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L’offensiva contro lo sciopero e la trappola riformista: criminalizzazione, Yolanda Díaz e l’UE contro la classe operaia

Di Redazione
09/11/2025
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L'offensiva contro lo sciopero e la trappola riformista: criminalizzazione, Yolanda Díaz e l'UE contro la classe operaia

Da Nuevo Rumbo, organo del Partito Comunista dei Lavoratori di Spagna (PCTE)
30 ottobre 2025
Link all’originale

 

Nel cuore dello Stato spagnolo si sta sviluppando una crescente offensiva contro il diritto di sciopero, un’offensiva che non è accidentale, bensì profondamente strutturale. Discorsi e leggi stanno riconfigurando la nozione di coercizione durante gli scioperi per farla passare come «delitto di terrorismo». Non si tratta di una svolta spontanea, ma di un impulso transnazionale orchestrato da lobby imprenditoriali e rafforzato dalle istanze europee. Il risultato è la criminalizzazione della solidarietà operaia come se fosse terrorismo. Nonostante ciò, e parallelamente, le riforme del Governo di coalizione, che secondo il Governo stesso sarebbero a favore della classe lavoratrice, non stanno frenando le attività di sciopero.

1. L’OIL e la criminalizzazione penale del diritto di sciopero

Già nel 2016, l’Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL) denunciò come la Spagna avesse perseguito quasi 300 lavoratori applicando l’articolo 315.3 del Codice Penale – penalizzazione di coloro che «costringono» altri ad aderire agli scioperi – con sanzioni «eccessivamente elevate» e una formulazione giuridica vaga. In alcuni casi si arrivò a chiedere pene cumulative fino a 120 anni, mentre la politica di trascinare  i conflitti davanti ai tribunali ignorava il carattere costituzionale dello sciopero e il diritto alla libertà sindacale tutelato dalle convenzioni 87, 98, 135 e 151 di tale organismo internazionale.

Queste osservazioni dell’OIL non sono un dettaglio minore: confermano che la Spagna si distingue per le sue costanti violazioni di un diritto fondamentale. Uno sciopero lasciato all’arbitrio della procura si trasforma in un campo di battaglia legale e sociale. Questa dinamica è esplicitamente legata a pressioni internazionali: lobby imprenditoriali che spingono affinché gli Stati ridefiniscano gli spazi di conflitto lavorativo come «terrorismo».

2. La trappola di Yolanda Díaz: riformismo senza rottura

Nella sua narrazione pubblica, Yolanda Díaz[1] si presenta come la prima ministra del Lavoro a difendere la classe lavoratrice, assicura di aver creato occupazione stabile e promette riforme profonde. Tuttavia, il suo modello – obiettivo centrale – è stato presentato come un patto sociale consensuale e quindi immutabile.

Molte risorse mediatiche e sindacali esaltano la riforma del lavoro approvata sotto la guida di Díaz. Si parla di un trionfo: meno precarietà, più stabilità, contratti collettivi garantiti… Tuttavia, questo racconto si basa su fondamenta fragili. Da un’analisi di classe, si constata come il presunto «recupero dei diritti» si limiti a un maquillage significativo ma reversibile. L’essenza della riforma del lavoro del 2012[2] (PP) rimane intatta: flessibilità lavorativa, precarietà strutturale e privilegi per l’impresa di settore rispetto alla classe lavoratrice. È un patto consensuale tra le cupole collaborazioniste dei due principali sindacati (UGT, CCOO[3]), la parte padronale e il Governo; nessun reale progresso a favore del proletariato.

La retorica pubblica di Díaz, inizialmente, insisteva sulla futura abrogazione integrale della riforma del PP. Tuttavia, la sua azione politica si è rivelata più simbolica che trasformativa: in seguito ha affermato che «tecnicamente non si può abrogare» una norma frammentata in molteplici leggi e decreti, il che trasforma la promessa in un’impossibilità operativa.

Il monopolio reiterato del dialogo sociale con padroni e i sindacati subordinati all’UE impedisce qualsiasi rottura reale. Di fatto, la riduzione dell’orario a 37,5 ore proposta dal Governo esiste già nella pratica in molti contratti collettivi. Perfino Antonio Garamendi (CEOE[4]) riconosce che tale riduzione è già una realtà abbastanza diffusa. Allora, cosa si sta vendendo? Una finzione riformista pensata per simulare il cambiamento mentre si garantisce la redditività privata.

Perfino di fronte ad aggressioni evidenti contro i diritti sindacali, come l’accordo della Comunità di Madrid che sospendeva la progressione professionale in caso di sciopero, la reazione di Yolanda Díaz – che lo ha denunciato alla Procura – resta ancorata alla legalità dello Stato e in nessun caso si orienta alla costruzione di meccanismi di potere operaio alternativi.

In conclusione, non vi è alcun reale progresso per le condizioni lavorative delle lavoratrici e dei lavoratori nelle azioni di Díaz e nei suoi accordi politici. La riforma del lavoro scaturita dal suo Ministero del Lavoro non ha eliminato la precarietà né ha abrogato l’eredità del PP. Al contrario, ha consolidato un modello concertativo e protetto dalle lobby padronali e dalle regole del capitale europeo. La criminalizzazione dello sciopero, l’uso penale del diritto sindacale e la regolamentazione repressiva sono sintomi di un’offensiva antiproletaria di portata europea.

3. L’Europa al servizio del capitale? Il quadro comunitario come freno alla classe operaia

Al di là dello Stato spagnolo, l’influenza dell’Unione Europea rafforza questo processo repressivo. Dai criteri macroeconomici del capitalismo europeo ai fondi vincolati a politiche «flessibili e competitive», l’UE impone un quadro che limita la possibilità di una trasformazione radicale e subordina il lavoro al capitale.

Il rifiuto di Díaz e Montero[5] di mettere in discussione tali direttive è evidente: si ricorre ad argomenti tecnici – «non possiamo intervenire, ce lo impedisce la normativa europea» – per giustificare l’impossibilità di abrogare la riforma del lavoro. La tecnocrazia impone limiti inequivocabili: se qualcuno esige giustizia per la classe operaia, riceve come risposta che la legislazione del lavoro è sottoposta a regole comunitarie che proibiscono un cambiamento reale.

Così, il riformismo di Díaz diventa una politica che camuffa la realtà senza toccare le cause profonde: un laboratorio sociale in cui si simula redistribuzione mediante il dialogo, ma senza affrontare le strutture sistemiche di sfruttamento. Il risultato è che ogni riforma rimane condizionata alla benevolenza padronale e all’eventuale veto da parte dell’UE.

4. La blindatura legale: coercizione, picchetti e penalizzazione

Parallelamente, l’applicazione dell’articolo 315.3 del Codice Penale e di altre fattispecie di reato come «ostruzione», «coazione» o persino «obbligo di adesione» (riferito agli scioperi, NdT) – da parte delle associazioni padronali e del sistema giudiziario delle comunità autonome – criminalizzano qualsiasi tentativo di esercitare il diritto di sciopero. L’OIL informa che questi articoli hanno una formulazione vaga e sono concepiti per scoraggiare il conflitto collettivo con pene sproporzionate.

In Cantabria, ad esempio, la Camera di Commercio ha recentemente richiesto l’intervento della polizia contro i picchetti informativi nel settore metalmeccanico sostenendo che si violava la «libertà degli altri cittadini» e presentando le azioni sindacali come «intimidazione» o «reati». Questa narrazione fa parte della strategia globale: equiparare lo sciopero a uno scandalo pubblico per minarne la legittimità.

5. La farsa sindacale e la necessità di contrattaccare

Di fronte all’offensiva della classe capitalista, la contraddizione fondamentale risiede in sindacati maggioritari che collaborano con il Governo, avallano riforme che non cambiano nulla e ritirano la pressione delle piazze. In tale contesto, la classe operaia si trova circondata da un’istituzionalità che simula la difesa dei suoi diritti mentre, in realtà, ne erode la capacità d’azione, rimanendo così disarmata politicamente, ideologicamente e organizzativamente.

Da una prospettiva leninista, l’uscita non risiede nella capitolazione riformista, bensì nell’organizzare una controforza indipendente. I pericoli della «sinistra istituzionalizzata» non provengono soltanto dalla destra o dai padroni, ma anche dalla moderazione e dalla paralisi interna. È fondamentale e urgente rafforzare il movimento operaio, forgiare la sua unità, aumentarne la combattività e recuperare e difendere gli strumenti di cui storicamente si è dotato, come lo sciopero, per la lotta immediata per le condizioni di vita e di lavoro.

6. Strategia leninista di resistenza e offensiva operaia

Di fronte a questo quadro politico-giuridico in cui alcuni attori fingono di stare dalla parte delle lavoratrici e dei lavoratori, proponiamo:

Organizzazione autonoma: costruire strutture operaie che agiscano al di fuori del dialogo sociale legittimato dallo Stato; assemblee, reti di sostegno legale e mezzi di comunicazione indipendenti.

Educazione politica dalla base: spiegare senza ambiguità ai lavoratori che le misure di punta del ministero di Yolanda Díaz negli ultimi anni – la riforma del lavoro e la pretesa riduzione dell’orario di lavoro – non rappresentano conquiste per la classe operaia di fronte all’avanzata del capitale, nonostante i discorsi trionfalistici del Governo e i suoi esagerati scontri con l’opposizione, ma solo un maquillage mentre si consolidano le regole comunitarie capitaliste.

Solidarietà attiva con i processati dei picchetti e scioperanti. Non basta condannare il 315.3, occorre organizzare una solidarietà reale: sostegno legale, azioni e campagne di solidarietà collegate e pressione pubblica.

Internazionalizzazione della lotta: denunciare davanti a organismi come l’OIL, la CSI[6] e le organizzazioni operaie europee il processo di criminalizzazione e l’imposizione normativa brutale, e rafforzare il movimento operaio internazionale, seguendo gli insegnamenti di Marx ed Engels sulla comunità di interessi della classe operaia mondiale e sulla necessità di una medesima lotta.

7. Che cosa ci insegna tutto questo?

Il sistema capitalista non solo reprime dall’esterno, ma corrompe dall’interno: canalizza le lamentele attraverso partiti e istituzioni che si fingono progressisti, mentre neutralizzano il potenziale rivoluzionario della classe operaia. Il caso della Spagna dimostra come una destra moderata o un governo «di sinistra» possano servire ugualmente il capitale: criminalizzando lo sciopero, consolidando riforme imprenditoriali concordate e legittimando l’egemonia neoliberale europea.

Ma il principio fondamentale leninista sta nel riconoscere che solo sconfiggendo tale illusione riformista si può ricostruire il potere operaio. Non si tratta di confidare nella possibilità di un cambiamento dall’interno delle strutture del potere borghese, bensì di generarlo dal basso e dall’esterno del sistema istituzionale. Abrogare le leggi repressive, costruire il potere dei lavoratori, superare il quadro europeo capitalista e rafforzare la lotta internazionale. Questo è il compito urgente.

 

Note

[1] Yolanda Díaz fa parte del Partito Comunista di Spagna (PCE), nonostante sia leader del “Movimiento Sumar”, parte della coalizione di governo e che sostanzialmente raccoglie il bacino elettorale ereditato da Podemos, ed è Ministra del Lavoro in Spagna dal 2020. [NdT]

[2] La riforma del lavoro spagnola del 2012 (governo Rajoy) realizzata dal Partito Popolare (PP) puntava a rendere il mercato del lavoro più flessibile: facilitò e rese meno costosi i licenziamenti, ampliò i contratti precari, ridusse il potere della contrattazione collettiva e rafforzò il potere delle imprese nell’organizzare orari e condizioni di lavoro. [NdT]

[3] Rispettivamente Unione Generale dei Lavoratori (UGT) e Commissioni Operaie (CCOO), i due principali sindacati spagnoli. Assolvono oggi a un ruolo moderato e concertativo. [NdT]

[4] La CEOE (Confederación Española de Organizaciones Empresariales) è la principale organizzazione padronale spagnola, equivalente alla Confindustria italiana. [NdT]

[5] María Jesús Montero, ministra delle Finanze e figura di primo piano del Partito Socialista Operaio Spagnolo (PSOE). [NdT]

[6] Si tratta della Confederazione Sindacale Internazionale (CSI, in inglese ITUC), una delle federazioni sindacali mondiali – l’altra è la Federazione Sindacale Mondiale (FSM, WFTU) -, a cui per l’Italia aderiscono CGIL, CISL e UIL. [NdT]

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