Sciopero generale in Italia e giornata internazionale dei portuali: dalle banchine di Genova al Pireo, oltre cento scali contro il riarmo e il traffico di armi
Alle sei di mattina i portuali di Livorno erano già ai varchi. A Genova il varco Albertazzi è stato chiuso con pneumatici e fumogeni. Nello stesso momento, dall’altra parte del Mediterraneo, il Pireo si fermava. Oggi lo sciopero generale contro carovita e riarmo si è intrecciato con la seconda giornata internazionale di lotta dei lavoratori portuali, che coinvolge 113 porti in 22 paesi.
Dalla piazza del Pireo, il segretario generale del Partito Comunista di Grecia (KKE), Dimitris Koutsoumbas, ha riassunto così il senso della giornata: «Non lavoriamo per la loro guerra! Pretendiamo porti di pace, dei popoli, non basi degli imperialisti». E ha chiuso con un appello: «Proletari di tutti i paesi, unitevi!».
In Italia: piazze piene nonostante la precettazione
Lo sciopero generale proclamato da Usb e dagli altri sindacati di base ha portato in piazza lavoratori e studenti in decine di città. In oltre sessanta piazze sono scese centinaia di migliaia di persone, e i cortei sono stati partecipati ovunque. A Roma in centomila il corteo è arrivato ai Fori Imperiali, dove i manifestanti hanno piantato le tende. A Milano e a Bologna i cortei sono entrati in tangenziale bloccando il traffico; a Bologna erano in cinquantamila. A Napoli il corteo è entrato nel porto dal varco Bausan, a Cosenza in cinquemila hanno bloccato lo svincolo dell’A2. Piazze piene anche a Torino, Firenze, Palermo, Pisa e Reggio Calabria. Il cuore della giornata sono stati i porti: a Genova i portuali hanno bloccato per due ore il varco Albertazzi e poi sono entrati in porto con un corteo di circa diecimila persone; a Livorno i presidi di Usb e del Gruppo Autonomo Portuali hanno occupato Ponte Genova, Tdt e varco Zara; a Trieste circa tremila persone, in gran parte studenti, sono partite dal Varco 4 al grido di «abbassate le armi, alzate i salari». Mobilitazioni anche a Civitavecchia, Ancona, Ravenna, Gioia Tauro, Carrara e Bari.
Il governo ha provato a svuotare la giornata con la precettazione: il ministro Salvini ha differito lo sciopero dei trasporti, appellandosi alla legge 146/90, la stessa che i lavoratori in piazza contestano perché limita il diritto di sciopero. Usb ha annunciato che non avrebbe rispettato l’ordinanza.
Il Fronte Comunista e il Fronte della Gioventù Comunista sono stati in prima linea nella promozione e nell’organizzazione della giornata. «Il carovita esorbitante che schiaccia i lavoratori non è una fatalità, ma una responsabilità precisa del governo», ha dichiarato Lorenzo Lang, segretario nazionale del FGC. Secondo Lang il governo non tocca il prezzo della benzina «perché non vuole mettere in discussione i profitti dei monopoli del settore petrolifero», mentre «per i folli piani di riarmo che spingono il nostro paese verso la guerra i soldi non mancano mai».
«La forza vista oggi in piazza non deve disperdersi», ha dichiarato Gianmarco Chilelli, segretario del Fronte Comunista. «Organizziamoci ovunque, nei posti di lavoro, nelle scuole, nelle periferie: i lavoratori e il popolo di questo paese hanno bisogno di una propria forza organizzata per cambiare il domani.»
Nel mondo: cento porti, forme diverse, una sola parola d’ordine
«I portuali non lavorano per la guerra»: la parola d’ordine è nata a Istanbul a maggio, all’incontro dei sindacati portuali del Mediterraneo e dell’Europa. Il 6 febbraio i porti in sciopero erano venti, in sette paesi. Oggi sono più di cento.

In Francia lo sciopero è stato di 24 ore in tutti i porti del paese, da Dunkerque a Marsiglia-Fos fino alla Riunione: ventiquattro scali e circa 14.000 lavoratori portuali, di cui 7.500 docker. L’ha proclamato la federazione Ports et Docks della CGT, che rappresenta quasi il 90% del settore, e il segretario generale dei docker, Tony Hautbois, ha previsto porti fermi al 95%. La piattaforma tiene insieme tre questioni: il rifiuto della militarizzazione degli impianti portuali, che secondo la CGT è spinta dalla Commissione europea, l’opposizione al bilancio del governo Lecornu, accusato di distruggere i sistemi di solidarietà, e la difesa del lavoro portuale dall’automazione. A Fos-sur-Mer centinaia di lavoratori hanno sfilato dietro lo striscione della CGT: «No alla guerra! No alla militarizzazione dei porti!».
In Grecia la giornata è stata tra le più compatte. Il Centro del Lavoro del Pireo ha proclamato uno sciopero di 24 ore con i portuali dell’ENEDEP e dell’OLP, i sindacati dei marittimi e i metalmeccanici. Le navi sono rimaste ferme in sette porti, da Rafina a Patrasso. Il corteo si è chiuso dentro il porto, con fumogeni rossi e uno striscione con la scritta «Workers do not work for war».

Markos Bekris, presidente del Centro del Lavoro del Pireo e dell’ENEDEP, ha spiegato dal palco che lo slogan va oltre il rifiuto di caricare armi: «Significa che ci rifiutiamo di diventare parte di una politica che sacrifica i nostri bisogni agli interessi di pochi». Perché la guerra non si combatte solo al fronte, si paga anche in busta paga: «Non si può lottare per salari migliori e accettare di dover pagare il riarmo». E ha rivendicato la forza materiale dei portuali: «Il nostro lavoro può fermare i loro piani, quando siamo organizzati».
Bekris ha risposto anche al governo greco, che in Parlamento aveva chiesto quanti dei porti in sciopero si trovassero in Cina, Russia o Turchia. Il Pireo, ha ricordato, appartiene alla cinese COSCO, e la concessione l’ha firmata proprio Nuova Democrazia. Il punto, per Bekris, non è la bandiera del proprietario: la domanda è «chi decide sul funzionamento del porto, con quale criterio e chi paga il costo delle rivalità». Poi ha salutato i portuali turchi in sciopero: «Noi lavoratori delle due sponde dell’Egeo non abbiamo nulla che ci divida».
Altrove la giornata ha preso forme diverse. In Spagna e nei Paesi Baschi il fermo è di due ore in sedici scali, da Bilbao ad Algeciras. In Turchia il sindacato Liman-İş ha manifestato a Mersin, Gemlik e Istanbul. In India le federazioni dei marittimi e dei portuali hanno organizzato azioni in quindici porti. Ad Amburgo i giovani portuali e gli apprendisti hanno sfilato nel porto con uno striscione di sostegno allo sciopero; a Oakland (USA), in Svezia e in Danimarca i sindacati hanno organizzato presidi e iniziative di solidarietà.

L’Azione Comunista Europea, in una dichiarazione congiunta, ha salutato lo sciopero come un passo avanti di una lotta che «non si limita ai porti», ricordando le azioni con cui, nei mesi scorsi, i lavoratori del Pireo, di Marsiglia, di Le Havre e di Genova hanno ostacolato carichi militari destinati alla NATO o a Israele, e sottolineando che i lavoratori «non hanno interessi che li dividano e non devono schierarsi con nessuno dei blocchi imperialisti». La dichiarazione si chiude con una rivendicazione: «I porti al servizio dei popoli e della pace, non come basi di lancio per le guerre dei capitalisti!»
Le prossime tappe
La giornata di oggi non chiude nulla. Il 5 novembre in Francia è convocato lo sciopero generale; in Grecia i sindacati hanno già fissato uno sciopero generale per il 25 novembre. Adesso bisogna tenere insieme il coordinamento tra i porti. A febbraio gli scali erano venti, oggi più di cento, e insieme ai portuali hanno scioperato marittimi, ferrovieri e studenti. È internazionalismo concreto, e da qui possono partire risposte concrete alle follie padronali e bellicistiche.








