. La riproduzione di nozioni simili porta alla posizione problematica secondo cui la politica imperialista oggi è praticata solo dagli Stati Uniti, che mantengono il primato del sistema imperialista internazionale e lottano con tutti i mezzi per mantenerlo.

La solida analisi di classe, teorica e politica del KKE

Fin dal primo momento, il KKE ha indicato il carattere imperialista della guerra da entrambe le parti, dimostrando che la guerra in Ucraina non è solo una guerra tra due Stati[3].

Ha risposto all’argomentazione secondo cui l’attuale livello di sviluppo del capitalismo in Russia non giustifica l’accusa di una politica imperialista. Ha dimostrato che la sua borghesia, che ha consolidato il suo potere dopo la vittoria della controrivoluzione, è attivamente coinvolta nelle competizioni per la ridistribuzione e il controllo dei mercati e dei territori di importanza economica, che il capitalismo monopolistico in Russia occupa un ruolo forte nel sistema imperialista internazionale[4]. Sulla base di quanto detto, lo Stato borghese della Russia ha costantemente perseguito una politica imperialista in proporzione al suo potere economico, militare e politico.

Ha risposto alle varie forme in cui si presenta l’antisovietismo e l’anticomunismo[5]. Ha risposto anche alla calunnia contro l’URSS da parte degli stati maggiori imperialisti di entrambe le parti. Da un lato, ai miti della NATO sull’“oppressione nazionale” del popolo ucraino e dei popoli dell’URSS. Dall’altro, alla borghesia russa che ha proposto la logica della “costruzione artificiosa” dell’Ucraina da parte dei bolscevichi e del PCUS attraverso la cessione di territori storicamente appartenuti alla Russia.

Si tratta di una distorsione dell’eredità sovietica sulla questione nazionale da entrambe le parti, per nascondere il fatto che, dopo gli sconvolgimenti controrivoluzionari, la predominanza e la formazione di classi borghesi in tutte le ex repubbliche dell’URSS era destinata a portare a un’acuta lotta tra di esse al fine di dividere il bottino creato congiuntamente dal popolo sovietico nello Stato socialista unificato.

Il KKE ha invitato i popoli a respingere le pretese sia della NATO, secondo cui la guerra sarebbe combattuta per la “libertà” e il diritto di “autodeterminazione” del popolo ucraino, sia dell’altra parte, che nasconde gli obiettivi dei propri monopoli, citando la cosiddetta “denazificazione” dell’Ucraina e l’“autodeterminazione” delle sue popolazioni russofone. Dal 2014 si oppone attivamente ai gruppi fascisti, ai battaglioni Azov e al ruolo del governo borghese ucraino, che ha portato alla morte di migliaia di ucraini russofoni.

Allo stesso tempo ha dimostrato che il governo russo sta sfruttando il sacrificio di milioni di persone provenienti dall’URSS, utilizzando i simboli sovietici e comunisti per sfruttare e appropriarsi dell’eroica lotta del popolo sovietico contro la Germania nazista e altri Stati capitalisti e paragonandola all’attacco russo all’Ucraina per gli interessi dei gruppi monopolistici russi.

Si è schierato contro il profondo coinvolgimento del nostro Paese nella guerra imperialista. Ha sottolineato le responsabilità del governo di Nuova Democrazia, così come degli altri partiti dell’euro-atlantismo, che hanno trasformato il Paese in una “base” per le operazioni di guerra della NATO, degli USA e dell’UE. La sua azione e il suo intervento hanno dimensioni internazionali.

Con un puro criterio di classe

Oggi, mentre la guerra imperialista infuria in molte regioni del mondo, mentre si intensifica la battaglia per il primato nel sistema imperialista mondiale, mentre la ricerca di uno sbocco redditizio per il capitale “stagnante” e il “campo minato” della recessione intensificano gli antagonismi e la guerra commerciale, cresce il pericolo di generalizzare i conflitti militari e la guerra come naturale prosecuzione della politica e degli interessi delle classi borghesi.

In queste condizioni, l’esperienza storica dei bolscevichi, che con la rivoluzione socialista hanno dato la via d’uscita alla Prima Guerra Mondiale, è preziosa.

Per il movimento rivoluzionario dei lavoratori non c’è alcun imbarazzo. Con un puro criterio di classe, utilizza questa esperienza e conoscenza storica, le moderne elaborazioni del KKE, per far sì che il popolo non sia intrappolato negli obiettivi della politica borghese, per garantire l’indipendenza politica della classe operaia, che mira al proprio potere, il socialismo.

 

Riferimenti

  1. V. I. Lenin, Sotto falsa bandiera, nella raccolta Sulla guerra e la rivoluzione socialista, ed. Sychroni Epohi oppure Opere complete, vol. 26.
  2. V. I. Lenin, L’imperialismo, fase suprema del capitalismo, ed. Sychroni Epohi oppure Opere complete, vol. 27.
  3. KOMEP (Rassegna Comunista), n. 2/2022, Decisione del Comitato Centrale del KKE: Sulla guerra imperialista in Ucraina.
  4. KOMEP, nn. 5-6/2022, Alcuni elementi sull’economia della Russia.
  5. V. I. Lenin – I. V. Stalin, Sulla lotta di classe in Ucraina, ed. Sychroni Epohi.
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