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L’aggressione militare degli USA aggrava la crisi politica in Venezuela

Di Redazione
09/11/2025
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da Tribuna Popular n° 3067, organo del Partito Comunista del Venezuela (PCV)
26 ottobre 2025
Link originale

 

Editoriale

Donald Trump torna a minacciare il Venezuela con azioni militari di terra con il pretesto di combattere il narcotraffico.

Non ha presentato una sola prova della sua offensiva criminale. Ciò che lascia dietro di sé, invece, sono i cadaveri: quasi quaranta persone assassinate sommariamente nelle acque dei Caraibi, tra loro venezuelani, colombiani e trinidadiani. Trump parla senza vergogna di omicidi, e in effetti è un assassino.

Ma la tragedia del popolo venezuelano non si limita all’aggressione imperialista. All’interno del paese, i due blocchi che egemonizzano la disputa politica — quello di Nicolás Maduro e quello di María Corina Machado — competono per compiacere il tycoon e il suo progetto di dominio.

Machado e Maduro sono le due facce della stessa medaglia: i carnefici del popolo lavoratore. Entrambi hanno fatto della politica uno strumento al servizio delle élite economiche e del capitale transnazionale. Dietro i loro discorsi — l’uno rivestito di retorica liberale, l’altro di falsa retorica anti-imperialista — si celano gli stessi obiettivi: la svendita delle ricchezze nazionali, la precarizzazione del lavoro, l’attacco al salario e lo scioglimento di ogni forma di organizzazione operaia indipendente.

María Corina Machado dedica a Trump il suo premio Nobel e celebra l’imminenza di una “transizione” che non è altro che un intervento militare mascherato. Il suo progetto politico mira a ristabilire il dominio assoluto dei grandi gruppi finanziari sull’economia venezuelana. La sua promessa è il saccheggio: trasformare il paese in un enclave minerario ed energetico, dove la classe operaia sia condannata a sopravvivere con le briciole mentre le multinazionali depredano le nostre ricchezze.

Nicolás Maduro, da parte sua, offre a Trump “di tutto” pur di perpetuarsi illegalmente al potere. Ha approfondito la svendita delle risorse nazionali a corporazioni straniere e alla nuova borghesia emergente del suo entourage. La sua “pace” è una pace autoritaria fatta di repressione, censura e criminalizzazione delle lotte. La classe operaia la sopporta sulle proprie spalle: salari polverizzati, assenza di tutele e lo stato sociale smantellato.

Il recente pagamento del bonus natalizio diviso in quattro rate, mentre il bolívar si svaluta rapidamente e i prezzi salgono alle stelle, è un’ulteriore dimostrazione del disprezzo del governo verso il popolo lavoratore.

Ora, con la cosiddetta “costituente operaia”[1], Maduro cerca di legalizzare la liquidazione dei diritti del lavoro e di distruggere quel poco che resta dell’autonomia sindacale, imponendo una farsa istituzionale per consolidare il suo controllo politico sul movimento operaio.

Di fronte a questo bivio, il Partito Comunista del Venezuela ribadisce che il popolo non ha motivo di scegliere tra i due carnefici. Né l’autoritarismo repressivo di Maduro né il progetto svendipatria di Machado rappresentano una via d’uscita dalla crisi nazionale. Entrambi conducono alla stessa meta: più povertà, più dipendenza, più sofferenza per i lavoratori.

La vera alternativa risiede nell’organizzazione indipendente della classe operaia, nell’unità combattiva di chi produce la ricchezza di questo paese e nella lotta per un potere popolare autentico, democratico e sovrano.

 

Il capitale statunitense nell’economia venezuelana: verso quale direzione deve orientarsi una strategia anti-imperialista

Dante Espinoza – Economista

Nell’ultimo anno siamo stati testimoni di un’offensiva imperialista contro il Venezuela senza precedenti in questo secolo.

Molti osservano, non a torto, che l’ingerenza statunitense nel nostro paese è evidente da molti anni, dal colpo di Stato del 2002 fino alle misure coercitive unilaterali che ne sono la prova. Tuttavia, senza ignorare questi precedenti, bisogna riconoscere che oggi esiste per la prima volta un rischio concreto e apparentemente imminente di un attacco militare diretto contro il territorio nazionale; circostanza che conferisce a questa nuova offensiva un carattere qualitativamente diverso.

Per questo, prima di proseguire, è necessario — e tutt’altro che inutile — condannare la presenza militare statunitense nei pressi della nostra zona economica esclusiva[2], respingere lo scenario di morte instaurato nel Mar dei Caraibi e denunciare l’assassinio di quasi tre decine di caraibici vittime di tali azioni criminali.

Dopo questo necessario preambolo, occorre analizzare in concreto le azioni del governo venezuelano di fronte a tali aggressioni, andando oltre le consuete condanne e dichiarazioni — spesso puramente retoriche — che la dirigenza politica ripete sulla scena nazionale e internazionale. La domanda essenziale è: cosa si sta realmente facendo per sconfiggere i nostri nemici?

Forse il terreno più vulnerabile per l’imperialismo è quello economico; non dimentichiamo che, in ultima analisi, la sua macchina mira a espandere le logiche di mercato che la sorreggono: concentrazione e centralizzazione dei fattori produttivi. Per questo è errato — per non dire assurdo — pensare che il modo migliore di affrontarlo sia concedergli le ricchezze e i privilegi che pretende. Una tale posizione, oltre che antipatriottica, è francamente vergognosa, perché quasi sempre motivata da interessi personali più che dal benessere collettivo.

L’imperialismo va contrastato con l’azione, non con le parole. Di fronte a ciò, alcuni sosterranno che bisogna negoziare, poiché non possiamo opporci frontalmente agli Stati Uniti. In linea di principio è vero che esiste una sproporzione di potenza militare, ma queste logiche fredde ignorano una forza altrettanto decisiva: la dignità. E aggiungo che proprio negoziando e rinunciando a misure incisive siamo arrivati fin qui. Gli statunitensi non hanno mai avuto alcun interesse reale per la negoziazione: basti vedere il caso dell’Iran.

Compiacere i gringos

È indegno che, dopo più di mille misure coercitive, perdite superiori a 200 miliardi di dollari e oltre 12 miliardi di dollari di beni congelati, la nostra risposta agli Stati Uniti sia rimasta puramente retorica.

Vediamo alcuni dati significativi. Secondo l’ultimo rapporto ufficiale di Petróleos de Venezuela S.A. (PDVSA)[3], esistono almeno dieci progetti nel settore degli idrocarburi in cui operano quattro imprese di capitale transnazionale statunitense: Chevron, Williams International Oil & Gas, Delta Finance B.V. e Venezuela US.

Le imprese miste in cui sono coinvolte comprendono Petroboscan S.A. (Chevron), Petroindependiente S.A. (Chevron), Petropiar S.A. (Chevron), Petroindependencia S.A. (Chevron), Petrowayu S.A. (Williams International Oil & Gas), Petrodelta S.A. (Delta Finance B.V.) e Petroritupano S.A. (Venezuela US).

A queste si aggiunge la partecipazione di Chevron nel progetto Loran, un’iniziativa nel settore del gas situata nel blocco 2 della Piattaforma Deltana (offshore), dove la compagnia detiene il 60% di partecipazione. Il giacimento Loran è di tipo transfrontaliero e si estende lungo la frontiera marittima tra Venezuela e Trinidad e Tobago. È importante non confondere questo progetto con il Campo Dragón, attualmente oggetto di negoziazione per uno sfruttamento congiunto tra i due paesi con la partecipazione della britannica Shell.

Colpisce che nessuno di questi casi sia stato oggetto di misure governative analoghe a quelle che gli Stati Uniti hanno applicato contro le nostre imprese e i nostri beni. A differenza della Citgo Petroleum Corporation[4], queste compagnie non sono state sottoposte a interventi giudiziari, né è stato intaccato il valore delle loro partecipazioni. Al contrario, i debiti nei loro confronti continuano a essere riconosciuti e persino presi in carico ufficialmente, mentre le royalties di Citgo vengono trattenute dal sistema finanziario statunitense.

Il colmo dell’ironia si manifesta nel caso di Chevron: vendendo greggio alla Valero Energy Corporation, contribuisce a far sì che il prodotto raffinato del nostro stesso petrolio rifornisca parte della flotta statunitense schierata di fronte alle nostre coste. Sorge allora una domanda inevitabile: perché continuare a trattare queste imprese con tanta indulgenza? L’anti-imperialismo si è forse ridotto a una posa retorica che cambia a seconda dell’andamento dei titoli in borsa?

Un altro esempio significativo riguarda le ampie garanzie offerte agli imprenditori statunitensi in Venezuela. Mentre qui continua ad applicarsi la “Convenzione tra il Governo della Repubblica del Venezuela e il Governo degli Stati Uniti d’America per evitare la doppia imposizione e prevenire l’evasione fiscale in materia di imposte sul reddito e sul patrimonio”, firmato nel 1999 e ratificato più volte, negli Stati Uniti i nostri cittadini subiscono vessazioni e maltrattamenti in virtù delle “Leggi sugli Stranieri e sulla Sedizione” (Alien and Sedition Acts) del 1798[5].

Mentre nel nostro paese gli imprenditori statunitensi godono di esenzioni fiscali, crediti agevolati, facilitazioni per il rimpatrio dei capitali e perfino della possibilità di trasferire integralmente all’estero i propri profitti (come stabilisce l’articolo 28 della “Legge Costituzionale in materia di Investimenti Esteri Produttivi”), i nostri connazionali vengono espulsi senza alcuna garanzia sui propri beni, gravati da imposte sempre più pesanti ed esposti al discredito pubblico attraverso false accuse.

Che cos’è il vero anti-imperialismo

Accogliamo con favore il rimpatrio dei nostri cittadini dai campi di detenzione di El Salvador e l’assistenza offerta a chi è stato espulso dagli Stati Uniti, ma la nostra posizione nei confronti dei cittadini statunitensi non dovrebbe essere meno indulgente? Non si confonda questo con xenofobia: si deve ricordare, ad esempio, che l’attuale crisi valutaria potrebbe attenuarsi se l’articolo 28 della “Legge Costituzionale in materia di Investimenti Esteri Produttivi” fosse abolito, o se le imprese straniere pagassero la maggior parte delle imposte in Venezuela e non all’estero.

Occorre inoltre indagare più a fondo sull’origine dei fondi di investimento che operano nel paese. Di recente, il fondo Sucre Energy Group ha acquisito in modo massiccio asset strategici nel settore del gas nell’Oriente venezuelano; se ne sa poco, ma si presume — secondo fonti informali — che parte dei capitali sia di origine statunitense. Allo stesso modo, serve maggiore trasparenza riguardo ai fondi gestiti dall’Associazione Venezuelana di Capitale Privato (Venecápital), perché attraverso questi canali potrebbero riproporsi le pratiche del secolo scorso, quando cittadini venezuelani fungevano da prestanome per grandi capitali stranieri, con danni evidenti per l’erario nazionale.

I dati menzionati bastano già, in linea di principio, a richiamare l’attenzione sulla condotta compiacente della dirigenza politica del paese di fronte agli avamposti dell’imperialismo, presenti sotto i nostri occhi. È indispensabile riformare il sistema giuridico che favorisce sistematicamente gli interessi del nostro avversario.

Accordi come quello per evitare la doppia imposizione e prevenire l’evasione fiscale devono essere immediatamente abrogati, e i beni inattivi devono essere nazionalizzati d’urgenza. Allo stesso modo, l’articolo 28 della “Legge Costituzionale in materia di Investimenti Esteri Produttivi” dovrebbe cessare di essere applicato almeno alle imprese statunitensi.

Lo “stato d’emergenza per minaccia esterna”[6] decretato dal governo dovrebbe servire per adottare misure efficaci contro le minacce esterne — molte delle quali sono già presenti sul nostro stesso territorio e, in certi casi, coincidono con gli interessi economici di alcuni dirigenti.

 

Note

[1] NdT: per maggiori informazioni, si veda qui https://eldiariodeguayana.com.ve/cutv-constituyente-obrera-es-contraria-a-los-intereses-del-trabajador-venezolano/

e qui

PCV: La «constituyente Obrera» de Maduro es una farsa que viola la libertad sindical

[2] NdT: l’area marina, entro un certo raggio dalle coste di uno Stato, entro cui valgono i diritti sovrani di sfruttamento delle risorse, di tutela dell’ambiente, eccetera.

[3] NdT: la compagnia petrolifera statale venezuelana.

[4] NdT: Citgo è una compagnia petrolifera con sede centrale in Texas, negli USA, specializzata nella raffinazione del greggio. Dal 1990 di proprietà al 100% (tramite delle controllate) di PDVSA, quindi dello Stato venezuelano. A seguito del riconoscimento da parte degli USA del governo golpista di Guaidó nel 2019 però, la compagnia è ora gestita da un management nominato da quest’ultimo: sostanzialmente risulta quindi sequestrata dagli USA. Attualmente la compagnia è all’asta, su ordine di un tribunale statunitense, per pagare i debiti contratti, e potrebbe finire a Elliott Investment Management, un fondo di investimento diretto dal magnate Paul Singer, molto vicino ai Repubblicani USA e allo Stato di Israele.

[5] NdT: le Alien and Sedition Acts furono un insieme di quattro leggi approvate dal Congresso degli Stati Uniti che consentono al Presidente di far arrestare o espellere stranieri considerati una minaccia per la sicurezza nazionale e danno la possibilità di censurare la pubblicazione di stampa “falsa, scandalosa o maligna” contro il governo.

[6] Per maggiori informazioni, si veda qui https://prensapcv.wordpress.com/2025/10/07/pcv-el-pais-debe-conocer-el-alcance-y-las-implicaciones-del-decreto-de-conmocion-exterior/

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