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Home›Copertina›Il nuovo apparato europeo della “lotta alla disinformazione”: la censura al servizio della guerra imperialista

Il nuovo apparato europeo della “lotta alla disinformazione”: la censura al servizio della guerra imperialista

Di Giaime Ugliano
11/10/2026
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Il 15 settembre il Parlamento europeo ha approvato il rafforzamento del cosiddetto European Democracy Shield e chiesto maggiori poteri per il European Centre for Democratic Resilience, il centro europeo incaricato di contrastare la “disinformazione” e la Foreign Information Manipulation and Interference (FIMI). Con questo provvedimento l’Unione europea compie un ulteriore passo nella costruzione di un apparato sovranazionale di controllo dell’informazione, presentato come strumento di “difesa della democrazia”, ma inserito sempre più apertamente nel dispositivo di sicurezza e di guerra ibrida dell’UE.

Dietro il linguaggio della difesa della democrazia si consolida un sistema che unisce istituzioni europee, governi degli Stati membri, grandi piattaforme digitali, organismi di fact-checking e apparati incaricati di individuare e contrastare le campagne informative considerate ostili. Il Parlamento europeo ha chiesto di rafforzare il Centro, dotarlo di una base giuridica e di un bilancio dedicato e aumentare la capacità dell’Unione di reagire alle interferenze straniere e alla disinformazione. Nella stessa documentazione, la Russia viene indicata come principale minaccia ibrida esterna, mentre vengono indicati anche Bielorussia, Cina, Iran e Corea del Nord.

La lotta alla disinformazione è stata progressivamente inserita nel quadro della sicurezza dell’Unione e del contrasto alle cosiddette minacce ibride. In questo quadro, le interferenze nei processi elettorali, gli attacchi informatici e i sabotaggi vengono ricondotti a una medesima categoria di minacce. L’informazione viene così integrata nel dispositivo politico-militare attraverso il quale l’Unione affronta il crescente confronto imperialista internazionale.

  1. Dalla regolamentazione alla coercizione

Il Code of Practice on Disinformation, nato nel 2018 e rafforzato nel 2022, è stato integrato nel 2025 nel quadro del Digital Services Act (DSA). Tra i suoi ambiti di intervento figurano la demonetizzazione della disinformazione, il fact-checking, la pubblicità politica, gli strumenti destinati agli utenti e altri impegni assunti dalle piattaforme. Il Codice coinvolge direttamente alcuni dei più grandi monopoli tecnologici mondiali, tra cui Google, Meta, Microsoft e TikTok. Il Digital Services Act prevede inoltre sanzioni nei confronti delle grandi piattaforme online che violano i propri obblighi, con multe che possono arrivare fino al 6% del fatturato mondiale annuo e penalità periodiche in caso di mancata ottemperanza. 

Il processo di restrizione della libertà di espressione e di crescente trasferimento alle grandi piattaforme private di funzioni di controllo dell’informazione pone una questione politica che non può essere elusa. Le Big Tech non sono istituzioni democratiche e non operano al di fuori dei rapporti capitalistici esistenti. Sono colossi monopolistici, molti dei quali statunitensi, ai quali viene affidata una parte significativa dell’applicazione concreta delle politiche europee sulla disinformazione. Tra i soggetti coinvolti vi è anche TikTok, piattaforma appartenente alla società cinese ByteDance.

Non ogni decisione presa da una piattaforma costituisce automaticamente censura. Il problema è che la combinazione tra regolamentazione pubblica, obblighi delle piattaforme e meccanismi di controllo produce un sistema nel quale soggetti privati dotati di un enorme potere economico e comunicativo partecipano concretamente alla determinazione di quali contenuti debbano essere contrastati, demonetizzati, limitati nella diffusione o sottoposti ad altri interventi.

  1. Chi decide cosa è “disinformazione”?

La questione fondamentale è quella del potere: chi stabilisce quali informazioni costituiscano disinformazione? E quali interessi economici e politici orientano queste decisioni?

Le istituzioni europee rispondono a queste domande presentando il sistema come uno strumento di difesa della “democrazia”. Ma la democrazia borghese non esiste al di fuori dei rapporti di classe e dei rapporti di forza internazionali. Le grandi piattaforme digitali sono imprese capitalistiche e gli Stati dell’Unione europea sono inseriti in un sistema imperialista nel quale esistono interessi economici, militari e geopolitici contrapposti.

Non si tratta di stabilire quale potenza imperialista operi in nome della “verità” e quale invece produca soltanto propaganda. Ogni Stato borghese fa ricorso alla propaganda e tutte le potenze la utilizzano per promuovere i propri interessi politici, militari o economici. Occorre, piuttosto, comprendere chi dispone degli strumenti materiali per imporre la propria interpretazione degli avvenimenti, quali informazioni possono raggiungere milioni di persone e quali conseguenze possano derivare dalla classificazione di determinati contenuti come minacce.

  1. Dalla disinformazione alle sanzioni

Il Consiglio dell’Unione europea ha istituito nel 2024 un regime specifico per colpire soggetti ritenuti responsabili di attività destabilizzanti e di FIMI. Nel corso del 2026 sono state inserite nelle liste sanzionatorie persone accusate di propaganda e manipolazione dell’informazione e sono state colpite entità definite responsabili di attività di propaganda e disinformazione. Le misure comprendono il congelamento dei beni e il divieto per cittadini e imprese dell’UE di mettere fondi o risorse economiche a disposizione dei soggetti sanzionati; per le persone fisiche è previsto anche il divieto di ingresso e transito nell’Unione.

Il Consiglio ha inoltre esteso il ricorso a misure che riguardano la diffusione di determinati media russi, arrivando alla sospensione delle relative licenze di trasmissione nell’Unione.

Questi provvedimenti appartengono a un quadro giuridico distinto rispetto alle sanzioni previste dal DSA per le piattaforme. Ma il loro sviluppo contemporaneo mostra una tendenza politica più ampia: l’informazione è sempre più considerata una componente del confronto interimperialista, e la sua presunta manipolazione viene affrontata mediante strumenti che vanno dalla demonetizzazione e dalla moderazione dei contenuti fino alle misure restrittive contro persone, imprese ed entità.

  1. Informazione e guerra imperialista

Il rafforzamento del Democracy Shield avviene contemporaneamente all’aumento delle spese militari, al rafforzamento dell’apparato di sicurezza europeo e all’intensificazione della competizione imperialista per il controllo delle rotte commerciali, dei mercati di sbocco e delle sfere di influenza, nella quale l’Unione europea è sempre più direttamente coinvolta.

La classe operaia non ha alcun interesse ad accettare questa logica. 

L’esistenza della propaganda imperialista, delle campagne di manipolazione e dell’uso dei mezzi di comunicazione come strumenti di guerra non giustifica l’affidamento della risposta a questi fenomeni agli stessi apparati statali e sovranazionali che partecipano al confronto imperialista, né alle grandi imprese capitalistiche che controllano una parte decisiva dei mezzi di comunicazione contemporanei.

La propaganda dell’imperialismo euro-atlantico non diventa vera perché quella russa è falsa. La propaganda russa non diventa vera perché l’informazione prodotta dalle potenze occidentali è interessata. 

L’Unione europea presenta la lotta alla “disinformazione” come una difesa neutrale della democrazia, mentre seleziona le fonti e gli attori da sottoporre a misure restrittive sulla base degli interessi dei propri monopoli e del quadro di alleanze imperialiste in cui è inserita. Ma la storia dimostra che la manipolazione dell’informazione non è certo una pratica estranea al blocco imperialista euro-atlantico, oggi impegnato a presentarsi come vittima della “propaganda russa”.

Nelle elezioni italiane del 1948 e nuovamente nel 1976, la CIA condusse e propose operazioni clandestine di propaganda e disinformazione contro il Partito Comunista Italiano, arrivando nel 1976 alla produzione di materiale contraffatto destinato a essere ripreso dai mezzi di informazione. Le successive indagini del Congresso statunitense documentarono inoltre i rapporti clandestini mantenuti dalla CIA con giornalisti e organizzazioni dei media per influenzare l’opinione pubblica. Un esempio più recente è l’intervento di Elon Musk nella campagna elettorale tedesca del 2025. Il proprietario di X e della società che sviluppa l’intelligenza artificiale Grok utilizzò la propria piattaforma per sostenere pubblicamente l’AfD e diede visibilità alla candidata Alice Weidel attraverso una diretta trasmessa su X. 

La pretesa di ergersi oggi ad arbitro internazionale della “disinformazione” non può dunque essere separata dalla storia concreta degli apparati imperialisti e dei monopoli che hanno utilizzato per decenni gli stessi strumenti.

  1. Conclusioni

La costruzione del nuovo apparato europeo di controllo dell’informazione deve quindi essere considerata nel quadro generale della politica dell’Unione: un ulteriore strumento attraverso il quale le istituzioni borghesi organizzano e proteggono il proprio ordine politico, economico e geopolitico, cioè il modo di produzione capitalista giunto alla sua fase ultima e più marcia, la fase imperialista, caratterizzata da guerra e reazione.

Non è compito delle grandi piattaforme tecnologiche stabilire quali idee possano circolare nella società. Non è compito degli apparati dell’Unione europea stabilire il perimetro entro il quale la popolazione europea può discutere della guerra, dell’imperialismo e, perché no, anche di come vorrebbe cambiare radicalmente questa società. E non è interesse della classe operaia affidare la propria capacità di analisi agli apparati politici e mediatici di questa o quella potenza impegnata nel confronto imperialista.

Per i comunisti, l’indipendenza politica e ideologica della classe operaia non può essere affidata né alle istituzioni dell’UE né ai monopoli privati che ne applicano direttive e standard. La risposta alla propaganda imperialista non è la censura, ma la capacità della classe operaia di sviluppare una propria analisi della realtà, comprendere autonomamente i processi economici, politici e internazionali e smascherare la propaganda di guerra proveniente da ogni campo imperialista. Solo una classe operaia politicamente e ideologicamente indipendente può ricondurre la questione dell’informazione alla lotta contro il sistema imperialista e per il socialismo-comunismo.

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Giaime Ugliano

Giaime Ugliano, nato a Venezia nel 1986, ingegnere elettronico. E' membro del comitato centrale e della commissione internazionale del Fronte Comunista, in cui milita dalla sua fondazione. Collabora con L'Ordine Nuovo su argomenti di politica estera e di temi legati al movimento comunista internazionale.

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