Da O Futuro, organo del Partito Comunista Brasiliano Rivoluzionario (PCBR)
5 settembre 2025
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L’offensiva di Trump contro il Brasile svela una guerra commerciale ormai aperta, nella quale il governo Lula si trova a fare i conti con la propria subordinazione agli Stati Uniti, mentre la sovranità sulle risorse critiche viene messa a rischio.
Mentre il presidente Lula intona discorsi sulla “sovranità nazionale”, le risorse strategiche del Brasile vengono silenziosamente messe all’asta nei tavoli di negoziazione internazionali.
Dal 6 agosto è in vigore l’aumento dei dazi con un’aliquota del 50% per i prodotti brasiliani, con l’eccezione di oltre settecento voci nel testo finale, come aeromobili, succo d’arancia, noci, legname e molte altre merci che fanno parte delle esportazioni brasiliane verso gli Stati Uniti.
La recente offensiva doganale del governo Trump contro il Brasile, con l’obiettivo di colpire magistrati del STF (Tribunale supremo federale, ndt), proteggere gli alleati politici dell’estrema destra e lanciare segnali alla propria base di sostegno, sotto il pretesto di una risposta a presunte pratiche economiche sleali del Brasile, si rivela in realtà un’ulteriore iniziativa nella corsa dell’imperialismo statunitense ai minerali critici, volta a spezzare il dominio cinese nel settore.
Consolidatasi come la maggiore importatrice di minerali come cobalto e rame, utilizzati massicciamente nella cosiddetta transizione energetica e nelle tecnologie di punta, la Repubblica Popolare Cinese ha costruito nell’ultima decade il proprio predominio su un altro elemento chiave della produzione: le terre rare.
Le cosiddette terre rare, gruppo di 17 elementi chimici metallici, non vengono chiamate così per la loro effettiva rarità geologica, quanto piuttosto all’estrema complessità della loro estrazione, dovuta al fatto che non si trovano in forma concentrata, cioè mineralizzata, il che rende necessario un laborioso processo di separazione.
Responsabile di circa il 70% della produzione globale di questi elementi, la Cina ne detiene di fatto anche il monopolio nella raffinazione. Ciò si deve in gran parte al fatto che il paese opera attraverso una integrazione verticale del processo, in cui le imprese statali controllano dall’estrazione fino alla trasformazione in prodotti semilavorati e componenti tecnologici finali.
In questo contesto, l’utilità strategica delle terre rare non risiede nel loro stato grezzo. Estratti in piccole quantità e raramente trovati nella loro forma pura, questi elementi sono inizialmente inerti. Il loro reale valore – e il cuore stesso della contesa geopolitica – viene sprigionato solo quando vengono processati e integrati in leghe metalliche di alta precisione. Il Neodimio, ad esempio, quando legato a Ferro e Boro, forma la potente lega NdFeB, da cui si ricavano i magneti permanenti utilizzati nelle testine di lettura dei dischi rigidi (HD) e nei generatori delle turbine eoliche.
Con le redini della produzione fuori portata, Stati Uniti e Unione Europea vedono la propria dipendenza come una minaccia strategica. È così che, nel pieno della guerra commerciale con il paese asiatico, i dazi imposti dal governo Trump hanno prodotto un effetto negativo nel cuore stesso dell’impero, essendo stati seguiti dalla sospensione delle esportazioni di terre rare da parte della Cina.
In mezzo alle dispute interimperialiste per le risorse, dunque, i maxi–dazi e la crisi diplomatica innescata dal governo Trump costituiscono un nuovo fronte di contesa economica, che si somma al tentativo plateale di ingerenza attraverso l’amnistia del principale artefice politico dell’estrema destra in Brasile.
Di fronte a questo scenario, il Brasile si trova a un bivio al quale difficilmente il social-liberalismo saprà dare una risposta all’altezza: essere un mero esportatore di materie prime minerarie in un gioco geopolitico deciso altrove oppure, finalmente, attivare i meccanismi della sovranità e sviluppare una catena produttiva nazionale ad alto valore aggiunto. L’atteggiamento del governo Lula, finora, appare incerto e contraddittorio. Se da un lato il discorso presidenziale richiama la difesa dell’autodeterminazione dei popoli, dall’altro la dipendenza economica e la pressione diplomatica impongono concessioni che, ancora una volta, alienano il potenziale strategico del paese.
La dipendenza e la sudditanza si riflettono chiaramente nelle recenti dichiarazioni del Ministro delle Finanze, Fernando Haddad, che ha proposto di «[…] stringere accordi di cooperazione [con gli USA] per produrre batterie più efficienti, nel campo tecnologico», lasciando intendere che le terre rare possano essere usate come moneta di scambio per convincere Washington a ritirare dazi ed embarghi.
Dopo decenni in balia dell’austerità, il Brasile sprofonda in un ciclo di deindustrializzazione neoliberale — uno schema che si ripete governo dopo governo — un processo che si è mantenuto anche dopo l’elezione di Lula nel 2022, in contraddizione con le sue promesse elettorali e a vantaggio soprattutto della borghesia nazionale legata all’agrobusiness e al capitale estrattivo internazionale.
Oltre all’impossibilità, per un capitalismo dipendente come quello brasiliano, di stabilire una politica sovrana sui minerali strategici, il paese si avvia ora a grandi passi verso la consolidazione di un modello basato sulla mera esportazione di materie prime senza valore aggiunto. Prova ne è stata l’approvazione della Legge sulla Devastazione (Quadro Normativo sulle Licenze Ambientali, Legge n. 14.726/2023), che ha indebolito i requisiti per le autorizzazioni ambientali, accelerato i permessi per grandi progetti — in particolare minerari e agroindustriali — e ridotto la partecipazione sociale e tecnica nelle decisioni, privilegiando gli interessi corporativi a scapito del controllo pubblico sulle risorse naturali.
Vale la pena ricordare, inoltre, che l’estrazione di queste risorse, in particolare delle terre rare, è notoriamente una delle attività a maggior impatto ambientale. Il processo comporta lo spostamento di grandi volumi di terra, l’uso intensivo di acqua e di prodotti chimici tossici – come acidi solforico e fluoridrico – per la separazione degli elementi, generando scarti spesso radioattivi e contaminando suoli e falde acquifere.
In questa congiuntura, il rischio di un intervento militare diretto, come quello vissuto dal Venezuela, può sembrare lontano, ma non è trascurabile. La presenza di truppe statunitensi nella regione, soprattutto in Colombia, e le giustificazioni già collaudate – “lotta al narcotraffico”, “promozione della democrazia” o “stabilizzazione regionale” – costituiscono un repertorio pronto all’uso qualora gli interessi economici fossero gravemente minacciati o l’instabilità politica venisse fomentata al punto da giustificare un intervento.
La sovranità, dunque, non si perde solo nei trattati di libero commercio, ma anche nell’incapacità di difendersi da operazioni di destabilizzazione e nella sottomissione a un’architettura di sicurezza emisferica guidata da Washington.
La vera prova per il governo non consiste soltanto nel rispondere a parole alla provocazione dell’imperialismo, ma nell’agire per trattenere al Brasile la ricchezza e il sapere contenuti nel suo sottosuolo. Questo richiederà molto più che retorica: richiederà rompere con l’estrattivismo coloniale, controllare il capitale straniero nel settore strategico e avere l’audacia di sfidare, nella pratica, la sudditanza agli Stati Uniti, che da secoli dettano il posto del Brasile nel mondo.








