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Home›VPI - Articoli›Uomini forti, salari deboli

Uomini forti, salari deboli

Di Redazione
14/09/2025
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Di Josef Brant, da RiktpunKt, organo del Partito Comunista di Svezia (SKP)
9 settembre 2025
Link originale

 

Si parla molto di nuove leghe mondiali e di grandi leader che si stringono la mano davanti alle telecamere in Cina. Ma ciò che è decisivo non avviene sul palcoscenico, bensì fuori dall’inquadratura: per le strade, nelle fabbriche e nei bilanci. L’Indonesia è un esempio da manuale. Lì è esplosa la rabbia quando il governo ha voluto concedere ai deputati bonus mensili che superavano di gran lunga lo stipendio di un lavoratore comune. Non era “la scintilla” in sé a contare, ma la polveriera sottostante: disoccupazione di massa tra i giovani, carovita, tagli alla spesa sociale e una leadership statale che chiede sacrifici dal basso mentre la cima si mette da parte sempre di più.

Il presidente Prabowo – miliardario, generale e erede del vecchio ordine di Suharto – risponde come fa sempre la destra: tagli all’istruzione, sanità e sussidi, ma espansione di esercito e polizia. Cento nuovi battaglioni qui, più soldi per le forze dell’ordine là. È la classica priorità: meno pane, più manganelli. Quando la polizia, durante le manifestazioni, ha investito un giovane motociclista, anche la pazienza è finita. La richiesta non riguardava solo l’abolizione dei bonus, ma anche la responsabilità dei vertici della polizia. Il governo ha parzialmente fatto marcia indietro – i bonus sono stati ritirati, alcuni servizi di lusso per i politici sono stati eliminati, alcuni seggi sono stati promessi – ma nello stesso tempo i “rivoltosi” sono stati minacciati con etichette di terrorismo, i social media temporaneamente bloccati e la polizia incaricata di “massima durezza”. Carota per l’élite, bastone per i lavoratori: così appare concretamente l’“ordine”.

Il contesto è costituito da una lunga serie di decisioni che comprimono i salariati. Aumenti delle tasse sulle piccole proprietà e tasse universitarie che chiudono le porte ai figli dei lavoratori. A questo si aggiunga che l’industria export è stata colpita da nuove barriere doganali dagli USA – in particolare il settore tessile, dove centinaia di migliaia di persone vivono con salari bassi. Le conseguenze sono fallimenti, una valuta in calo e una pressione ancora maggiore sulle finanze delle famiglie. Per il capitale, è un compromesso eccellente: lo Stato mantiene basse le spese per il welfare, aumenta i costi per la gente comune e difende la posizione dei proprietari con elmetti e scudi.

Chi pensa che la “soluzione” risieda in nuovi blocchi e grandi vertici può guardare verso l’India. Lì siede un altro uomo forte con lo stesso manuale: nazionalismo dall’alto, privatizzazioni e legami stretti con gli oligarchi locali. Quando gli USA chiedono all’India di ridurre gli acquisti di materie prime russe a basso costo, non si tratta di un test morale, ma di uno strumento di pressione che rischia di colpire direttamente centinaia di milioni di agricoltori e lavoratori la cui sussistenza dipende dai prezzi dell’energia. E allo stesso tempo continuano le collaborazioni militari con gli USA come se nulla fosse successo. È qui che le cortine fumogene si diradano: le pose “multipolari” vengono usate per fare leva nelle trattative, ma il contenuto di classe rimane lo stesso. L’élite negozia condizioni su investimenti e dazi; la classe operaia deve negoziare affitti e porzioni di riso.

In breve: ciò che vediamo a Giacarta e a Delhi non sono due progetti diversi, ma lo stesso modello in due colori. Lo Stato viene usato per garantire la redditività del capitale, frenare le rivendicazioni dei lavoratori e dividerci secondo religione e nazione. Le proteste in Indonesia mostrano tuttavia che qualcosa sta per incrinarsi. Quando giovani e salariati poveri si uniscono e volgono lo sguardo verso l’alto – verso i bonus, le ville e gli stipendi dei ministri – la sicurezza del potere vacilla. Per questo motivo si combina anche una strategia di piccole concessioni e repressione più dura: il potere spera di soffocare il movimento senza toccare il cuore della proprietà.

Cosa significa questo per noi? Primo: non crediamo alla storia secondo cui i “leader forti” garantiranno il welfare se avranno carta bianca. La carta bianca serve sempre allo stesso scopo: togliere di più a chi lavora e dare di più a chi possiede, e schiacciare ogni resistenza collettiva. Secondo: non crediamo alla storia secondo cui tutto si risolverà cambiando bandiera di fronte agli stessi tagli salariali, tagli alla scuola e privatizzazioni. Né la pressione occidentale né le posizioni orientali riempiono il paniere alimentare. Solo il potere di classe organizzato può farlo.

In terzo luogo: la nostra solidarietà deve essere materiale. I lavoratori tessili indonesiani non hanno bisogno di tweet di simpatia, ma di coordinamento sindacale, di blocchi contro l’esportazione di armi e strumenti di sorveglianza usati contro di loro, e di sostegno quando scioperi e proteste vengono repressi dalla polizia. Lo stesso vale per i lavoratori agricoli e industriali indiani, che rischiano di essere schiacciati tra guerre tariffarie e deregolamentazioni: hanno bisogno di contatti internazionali, non di discorsi solenni.

E infine: l’ordine in cui viviamo, che venga chiamato “riforma favorevole al mercato”, “rinascita nazionale” o “responsabilità dei conti pubblici”, è in fondo una macchina di redistribuzione – dal lavoro al capitale, dall’ostetrica (un esempio dalla sanità; ndt) alla voce di bilancio “sicurezza”, dalle scuole della gente ai benefici dell’élite. Quando la macchina si inceppa, come in Indonesia, emergono due vie: maggiore coercizione dall’alto o maggiore organizzazione dal basso. Il nostro compito è scegliere la seconda, ogni giorno, anche qui. Ciò significa difendere i salari reali contro i tagli “temporanei”, la sanità contro i “risparmi una tantum”, la scuola contro le “ottimizzazioni” – e collegare queste lotte alla rivendicazione che anche chi possiede deve pagare.

È questo che rende il fine settimana di proteste in Indonesia una lezione per l’autunno: quando la gente viene chiamata “la più stupida del mondo” da chi vive del loro lavoro, è un segnale che qualcosa sta per cambiare. Chi sta lassù ci disprezza proprio perché ci teme. Rendiamo giustificata questa loro paura. Non affidandoci al prossimo uomo forte, ma riponendo fiducia gli uni negli altri – classe contro classe, non popolo contro popolo.

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