Il rapporto della relatrice delle Nazioni Unite Francesca Albanese, mentre siamo nel bel mezzo dell’ulteriore inasprimento delle pratiche genocide da parte di Israele sul popolo palestinese, è in pochissimo tempo divenuto una fonte fondamentale per chi vuole comprendere le responsabilità che i capitali di tutto il mondo hanno nello sterminio di Gaza. E, sebbene l’autrice, vittima di inedite sanzioni a carico personale da parte degli Stati Uniti, abbia ricevuto sostegno e solidarietà da ambienti anche della sinistra parlamentare e dalla stessa Unione Europea, non ha lesinato pesanti critiche alla stessa UE. In effetti, con un post pubblicato sui suoi canali social, la relatrice speciale dell’ONU per i Territori palestinesi occupati ha lanciato un durissimo attacco contro l’Unione Europea, accusata senza mezzi termini di essere complice del genocidio israeliano a Gaza: «L’UE, che si era già disonorata firmando anni fa l’accordo di associazione con l’Israele dell’apartheid, ora si rifiuta di sospenderlo. Questo è l’elemento finale che dimostra come l’Unione stia sostenendo consapevolmente il genocidio in corso».
In questo articolo vogliamo fare una sintesi dei punti più importanti del rapporto di Francesca Albanese, che rivela nei dettagli l’implicazione delle aziende private e del capitalismo in generale nel genocidio palestinese. Ciò che si evince dalle pagine è che, senza l’appoggio di queste aziende, i crimini dei sionisti non sarebbero stati possibili. In altre parole, si potrebbe dire che la funzionaria italiana ha comprovato, da una posizione “istituzionale” e riferendosi almeno all’ambito della complicità con Israele, quello che sostengono da anni i Partiti Comunisti aderenti all’Azione Comunista Europea: ovvero che l’UE è un’alleanza imperialista reazionaria, nemica dei popoli e fondata con il solo scopo di favorire i profitti dei grandi monopoli.
Un business per i produttori di armi
Francesca Albanese ha sviluppato un database di 1000 entità aziendali a partire da oltre 200 segnalazioni ricevute, un numero senza precedenti, in seguito alla sua richiesta di contributi durante la preparazione di questa indagine. Ciò ha contribuito alla mappatura del modo in cui le multinazionali di tutto il mondo sono coinvolte in violazioni dei diritti umani e crimini internazionali nei territori palestinesi occupati.
In Palestina, si legge nel rapporto, «storicamente, le aziende hanno guidato e reso possibile il processo di sfollamento e sostituzione della popolazione araba, fondamentale per la logica di cancellazione coloniale. Il Fondo Nazionale Ebraico, un’entità aziendale fondata nel 1901 per l’acquisto di terreni, ha contribuito a pianificare e attuare la graduale rimozione dei palestinesi arabi, che si è intensificata con la Nakba e da allora è continuata. Le entità aziendali hanno svolto un ruolo chiave nel soffocare l’economia palestinese, sostenendo l’espansione israeliana nei territori occupati e facilitando la sostituzione dei palestinesi. Banche, società di gestione patrimoniale, fondi pensione e assicuratori hanno convogliato finanziamenti verso l’occupazione illegale».
La ricerca tratta di diversissimi settori produttivi che hanno avuto una rilevante influenza politica nel favorire il genocidio palestinese. Ma, naturalmente, un posto speciale è dedicato alle aziende delle armi. Il complesso militare-industriale «è diventato la spina dorsale economica dello Stato ebraico. Tra il 2020 e il 2024, Israele è stato l’ottavo esportatore di armi al mondo. Le due più importanti aziende israeliane produttrici di armi – Elbit Systems, fondata come partnership pubblico-privata e successivamente privatizzata, e la statale Israel Aerospace Industries (IAI) – sono tra i primi 50 produttori di armi a livello globale. Israele beneficia del più grande programma di approvvigionamento della difesa mai realizzato, quello per il jet da combattimento F-35, guidato dalla statunitense Lockheed Martin, insieme ad almeno altre 1600 aziende, tra cui il produttore italiano Leonardo S.p.A. Per aziende israeliane come Elbit e IAI, il genocidio in corso è stato un’impresa redditizia. L’aumento del 65% della spesa militare di Israele dal 2023 al 2024 – pari a 46,5 miliardi di dollari, una delle più alte pro capite al mondo – ha generato un forte aumento dei loro profitti annuali».
Gli interessi dei big della tecnologia
Quello che emerge è anche che la repressione dei palestinesi è diventata un affare e un terreno di collaudo senza precedenti pure per le aziende della tecnologia, perché la repressione stessa si è progressivamente automatizzata. Le aziende tecnologiche forniscono infrastrutture a duplice uso per integrare la raccolta di dati di massa e la sorveglianza, traendo profitto dal terreno di prova unico per la tecnologia militare offerto dal territorio palestinese occupato, alimentate dai giganti tecnologici statunitensi che hanno stabilito filiali e centri di ricerca e sviluppo in Israele. Dal 2019, IBM Israele gestisce e aggiorna la banca dati centrale dell’Autorità per la popolazione, l’immigrazione e le frontiere consentendo la raccolta, l’archiviazione e l’uso governativo dei dati biometrici sui palestinesi e sostenendo il regime discriminatorio dei permessi di Israele. Microsoft, invece, è attiva in Israele dal 1991, dove ha sviluppato il suo più grande centro al di fuori degli Stati Uniti. Le sue tecnologie sono integrate nel servizio penitenziario, nella polizia, nelle università e nelle scuole, comprese le colonie.
Microsoft, Alphabet (a cui fa capo Google) e Amazon, invece, «concedono a Israele un accesso praticamente a livello governativo alle loro tecnologie cloud e di intelligenza artificiale, migliorando le capacità di elaborazione dei dati, di processo decisionale e di sorveglianza/analisi. Nell’ottobre 2023, quando il cloud militare interno di Israele è andato in sovraccarico, Microsoft Azure e il consorzio Project Nimbus sono intervenuti con infrastrutture cloud e di intelligenza artificiale fondamentali. Palantir Technology Inc., la cui collaborazione tecnologica con Israele risale a molto prima dell’ottobre 2023, ha addirittura ampliato il suo sostegno all’esercito israeliano dopo l’ottobre 2023». Ci sono motivi ragionevoli, in effetti, per ritenere che Palantir abbia fornito una tecnologia di polizia predittiva automatica, un’infrastruttura di difesa fondamentale per la costruzione e l’implementazione rapida e su larga scala di software militare, oltre che la sua piattaforma di intelligenza artificiale, che consente l’integrazione in tempo reale dei dati del campo di battaglia per un processo decisionale automatizzato.

Il progetto di pulizia etnica elaborato dal sionismo va di pari passo anche con gli interessi dei produttori di tecnologie civili, che sono state a lungo utilizzate come strumenti a duplice uso nell’occupazione coloniale. Le operazioni militari israeliane fanno infatti «ampio ricorso alle attrezzature dei principali produttori mondiali per cacciare i palestinesi dalla loro terra, demolendo case, edifici pubblici, terreni agricoli, strade e altre infrastrutture vitali. Dall’ottobre 2023, questi macchinari sono stati fondamentali per danneggiare e distruggere il 70% delle strutture e l’81% dei terreni coltivabili a Gaza. Per decenni, Caterpillar Inc. ha fornito a Israele attrezzature utilizzate per demolire case e infrastrutture palestinesi, sia attraverso il programma statunitense di finanziamento militare estero sia attraverso una licenza esclusiva richiesta dalla legge israeliana all’esercito. La coreana HD Hyundai e la sua controllata parziale Doosan, insieme alla svedese Volvo Group e ad altri importanti produttori di macchinari pesanti, sono da tempo collegate alla distruzione di proprietà palestinesi, fornendo ciascuna attrezzature attraverso rivenditori israeliani con licenza esclusiva».
Si noti che queste aziende hanno continuato a rifornire il mercato israeliano nonostante le numerose prove dell’uso criminale di questi macchinari da parte di Israele e le ripetute richieste da parte dei gruppi per i diritti umani di interrompere i rapporti. Uno dei motivi per questa ostinazione al voler fare affari con Tel Aviv è, come abbiamo accennato, la particolarità del contesto dell’occupazione israeliana che permette di testare particolari “prodotti” ad alta tecnologia sul campo e garantirsi delle commesse per lungo tempo per la loro produzione.
Le imprese per l’edilizia pesante, le rendite finanziarie e immobiliari e la spinta all’espansione
Negli anni, Israele ha costruito più di 371 colonie e avamposti illegali, alimentati e commercializzati da aziende che facilitano la sostituzione della popolazione indigena nei territori palestinesi occupati da parte di Israele. Nel 2024, questa situazione si è intensificata dopo che l’amministrazione delle colonie è passata dal governo militare a quello civile e il budget del Ministero dell’Edilizia e dell’Abitazione è raddoppiato, includendo 200 milioni di dollari per la costruzione di colonie. Da novembre 2023 a ottobre 2024, Israele ha istituito 57 nuove colonie e avamposti, con aziende israeliane e internazionali che hanno fornito macchinari, materie prime e supporto logistico. Gli escavatori e le attrezzature pesanti Caterpillar, HD Hyundai e Volvo, riporta la ricerca di Francesca Albanese, «sono stati utilizzati nella costruzione di colonie illegali per almeno dieci anni. La tedesca Heidelberg Materials AG, attraverso la sua controllata Hanson Israel, ha contribuito al saccheggio di milioni di tonnellate di roccia dolomitica dalla cava di Nahal Raba su terreni confiscati ai villaggi palestinesi in Cisgiordania. Nel 2018, Hanson Israel si è aggiudicata una gara d’appalto pubblica per la fornitura di materiali provenienti da quella cava per la costruzione di colonie e da allora ha quasi esaurito la cava, sollecitando continue richieste di espansione».
L’espansione degli insediamenti israeliani è un affare al quale la imprese delle attrezzature pesanti dell’edilizia puntano anche per via dello sviluppo di strade e infrastrutture di trasporto pubblico fondamentali per la creazione e l’espansione delle colonie e per collegarle a Israele, che contribuiscono a escludere e segregare i palestinesi. Secondo la Albanese, la spagnola/basca Construcciones Auxiliar de Ferrocarriles «si è unita a un consorzio con una società elencata nella banca dati delle Nazioni Unite per mantenere ed espandere la “Linea Rossa” della metropolitana leggera di Gerusalemme e costruire la nuova “Linea Verde”, in un momento in cui altre società si erano ritirate a causa delle pressioni internazionali. Queste linee comprendono 27 chilometri di nuovi binari e 53 nuove stazioni in Cisgiordania, che collegano le colonie con Gerusalemme Ovest. Sono stati utilizzati escavatori e macchinari Doosan e Volvo, mentre la filiale di Heidelberg ha fornito i materiali per un ponte della metropolitana leggera».
Per quanto riguarda le società immobiliari, il modello di business è molto simile: esse vendono proprietà nelle colonie ad acquirenti israeliani e internazionali. Il gruppo immobiliare globale Keller Williams Realty LLC, attraverso il suo licenziatario israeliano KW Israel, ha avuto filiali con sede nelle colonie e nel marzo 2024, tramite un altro franchisee, Home in Israel, ha organizzato un roadshow immobiliare negli Stati Uniti e in Canada, co-sponsorizzato da diverse società che sviluppano e commercializzano migliaia di appartamenti nelle colonie.
Gli affari immobiliari e la rendita immobiliare di molte corporation sono legati a doppio filo all’espansione israeliana. Booking Holdings Inc. e Airbnb, Inc. affittano proprietà e camere d’albergo nelle colonie israeliane. Booking.com «ha più che raddoppiato i suoi annunci – da 26 nel 2018 a 70 entro il maggio 2023 – e ha triplicato i suoi annunci a Gerusalemme Est, portandoli a 39 nell’anno successivo all’ottobre 2023». Anche Airbnb ha amplificato il suo profitto coloniale, passando da 139 annunci nel 2016 a 350 nel 2025, raccogliendo fino al 23% di commissioni. Anche i fondi sovrani e i fondi pensione sono finanziatori importanti. Il più grande fondo sovrano del mondo, il Fondo Pensione Governativo Norvegese Globale (GPFG), sostiene di avere le “linee guida etiche più complete del mondo” ma, dopo l’ottobre 2023, ha aumentato i suoi investimenti in aziende israeliane del 32%, raggiungendo 1,9 miliardi di dollari. Alla fine del 2024, il GPFG aveva 121,5 miliardi di dollari – il 6,9% del suo valore totale – investiti solo nelle società citate in questo rapporto.
Le multinazionali delle commodity e il blocco di Gaza
Per i capitali che investono in risorse naturali e commodity (in sostanza, le materie prime) è stato documentato dal rapporto una complicità politica nel genocidio che va oltre lo stesso interesse a estrarre profitto dai territori occupati. Innanzitutto, è noto che Israele costringe i palestinesi ad acquistare l’acqua proveniente da due grandi falde acquifere nel loro stesso territorio, a prezzi gonfiati e con forniture intermittenti, e la compagnia idrica nazionale israeliana Mekorot detiene il monopolio dell’acqua nei territori palestinesi occupati. Per almeno i primi sei mesi dopo l’ottobre 2023, Mekorot ha gestito le sue condutture di Gaza al 22% della capacità, lasciando aree come la città di Gaza senza acqua per il 95% del tempo, contribuendo attivamente alla trasformazione dell’acqua in uno strumento di genocidio. La statunitense Chevron Corporation, che fornisce più del 70% del consumo interno di gas naturale israeliano in consorzio con l’israeliana NewMedEnergy, (una sussidiaria del gruppo Delek), estrae invece gas naturale dai giacimenti Leviathan e Tamar, pagando al governo israeliano 453 milioni di dollari in royalties e tasse nel 2023. Chevron trae profitto anche dalla sua proprietà parziale del gasdotto East Mediterranean Gas (EMG), che passa illegalmente attraverso il territorio marittimo palestinese, e dalle vendite di gas all’esportazione verso Egitto e Giordania. Il blocco navale di Gaza, fa notare Francesca Albanese, è collegato alla messa in sicurezza da parte di Israele della fornitura di gas dal giacimento di Tamar e del gasdotto EMG.
L’espropriazione di terre da parte dell’industria agricola
L’agrobusiness è un altro settore che ha prosperato grazie all’estrattivismo e all’accaparramento delle terre guidato da Israele – producendo beni e tecnologie che servono agli interessi coloniali israeliani, espandendo il dominio del mercato e attirando investimenti globali – mentre distrugge le fonti di approvvigionamento alimentari palestinesi e accelera lo sfollamento.
Tnuva, il più grande conglomerato alimentare israeliano, ora di proprietà della cinese Bright Dairy & Food Co. Ltd (a smentire anche l’illusione di un ruolo positivo che la Cina giocherebbe nei confronti dei palestinesi), «ha alimentato e beneficiato dall’espropriazione delle terre. Il presidente di Tnuva ha riconosciuto che “l’agricoltura… in generale e l’allevamento di bestiame da latte in particolare sono una risorsa strategica e un pilastro significativo nell’impresa di insediamento”». Le aziende come Tnuva «contribuiscono a rifornirsi di prodotti da queste colonie, per poi sfruttare il mercato palestinese vincolato che ne deriva per costruire una posizione dominante sul mercato». La Netafim, leader mondiale nella tecnologia di irrigazione a goccia, ora posseduta all’80% dalla messicana Orbia Advance Corporation, ha direttamente progettato la sua agrotecnologia di concerto con gli imperativi di espansione di Israele. Come per le aziende descritte negli altri paragrafi, anche quelle alimentari beneficiano dello stato “di eccezione” del colonialismo israeliano, che permette di avere una fornitura economica di terre e risorse e un mercato da sfruttare in direzione monopolistica.
Come conseguenza di tutto questo, i prodotti israeliani, compresi quelli provenienti dalle colonie, invadono i mercati globali attraverso i principali rivenditori, spesso senza alcun controllo. Per schivare le crescenti reazioni, le aziende mascherano l’origine attraverso etichette ingannevoli, codici a barre e mescolanza della catena di approvvigionamento, rendendo di fatto «l’occupazione pronta per gli scaffali», conclude la relatrice.
Conclusioni
Quello che si deduce dalle scoperte e dai dettagli rivelati dal rapporto di Francesca Albanese non richiama una semplice “partecipazione” del capitale privato ai piani dei governi fascisti di Israele. Quello che si comprende è la capacità, da parte di determinate aziende private, locali o multinazionali, di sfruttare a loro vantaggio le peculiari condizioni del sistema di apartheid della popolazione palestinese in Israele, del suo massacro continuo e del blocco criminale che da anni viene praticato a Gaza. Questo vantaggio in termini di avanzamenti innovativi, legami istituzionali e capacità di produrre profitto rende queste aziende non soltanto complici del genocidio ma direttamente promotrici dello stesso attraverso le loro connessioni politiche. Uno dei motivi per cui la ricerca di Albanese è raramente citata nel suo contenuto – anche da chi a parole solidarizza con l’autrice – ed è frequentemente oggetto di accuse da parte di stampa e critica è proprio la “colpa” di aver mostrato quanto i meccanismi di valorizzazione del capitale e il capitalismo in generale incontrino una cornice positiva e auspicabile nel progetto genocida del sionismo.
Vogliamo chiudere con un ultimo dettaglio della relazione che, persino da molti suoi sostenitori di facciata, difficilmente viene considerato: le esortazioni che la relatrice speciale effettua alla fine del testo verso gli Stati membri delle Nazioni Unite.
La referente, infatti, invita gli Stati membri a:
- «(a) imporre sanzioni e un embargo totale sulle armi a Israele, compresi tutti gli accordi esistenti e i prodotti a doppio uso come la tecnologia e i macchinari civili pesanti»;
- «(b) sospendere/impedire tutti gli accordi commerciali e le relazioni di investimento e imporre sanzioni, compreso il congelamento dei beni, a entità e individui coinvolti in attività che possono mettere in pericolo i palestinesi»;
- «(c) imporre la responsabilità, assicurando che le entità aziendali affrontino le conseguenze legali per il loro coinvolgimento in gravi violazioni del diritto internazionale».
In aggiunta, esorta le entità aziendali a:
- «(a) cessare prontamente tutte le attività commerciali e terminare le relazioni direttamente collegate, che contribuiscono e causano le violazioni dei diritti umani e i crimini internazionali contro il popolo palestinese, in conformità con le responsabilità aziendali internazionali e con il diritto di autodeterminazione»;
- «(b) pagare riparazioni al popolo palestinese, anche sotto forma di una tassa sulla ricchezza dell’apartheid sul modello del Sudafrica post-apartheid».
Si tratta di proposte che rimangono irricevibili a tutte le personalità e le istituzioni che fino a qualche settimana fa faticavano persino a pronunciare il termine “genocidio” e che mettono in imbarazzo tutta una rete di interessi padronali che non vuole rinunciare alla sua connessione con lo Tel Aviv. Anche per questo, occorre che siano pratiche come le mobilitazioni popolari e gli scioperi politici a costringere i governi a mettere in pratica misure simili, che altrimenti rimarrebbero censurate persino da parte di organizzazioni che apparentemente stanno ora da parte dei palestinesi.








