Da Rizospastis, organo del Partito Comunista di Grecia (KKE)
23 agosto 2025
Link all’originale
Le basi per un nuovo ciclo di escalation delle rivalità imperialistiche vengono gettate in questi giorni “in diretta”, nei mercanteggi e nei vertici degli imperialisti sull’Ucraina, in netto contrasto con il tentativo di tranquillizzare i popoli. Del resto, le cause che hanno condotto alla guerra imperialista non solo sono ancora presenti, ma si moltiplicano.
Il “piatto della bilancia” delle rivalità è inclinato da tempo verso un ulteriore inasprimento, e i temporanei e fragili accordi che di tanto in tanto vengono stretti non sono destinati a modificare questa traiettoria, ma aggiungono nuovi anelli alla pericolosa catena, confermando che la “pace” imperialista e la guerra sono due facce dello stesso capitalismo marcio.
La battaglia per la supremazia all’interno del sistema imperialista, tra Stati Uniti e Cina e i loro rispettivi alleati, non conosce alcuna tregua, e gli sviluppi odierni vi gettano ulteriore alimento.
Gli stessi Stati Uniti, del resto, non nascondono che il tentativo di giungere a un accordo sull’Ucraina costituisce uno sforzo per chiudere alcuni fronti, così da poter dare priorità al principale: lo scontro con la Cina (cfr. anche l’articolo a riguardo alle pp. 8-9). Ma serve anche a provocare “fessure” nell’alleanza tra Cina e Russia, attraverso compromessi temporanei che includerebbero anche alcune “contropartite” per la Russia, come quelle emerse a margine del vertice Trump-Putin in Alaska (ad esempio lo sfruttamento congiunto delle risorse naturali nell’Artico, la revoca delle sanzioni energetiche, la cooperazione economica bilaterale, ecc.).
La “migliore” gestione della Cina e, più in generale, dell’alleanza eurasiatica (in formazione) costituisce – come dimostrano anche gli sviluppi degli ultimi giorni – un ulteriore nodo cruciale che acuisce le contraddizioni all’interno del campo euro-atlantico, sulla base dei particolari interessi di ciascuna potenza.
L’UE e i suoi Stati membri più forti presentano il “contenimento” (economico e militare) della Russia come condizione necessaria per affrontare da posizioni più vantaggiose l’ascesa della Cina e dei suoi alleati più stretti. Allo stesso tempo, cercano di non pagare essi stessi le conseguenze più immediate che hanno per la sicurezza e per l’economia europea gli adattamenti che gli Stati Uniti stanno compiendo nella loro economia e nelle loro alleanze internazionali.
La spartizione del bottino imperialista, che procede parallelamente all’escalation dei conflitti – i mercanteggi per lo sfruttamento delle risorse minerarie e delle materie prime strategiche, fino alla “ricostruzione” delle macerie ucraine; la tracciatura di nuovi percorsi energetici e commerciali e di “sfere d’influenza”; il “sopravvento” negli armamenti militari, e così via – rappresentano anch’essi un fattore di inasprimento delle rivalità tra capitalisti.
E naturalmente, nessuna “spartizione equa” e “bilanciata” può avvenire tra i lupi che dividono la “preda” in base alla loro forza. Tanto più che l’attuale spartizione, oltre a tutto il resto, si compie anche sullo sfondo di una nuova crisi capitalistica internazionale che si profila all’orizzonte.
Su questo “barile di polvere da sparo”, che già brucia i popoli, vengono ad aggiungersi i mercanteggi per le varie “garanzie di sicurezza” e le altre intese che si modellano sulla base dei “fatti compiuti sul terreno” e del più ampio rapporto di forze. Perché non bisogna dimenticare che, militarmente, la Russia ha prevalso sul campo di battaglia (avendo conquistato il 20% dei territori dell’Ucraina) e continua ad avanzare, in molti casi incontrando una resistenza minima.
Questo predominio della Russia “sul terreno” non è negato nemmeno dagli europei. Tuttavia, essi non dispongono né della capacità economica né di quella militare per sostenere autonomamente l’Ucraina nella prosecuzione e nell’intensificazione della guerra. È da questa prospettiva che affrontano il compromesso promosso dagli Stati Uniti, i quali trattano apertamente con la Russia sul futuro dell’Ucraina, senza distogliere un solo istante lo sguardo dal principale rivale e avversario, che è la Cina.
L’unica certezza è che, quando e se tutto ciò si tradurrà in qualche accordo, questo non costituirà l’opposto della guerra imperialista e delle rivalità, bensì ne sarà parte integrante, un fattore ulteriore di inasprimento.
Basta guardare a ciò che viene discusso:
- La presenza, in una forma o nell’altra, di eserciti NATO e di altri sul territorio ucraino, “faccia a faccia” con la Russia, oppure, al contrario, la presenza di forze del campo “eurasiatico” nel cuore dell’Europa, come per esempio esige la Russia, sarà la miccia di una nuova escalation e non un fattore di “de-escalation”. Tanto più che – come sottolineano diverse fonti – l’Occidente cerca tra i resti dei neonazisti di Azov il nucleo del futuro esercito ucraino del “giorno dopo”, il quale – secondo loro stessi – costituirà la… migliore “garanzia di sicurezza”!
- Gli eventuali accordi, “garanzie” e “meccanismi di sicurezza” che verranno elaborati, “sul modello dell’articolo 5 della NATO”, saranno una leva per nuove contestazioni e conflitti, e non una “valvola di sicurezza” e di stabilità, come sostengono. Del resto, l’attuale guerra in Ucraina è scoppiata proprio dopo il fallimento di tali accordi (gli “Accordi di Minsk”), che avrebbero dovuto “spegnere l’incendio” acceso dagli euro-atlantici in Ucraina con il famigerato colpo di Stato di “piazza Maidan” e i suoi strascichi. L’andamento degli eventi anche su questo fronte ha confermato che l’elemento permanente sono le rivalità e le insanabili contraddizioni, mentre ciò che è temporaneo sono i fragili compromessi.
- Le modifiche dei confini, discusse oggi “in diretta”, alimentano – prima o poi – una nuova escalation, poiché «ciò che si conquista sul terreno non si restituisce ai tavoli», come dicono ora senza pudore gli apparati borghesi che spingono per la “necessità” che l’UE diventi un “armadillo corazzato”, un “riccio d’acciaio” e altre simili formule, i cui costi saranno pagati a caro prezzo dai popoli.
In questo groviglio di rivalità è profondamente invischiato anche il governo (greco, ndt) di Nuova Democrazia. Così come gli altri partiti borghesi, che in realtà “aggiungono” alla politica del coinvolgimento con i discorsi sull’“UE non coinvolta” o sul governo “affidabile e prevedibile”, poiché – come dicono – non rivendica con ogni mezzo una quota maggiore della spartizione del bottino imperialista, a beneficio della classe borghese.
È proprio per questa quota che il governo ha “lanciato” il coinvolgimento nella guerra imperialista negli anni passati, mentre oggi compie il passo successivo, dichiarandosi “presente” in pericolosi “meccanismi di sicurezza”, come pure negli “accordi” euro-atlantici per la “ricostruzione”, o nei piani statunitensi per il “corridoio verticale” che dovrebbe rifornire l’Ucraina di GNL (gas naturale liquefatto, ndt) americano attraverso la Grecia.
Come rilevava la Decisione del CC del KKE «sull’escalation della guerra imperialista, l’inasprimento delle rivalità imperialiste e la preparazione del Partito», «la borghesia greca, con particolare aggressività, difende e promuove i propri interessi strategici sia autonomamente sia attraverso le alleanze imperialiste della NATO e dell’UE, ma anche rafforzando i rapporti con gli Stati Uniti, per l’innalzamento della posizione della Grecia nel sistema imperialista internazionale e nella regione, come potente nodo energetico e di trasporto, rivendicando una quota maggiore del bottino delle guerre e delle ingerenze imperialiste».
Questi sono gli obiettivi che intende realizzare oggi il governo di Nuova Democrazia con il sostegno di SYRIZA, del PASOK e di tutti i partiti borghesi, coinvolgendo il paese nei piani NATO e euro-atlantici, nel ruolo di carnefice contro altri popoli, esponendo il popolo greco a grandi pericoli, nel mirino delle rappresaglie delle forze imperialiste avversarie.
Questo è, dunque, il vero contenuto degli appelli lanciati dai dirigenti governativi per l’istituzione di «meccanismi di sicurezza con la partecipazione degli USA». Ma anche dei contatti del primo ministro con Zelens’kyj, finalizzati alla partecipazione ai programmi di armamento NATO dell’Ucraina in cambio di un posto al tavolo del “giorno dopo” a Odessa e oltre.
Da questo punto di vista, è esasperante il tentativo del governo di apparire come presunto “non coinvolto” nel conflitto e “in posizione d’attesa”, o di mostrarsi falsamente preoccupato per il “ruolo dell’UE” e per il “rafforzamento del revisionismo”!
Si è vergognata persino la vergogna, nel momento in cui offrono spalle e braccia per spingere avanti i piani euro-atlantici nella regione. Quei piani che acuiscono ulteriormente le rivalità, alimentano la guerra e la “pace imperialista” con la pistola puntata alla tempia, ridisegnano i confini con il sangue dei popoli secondo quanto impongono gli interessi e i rapporti di forza degli imperialisti. Lo mostra anche il crimine in Palestina, che si intensifica.
Gli sviluppi non lasciano spazio ad alcun compiacimento, ad alcuna attesa da parte del popolo. La via dello scontro con la politica che lo conduce a nuovi e grandi sacrifici per i profitti dei capitalisti, che lo trascina sempre più in profondità nei piani di USA – NATO – UE, nelle sabbie mobili delle rivalità e dei pericoli, è l’unica strada.
Come evidenziava la Decisione del CC, «l’evoluzione della guerra imperialista determina in modo decisivo il quadro complessivo della nostra azione, il terreno su cui si sviluppa la lotta di classe in Grecia.
Ciò che deve essere compreso è che la guerra non è un episodio all’interno dello sviluppo capitalistico, una nuova condizione (rispetto al periodo “pacifico”); è lo stesso capitalismo in circostanze in cui le contraddizioni interborghesi e interimperialiste non possono essere conciliate, non possono essere risolte in modo “pacifico”. E questo indipendentemente da quale sarà la forma dell’eventuale generalizzazione o del più profondo coinvolgimento, quali siano gli scenari più probabili.
La prontezza del Partito, e per estensione del movimento operaio e dei movimenti delle forze popolari alleate, affinché possano essere sfruttate le condizioni di improvvisa intensificazione della lotta di classe nella battaglia di scontro con gli obiettivi strategici della borghesia, del capitale e del suo Stato, nonché con le alleanze imperialiste a cui partecipa, è oggi valutata in base alla determinazione, alla resistenza e alla stabilità strategica, all’esperienza combattiva accumulata, alla capacità di adattamento in tutte le condizioni d’azione».
E in un altro punto: «La questione fondamentale per la classe operaia del nostro paese, così come per gli altri strati popolari alleati, è di non restare intrappolati, con vari pretesti e illusioni, negli obiettivi del campo imperialista, cioè euro-NATO, in cui partecipa la borghesia greca, e di non sostenere i suoi piani. Questa questione è cruciale per la destabilizzazione dello Stato borghese stesso, della borghesia stessa in condizioni di confronto bellico.
Il coinvolgimento bellico genera sempre scosse, acuisce le contraddizioni all’interno degli Stati borghesi e delle alleanze imperialiste. In particolare, ciò sembra probabile negli Stati dell’UE e del blocco NATO, dove si intensificano le contraddizioni interne intorno a questioni di scelte strategiche, senza naturalmente escludere qualsiasi altro scenario.
È dunque cruciale per la classe operaia e i suoi alleati sfruttare queste contraddizioni e questi scossoni per destabilizzare il sistema capitalistico».








