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Home›VPI - Articoli›Il falso antimperialismo e la lotta di classe in Venezuela

Il falso antimperialismo e la lotta di classe in Venezuela

Di Redazione
20/07/2025
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Di Pedro Eusse, dell’Ufficio Politico del CC del Partito Comunista del Venezuela, da Tribuna Popular
10 luglio 2025
Link all’originale

 

Sulla prestigiosa rivista digitale LINKS – International Journal of Socialist Renewal (Rivista internazionale del rinnovamento socialista) si è sviluppato un interessante dibattito sulla caratterizzazione del governo venezuelano e alla posizione che dovrebbero assumere le organizzazioni e gli intellettuali che si collocano nel campo popolare e della sinistra. Dal Partito Comunista del Venezuela (PCV) riteniamo necessario partecipare a tale dibattito, non solo perché siamo stati menzionati, ma anche perché siamo convinti della necessità di fare spazio alla verità sulla situazione economica, sociale e politica del Venezuela, contrastando manipolazioni e menzogne che distorcono la realtà oggettiva.

In primo luogo, esporremo in modo generale la posizione del PCV riguardo al cosiddetto “processo bolivariano” e al governo di Nicolás Maduro, affrontando i principali nodi del dibattito; successivamente, risponderemo puntualmente ad alcune affermazioni del dott. Steve Ellner in merito al nostro partito.

Tensioni all’interno dell’alleanza bolivariana

Come è noto, il PCV ha fatto parte dell’alleanza di forze politiche e sociali che hanno sostenuto il cosiddetto processo bolivariano sin dall’elezione di Hugo Chávez Frías nel 1998 — essendo stato il primo partito politico ad appoggiare la sua candidatura —, passando per l’approvazione della Costituzione della Repubblica Bolivariana del Venezuela, considerata una grande conquista popolare, e per le successive rielezioni di Chávez e Nicolás Maduro, fino al 2019, quando è avvenuta la nostra definitiva rottura, dopo un intenso e ampio dibattito interno.

Partendo dal criterio programmatico di costruire una vasta alleanza di forze per sconfiggere la politica neoliberale imposta dalla metà degli anni Ottanta e rafforzare la sovranità nazionale; promuovere una più equa distribuzione delle risorse petrolifere orientata all’industrializzazione del paese e alla soddisfazione dei bisogni del popolo; favorire la democratizzazione della società con la partecipazione da protagonista della classe lavoratrice; combattere la corruzione e aprire la strada a cambiamenti strutturali, il PCV ha fatto parte di questa eterogenea alleanza, consapevole delle contraddizioni interne e riconoscendone i limiti, le debolezze e le incongruenze.

All’interno di tale alleanza, ci siamo posti l’obiettivo di ottenere una correlazione di forze favorevole alla classe operaia e al popolo lavoratore, per avanzare verso trasformazioni profonde da una prospettiva autenticamente rivoluzionaria. Questo inevitabilmente avrebbe comportato rotture e riaggregazioni, e un’intensificazione dello scontro con le forze al servizio dell’oligarchia nazionale e transnazionale. Comprendevamo che il reale avanzamento verso cambiamenti rivoluzionari dipendesse dalla correlazione di forze di classe nella società venezuelana, non solo dalla volontà del singolo leader della cosiddetta “Rivoluzione Bolivariana”.

Già nel 2011 avvertivamo del crescente predominio di tendenze riformiste, regressive e corrotte che guadagnavano terreno nella direzione del governo di Hugo Chávez. Il 14° Congresso Nazionale del PCV concluse che il Venezuela non stava vivendo una vera rivoluzione, bensì un processo di riforme sociali e politiche che manteneva intatto il capitalismo e il modello di accumulazione basato sulla rendita.

Ovviamente, nella misura in cui il PCV agiva con indipendenza di classe e sosteneva le proprie posizioni di principio, si generavano attriti e tensioni all’interno dell’alleanza. Questo fatto divenne pubblico e noto quando non accettammo la pretesa di Chávez di sciogliere il PCV per confluire nel Partito Socialista Unito del Venezuela (PSUV) (2007-2008).

Un’altra fonte di tensione, sebbene meno visibile pubblicamente, tra il PCV e la direzione politica durante l’era Chávez fu il sostegno suo e dei suoi seguaci al cosiddetto “socialismo del XXI secolo”. Questa corrente promuoveva una visione riformista, gradualista e di collaborazione di classe per costruire il socialismo, senza smantellare lo Stato borghese né i rapporti capitalistici di produzione, negando, tra l’altro, l’esistenza stessa della lotta di classe.

Questa concezione ha predominato nella narrativa degli ideologi riformisti in Venezuela e in America Latina. Inoltre, risulta funzionale ai settori borghesi che hanno tratto vantaggio dalle virtù del cosiddetto progressismo; e che in Venezuela, sotto l’amministrazione Maduro, si è trasformato in una controriforma reazionaria e regressiva, imposta tramite una miscela di autoritarismo estremo e manipolazione demagogica.

La crisi non è iniziata con le sanzioni

Il dott. Steve Ellner ha affermato in uno degli articoli di questo dibattito che gli «errori di Maduro» sono in gran parte «reazioni eccessive a provocazioni da Washington» e che chi non condivide tale affermazione è perché ha perso di vista «l’effetto devastante della guerra contro il Venezuela». I settori della sinistra internazionale che ancora sostengono Nicolás Maduro cercano di giustificare le sue azioni antipopolari (le poche che riconoscono), appellandosi all’aggressione imperialista. Tuttavia, omettono — per ignoranza o per complicità — che sin dai primi anni del suo governo (2013-2017), Maduro ha adottato un orientamento governativo evidentemente favorevole alla borghesia, limitando i diritti dei lavoratori e smantellando ogni possibilità di controllo sociale, operaio e popolare sui processi produttivi.

La politica economica di Maduro — anche prima che si concretizzassero gli effetti delle misure coercitive unilaterali imposte dagli Stati Uniti — è stata progettata per trasferire ingenti risorse dello Stato a nuovi gruppi economici che cinicamente sono stati denominati «borghesia rivoluzionaria», favoriti da ri-privatizzazioni di imprese in condizioni vantaggiose, restituzione di terre espropriate, esenzioni fiscali e deregolamentazione dei diritti del lavoro.

Quella sinistra che concentra la propria analisi solo sui «nemici esterni» sembra inoltre ignorare — o semplicemente non sapere — che il disinvestimento strategico nell’industria petrolifera e l’indebolimento progressivo della sovranità nazionale sull’attività degli idrocarburi non sono una diretta conseguenza delle sanzioni internazionali, ma hanno radici precedenti. La loro origine risiede nel modello renditiero, che anziché essere superato durante i governi di Chávez e Maduro, è stato rafforzato. Dopo 25 anni, il Venezuela resta in balìa degli appetiti dei centri imperialisti e privo di una strategia di sviluppo industriale sovrano.

Per queste e altre ragioni, affermiamo che l’attuale crisi economica non è stata generata dalle sanzioni, anche se queste — gravissime e da condannare — l’hanno acutizzata fino all’estremo, soprattutto dopo il 2017, quando gli Stati Uniti hanno sanzionato la PDVSA (NdT: la compagnia petrolifera di Stato) e interrotto l’acquisto di petrolio venezuelano.

Vogliamo essere chiari e categorici: per il PCV, tutte le sanzioni imposte a una nazione (o a persone) per motivi politici, oltre a essere illegali, sono inaccettabili e devono essere respinte dai popoli, specialmente dalle organizzazioni che si pongono come obiettivo strategico l’abbattimento del capitalismo.

Ma è anche vero che il fatto di essere sanzionati non implica automaticamente che un governo o una persona esprimano interessi popolari o siano rivoluzionari; molto spesso rappresentano frazioni borghesi in conflitto, in modo contingente o strategico, con altre frazioni borghesi o potenze capitaliste. In altre parole, le misure coercitive unilaterali imposte da Stati Uniti e Unione Europea contro il Venezuela non si verificano perché il nostro governo è “socialista”, bensì perché si intende impedire che capitali cinesi e russi prendano il controllo esclusivo delle risorse strategiche del Paese.

Tutto lascia intendere che l’obiettivo reale della politica di aggressione degli Stati Uniti e dei loro alleati verso il governo venezuelano non sia stato il suo rovesciamento, bensì la sua subordinazione. Questo è apparso evidente durante l’amministrazione Biden, quando è stata concessa una licenza per riprendere parzialmente le esportazioni di petrolio verso gli USA, alle condizioni imposte da Washington. Nell’ambito di tale accordo, sono stati concessi privilegi speciali alla multinazionale Chevron, inclusa la nomina di uno dei suoi dirigenti a presidente della joint venture Petropiar, in palese violazione della Costituzione e del principio di sovranità sugli idrocarburi. Questo patto, sostenuto dalla cosiddetta “Legge Antiblocco” — strumento incostituzionale — è stato firmato in modo opaco.

Inoltre, l’uso che il governo fa delle risorse è tenuto nascosto al popolo venezuelano, tanto di quelle generate dalla vendita del petrolio quanto di quelle provenienti dalle attività minerarie nel sud del Paese. Nel 2023 e 2024, i portavoce del governo si sono vantati del fatto che il Paese stesse vivendo una crescita economica grazie alla licenza petrolifera concessa da Biden; tuttavia, salari e pensioni sono rimasti congelati. Al contrario, la borghesia importatrice e finanziaria ha avuto accesso a miliardi di dollari a prezzi agevolati per i propri affari, grazie alle operazioni d’intervento del Banco Central de Venezuela nel mercato dei cambi.

La svolta neoliberale di Maduro

Dall’agosto 2018 è in vigore in Venezuela un pacchetto di misure neoliberali presentato sotto il nome altisonante di Programma di Recupero Economico, Crescita e Prosperità, la cui attuazione ha comportato una drastica riduzione della spesa pubblica, la liberalizzazione dei prezzi e la dollarizzazione de facto dell’economia.

Non sappiamo a cosa si riferisca esattamente il professor Ellner quando afferma che esistono «aspetti positivi» nella gestione di Maduro. Ciò che invece è ben chiaro, nella concreta realtà del popolo venezuelano, è che il pacchetto economico attuato negli ultimi sette anni è consistito in un insieme di misure che hanno trasferito il costo della crisi e delle sanzioni sulle spalle del popolo lavoratore. Per attrarre investimenti esteri e trattenere il capitale locale, il governo ha offerto come “vantaggi comparativi” l’esenzione fiscale, una forza lavoro estremamente a buon mercato e lo smantellamento delle capacità organizzative e di lotta della classe lavoratrice.

In funzione di questi obiettivi, il PSUV e i suoi satelliti hanno approvato la Legge Organica delle Zone Economiche Speciali, che mette a disposizione territori, energia a basso costo, risorse naturali e la deroga ai diritti del lavoro, fondamentalmente a beneficio di investitori stranieri. Il copione è piuttosto chiaro: profitti a basso costo e ipersfruttamento del lavoro.

Di fatto, la politica del lavoro imposta dalla cupola del PSUV ha trasformato l’intero Paese in una grande “zona economica speciale”. I contratti collettivi sono stati di fatto smantellati a partire da un memorandum del Ministero del Lavoro, emesso nell’ottobre 2018, che ha permesso ai datori di lavoro di ignorare le clausole economiche che ritenevano onerose. Da allora, il salario minimo è divenuto l’unico parametro valido per stabilire i livelli salariali e calcolare le indennità legali, in aperta violazione dei diritti e dei contratti previsti dalla legge.

Questa misura ha portato alla perdita automatica di conquiste economiche per ampi settori di lavoratori, sia nel settore pubblico che in quello privato. A ciò si sono aggiunti gli effetti devastanti della riconversione monetaria applicata nell’agosto 2018 – che ha eliminato cinque zeri dalla moneta nazionale – che ha comportato la virtuale scomparsa delle prestazioni sociali accumulate, il crollo dei fondi pensione, lo svuotamento delle casse di risparmio e il deterioramento finanziario delle organizzazioni sindacali.

Distruzione salariale e intensificazione dello sfruttamento lavorativo

Durante il governo Maduro, si è ampliato in modo estremo il divario tra salari e profitti. Secondo l’economista Pascualina Curcio, nel 2014, del totale prodotto in Venezuela, «il 36% andava ai 13 milioni di lavoratori salariati, mentre il 31% era destinato ai 400 mila datori di lavoro». Nel 2017 (ultimo dato pubblicato dalla Banca Centrale del Venezuela), «solo il 18% andava ai lavoratori, mentre i 400 mila borghesi si appropriavano non più del 31%, ma del 50%, cioè della metà».

Sebbene la politica di distruzione salariale sia iniziata nei primi anni del governo Maduro, quando venne ridotto l’importo del salario e incrementati i redditi non salariali, fu nel 2022 che si inflisse il colpo definitivo al salario dei lavoratori venezuelani, incidendo anche sulla misura delle pensioni. Da allora, il salario minimo è rimasto congelato a 130 bolívares (poco più di un dollaro mensile), mentre sono aumentati solo i compensi che non vengono considerati parte del salario, detti “bonus”, percepiti esclusivamente dai lavoratori del settore pubblico.

Questi bonus, che costituiscono oltre il 99% del reddito di un lavoratore, non vengono presi in considerazione per il calcolo di indennità e benefici sociali come ferie, tredicesime e altri diritti, che si basano esclusivamente sul salario minimo. Questo meccanismo — talvolta difficile da comprendere per chi non vive né lavora in Venezuela — costituisce una frode palese contro la legislazione del lavoro e contro la Costituzione, poiché il governo ha sostituito illegalmente il concetto di salario con quello di “reddito minimo integrale”.

Questa politica permette ai datori di lavoro, pubblici e privati, di risparmiare ingenti somme evitando il pagamento di elementi fondamentali come le indennità di fine rapporto (prestazioni accumulate al termine del rapporto di lavoro), il bonus ferie annuale (e relativo bonus vacanze per i pensionati del settore pubblico) e i bonus natalizi (tredicesima) e quote di utili aziendali. In alcuni settori privati con contrattazione collettiva forte, queste perdite sono meno gravi, ma anche lì esiste la minaccia concreta di perdere tali conquiste. Questo a causa di un contesto politico-istituzionale che promuove la “desalarizzazione” delle retribuzioni, soprattutto per impulso della leadership di Fedecámaras — principale organizzazione dei capitalisti venezuelani —, che stringe rapporti con il governo Maduro e avanza nella direzione di un «nuovo modello retributivo» in cui il concetto tradizionale di salario, sancito dalla Legge Organica del Lavoro, venga definitivamente eliminato.

La maggior parte dei lavoratori venezuelani del settore privato non è sindacalizzata né coperta da contratti collettivi, ed è quindi costretta ad accettare retribuzioni prive di carattere salariale, oltre a un salario minimo che supera di poco un dollaro al mese. Inoltre, affrontano giornate lavorative fino a 12 ore al giorno, talvolta senza giorni di riposo. Questa situazione colpisce soprattutto migliaia di giovani impiegati nei grandi centri commerciali, che lavorano praticamente senza alcun diritto e in totale assenza di tutela, poiché ogni tentativo di sindacalizzazione viene spesso represso con il licenziamento o la persecuzione.

Criminalizzazione della lotta operaia

Così come il dott. Steve Ellner sostiene che «la guerra contro il Venezuela deve essere al centro di qualsiasi analisi seria sui governi di Maduro», è altrettanto imprescindibile, per qualunque valutazione onesta, considerare la sistematica criminalizzazione della lotta sindacale nel Paese. Oltre ai licenziamenti illegali — diretti o mascherati —, lo Stato venezuelano ricorre alla repressione poliziesca e alla coercizione giudiziaria contro lavoratori e dirigenti sindacali che osano difendere i propri diritti o denunciare atti di corruzione, come dimostrato dal caso di Alfredo Chirinos e Aryenis Torrealba nella PDVSA.

Fin dai primi anni del governo Maduro, e con maggiore intensità a partire dal 2018, centinaia di attivisti del movimento operaio sono stati arrestati senza rispetto del giusto processo, spesso sottoposti a trattamenti crudeli e inumani. Alla maggior parte vengono imputati reati come istigazione all’odio, associazione a delinquere o terrorismo, in un modello repressivo volto a disciplinare il movimento sindacale e a facilitare l’imposizione di politiche chiaramente favorevoli al capitale.

È estremamente preoccupante che coloro che si proclamano militanti di sinistra, rivoluzionari e perfino marxisti-leninisti rimangano indifferenti di fronte a questi fatti gravissimi, che rivelano la natura di classe sfruttatrice e repressiva dello Stato venezuelano e della sua attuale amministrazione. Non si tratta qui di repressione per motivi partitico-politici, bensì di un sistema istituzionalizzato di persecuzione antisindacale, volto a neutralizzare ogni forma di resistenza a un’agenda governativa orientata allo smantellamento dei diritti del lavoro a vantaggio dei settori imprenditoriali.

Dovrebbe, almeno, generare inquietudine nei settori della sinistra che sostengono Maduro, l’entusiastico appoggio che oggi esprimono alle politiche dell’Esecutivo organizzazioni come Fedecámaras, Conindustria e Consecomercio, proprio le stesse che parteciparono attivamente al colpo di Stato contro Hugo Chávez nell’aprile 2002. Forse quei compagni non sanno — o non vogliono vedere — che in Venezuela viene sistematicamente limitata la libertà sindacale mediante strumenti amministrativi e giudiziari come il Registro Nazionale delle Organizzazioni Sindacali (dipendente dal Ministero del Lavoro) o il Consiglio Nazionale Elettorale, che impediscono la registrazione di sindacati indipendenti e sabotano i loro processi elettorali. Nel frattempo, le potenti organizzazioni imprenditoriali operano con piena libertà e con la collaborazione delle autorità statali.

Maduro senza legittimità: autoritarismo e repressione

Il carattere autoritario e antidemocratico del governo di Maduro si è accentuato man mano che si indeboliva la sua base di sostegno sociale. Ciò è stato chiaramente dimostrato nella violenza repressiva esercitata prima e, soprattutto, dopo le elezioni presidenziali del 28 luglio 2024, non solo contro politici e giornalisti, ma anche contro lavoratori, studenti e abitanti dei quartieri popolari che hanno protestato spontaneamente per la mancanza di trasparenza e coerenza nei risultati elettorali.

Non neghiamo che, nelle ore successive all’annuncio della presunta rielezione di Maduro, si siano verificati episodi isolati di violenza estrema. Tuttavia, la risposta degli organi di polizia e dei gruppi para-polizieschi è stata sproporzionata e criminale, con un bilancio di oltre venti persone uccise. Lo stesso governo ha ammesso l’arresto di oltre duemila cittadini, in maggioranza giovani, inclusi minori che non stavano nemmeno partecipando alle manifestazioni e sono stati accusati di terrorismo.

L’escalation repressiva non si è conclusa nei giorni successivi alle elezioni. Gli arresti irregolari, con sparizioni forzate, isolamento, negazione del diritto alla difesa e trattamenti crudeli, continuano ancora oggi. Tutto questo apparato repressivo e di persecuzione politica ha come obiettivo quello di annientare ogni forma di resistenza e denuncia contro l’illegalità e l’illegittimità del giuramento e della presa di poteri di Nicolás Maduro come presunto presidente rieletto.

Dal nostro punto di vista, la rielezione di Nicolás Maduro è priva di legalità, dal momento che il processo elettorale presidenziale non si è concluso correttamente. Il Consiglio Nazionale Elettorale (CNE) non ha rispettato le procedure stabilite dalla legge: non ha pubblicato i risultati ufficiali nella Gazzetta Elettorale né ha presentato i dati disaggregati per seggio elettorale che dimostrassero con chiarezza la vittoria di Maduro. Inoltre, il Tribunale Supremo di Giustizia, controllato dal PSUV, ha usurpato le funzioni del CNE per ostacolare l’accertamento della verità elettorale.

Recentemente, la cupola del PSUV ha annunciato una riforma costituzionale. Anche se nessuno sa con certezza quali saranno le modifiche, non è difficile dedurre che si tratterà di misure volte a legalizzare l’esercizio autoritario del potere, senza controllo sociale e a favore del capitale.

Precisazioni necessarie sulla politica del PCV

Riguardo ai riferimenti che il dott. Steve Ellner ha fatto a proposito del PCV nell’ambito di questa polemica, riteniamo necessario chiarire alcuni punti. Nella sua prima risposta a Gabriel Hetland, Ellner definisce “sconveniente” il fatto che il governo abbia riconosciuto una “fazione dissidente del PCV” invece del partito legittimo. Tale affermazione rivela una mancanza di conoscenza dei fatti.

Dopo la rottura formale del PCV con il governo, la cupola del PSUV — guidata pubblicamente da Diosdado Cabello — ha lanciato una campagna di attacchi sistematici contro la direzione legittima del Partito, utilizzando spazi mediatici pubblici senza concedere diritto di replica. Parallelamente, il PSUV ha promosso l’intervento giudiziario del PCV, sostenendo persone estranee alla militanza comunista (alcune con un passato nel Partito), che il Tribunale Supremo di Giustizia ha imposto come una “giunta ad hoc”, la quale attualmente usurpa le sigle, i simboli e la lista elettorale dell’emblematico Gallo Rosso.

Ellner presenta le contraddizioni tra il PCV e il PSUV come “secondarie”, ma gli elementi esposti in questo articolo chiariscono bene la natura e l’orientamento di classe della cupola del PSUV. L’obiettivo dell’attacco giudiziario al PCV non è stato altro che neutralizzare la crescita di un’alternativa popolare e rivoluzionaria che denunciasse e contrastasse la deriva neoliberista, autoritaria e antipopolare del suo governo.

A seguito di questo intervento giudiziario, ci è stato impedito di partecipare legalmente ai processi elettorali e la nostra attività politica è stata criminalizzata. Nonostante ciò, continuiamo a organizzare la lotta per l’unità delle forze sociali, politiche, democratiche e rivoluzionarie, contro il governo borghese di Maduro e anche contro l’opposizione borghese guidata da María Corina Machado, rappresentante dell’interventismo imperialista.

D’altro canto, Ellner critica il PCV per aver appoggiato il politico socialdemocratico Enrique Márquez alle elezioni presidenziali del 28 luglio. Vale la pena ricordare che Márquez si trova in stato di sparizione forzata dal gennaio di quest’anno, dopo essere stato arrestato arbitrariamente. Fino ad oggi, né i suoi avvocati né i suoi familiari hanno potuto avere contatti con lui, non si conosce alcuna imputazione formale a suo carico né è stata confermata la sua presentazione davanti ai tribunali, il che rappresenta una grave violazione dei suoi diritti fondamentali.

È quantomeno preoccupante che il professor Ellner mantenga un assoluto silenzio di fronte al sequestro di Enrique Márquez, e che, pur insistendo costantemente sulla necessità di “contestualizzare”, ometta deliberatamente il dibattito politico e programmatico che ha condotto il PCV e altri settori della sinistra a sostenere la sua candidatura presidenziale.

Il sostegno a tale candidatura è stato il risultato di un intenso dibattito nella Conferenza Nazionale del PCV, che ha deciso di costruire un’alleanza politico-elettorale oltre i confini della sinistra, proponendo un programma di lotta per il ripristino dei diritti lavorativi, sociali e politici del popolo, e presentando un’alternativa sia al governo sia all’opposizione pro-imperialista.

La censura mediatica imposta — attraverso il controllo governativo totale dei mezzi di comunicazione pubblici e privati — ha impedito a molti di sapere che il PCV, privo della sua lista elettorale a causa dell’attacco giudiziario sopra descritto, aveva cercato di candidare in precedenza, insieme ad altre organizzazioni di sinistra, il giornalista Manuel Isidro Molina. Tale candidatura è stata impedita dal CNE. Abbiamo anche tentato di registrare un’organizzazione elettorale per poter partecipare al processo, ma anche ciò è stato negato dallo stesso ente, completamente assoggettato al PSUV.

In questo contesto, si è scelto di appoggiare una candidatura già registrata, che si ponesse in autonomia rispetto ai due poli dominanti — Nicolás Maduro e María Corina Machado — e che fosse disposta ad assumere un impegno programmatico chiaro in difesa dei diritti dei lavoratori e delle libertà democratiche.

Márquez si è espresso contro le ingerenze delle potenze straniere, inclusi gli Stati Uniti, e ha denunciato la perdita della sovranità petrolifera venezuelana a favore di Chevron. La sua candidatura ha riunito organizzazioni e personalità della sinistra venezuelana, inclusi militanti chavisti (non maduristi). Naturalmente, tutto ciò è stato occultato dai media sotto controllo governativo. È abbastanza indicativo, del resto, che Márquez si trovi attualmente detenuto, mentre Juan Guaidó non sia mai stato arrestato né processato, ed abbia potuto lasciare il paese senza problemi, oppure che María Corina Machado, pur accusata di tradimento della patria, non sia mai stata sottoposta a procedimento giudiziario.

Nel corso di questa polemica, si è giustamente insistito sulla necessità di superare le letture manichee, e noi non faremo eccezione. Attualmente, il PSUV conduce una costosa campagna propagandistica, tanto a livello nazionale quanto internazionale, con lo scopo di convincere le forze popolari e rivoluzionarie che la lotta anti-imperialista possa essere disgiunta dalla lotta contro il capitalismo. Chi insiste nel dare priorità alla denuncia dell’“impero”, trascurando la critica alla catastrofica condizione della classe lavoratrice venezuelana, finisce, consapevolmente o meno, per alimentare tale offensiva apertamente reazionaria.

Nonostante l’illegalizzazione e le persecuzioni imposte dalla tirannia, il PCV continua a lottare per i diritti del popolo lavoratore e lavora attivamente per l’unità di tutte le forze sociali e politiche genuinamente democratiche, impegnate nella difesa della Costituzione, contro la deriva autoritaria del governo e contro le minacce d’intervento da parte dell’imperialismo statunitense.

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