L’oro di Caracas vola a New York, i consolati israeliani riaprono dopo diciassette anni. Chi a sinistra cerca il momento esatto del “tradimento” sta evitando la domanda vera: che cos’era il “socialismo del XXI secolo”?
Il 23 settembre, dal podio dell’81ª Assemblea Generale delle Nazioni Unite, la presidente incaricata del Venezuela Delcy Rodríguez ha ringraziato Donald Trump “per la disponibilità a riprendere la strada delle relazioni diplomatiche e della cooperazione con il Venezuela”, e ha rivendicato come un merito “il recente accordo binazionale tra Stati Uniti e Venezuela, uno dei più grandi mai firmati”, destinato a contribuire “all’equilibrio energetico dell’emisfero e dell’economia internazionale”. Parlava a New York, nella stessa città in cui Nicolás Maduro è sotto processo federale da gennaio. In tutto il discorso Maduro non viene nominato una sola volta.

La presidente del Venezuela, Delcy Rodríguez, e il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, durante il loro incontro a New York a margine dell’Assemblea Generale dell’ONU
Cinque giorni prima, il 18 settembre, il Financial Times aveva dato notizia dell’accordo che sposta 31 tonnellate d’oro venezuelano, per un valore di circa 4 miliardi di dollari, dai caveau della Bank of England alla Federal Reserve di New York. Il governo ad interim di Delcy Rodríguez ne ottiene il controllo legale: non potrà venderlo subito, ma potrà usarlo come collaterale per prestiti. Tre settimane prima, il 29 agosto, Trump aveva annunciato dalla Casa Bianca “il più grande accordo petrolifero della storia”: venticinque anni, diciassette giacimenti, circa 65 miliardi di barili sotto controllo statunitense, un quinto delle riserve accertate mondiali, con il Pentagono azionista attraverso una società privata. Il 30 agosto è stato firmato un contratto trentennale sulla miniera d’oro di Choco, a El Callao, con Heeney Capital e Mercuria. L’11 agosto, Caracas e Tel Aviv avevano ristabilito le relazioni consolari interrotte da Chávez nel 2009, dopo che una squadra israeliana era intervenuta nei soccorsi post-sisma e una delegazione dell’AIPAC era stata ricevuta nella capitale.
A firmare tutto questo non è un governo di destra insediato dagli occupanti. È il PSUV. È la vicepresidente di Maduro, giurata presidente ad interim il 5 gennaio, due giorni dopo che centocinquanta aerei statunitensi avevano bombardato il nord del paese e la Delta Force aveva prelevato Maduro e Cilia Flores da Fort Tiuna per trasferirli in un tribunale federale di New York. Ventinove giorni dopo, la stessa presidente firmava la legge di privatizzazione dell’industria petrolifera.
L’alibi del tradimento
La reazione prevalente in una certa sinistra italiana è stata la riedizione di uno schema collaudato: il tradimento. Se ne cerca il momento esatto, la firma di agosto, la legge di gennaio, il giuramento del 5, come si cerca un peccato originale.
È il metodo che il movimento comunista avrebbe dovuto imparare a scartare da un pezzo. Tutte le varianti del tradimento, dalla più rozza alla più elaborata, trattano un’esperienza politica come un lascito da custodire e la sua storia come una sequenza di deviazioni da un’intenzione originaria: la riflessione si appiattisce sulla ricerca del momento della rottura, che diventa una colpa morale prima ancora che un fatto politico. Nessuno nega che esistano momenti di svolta. Si nega che leggerli come un peccato originale aiuti a capire le ragioni materiali per cui un processo storico è andato in una direzione anziché in un’altra.
Il tradimento è una categoria consolatoria: se il problema sono gli uomini, il modello resta in piedi. Se Delcy Rodríguez ha tradito, allora il “socialismo del XXI secolo” era giusto e va solo ripulito dai traditori. È l’operazione ideologica che permette a numerose organizzazioni che si richiamano, più o meno direttamente, al comunismo di continuare a citare quella formula nei propri programmi mentre la sua patria d’elezione consegna le riserve auree alla Fed e i giacimenti al Pentagono. Difendere il modello, del resto, non significa difendere Caracas: significa difendere la linea politica che per vent’anni quella parola ha legittimato qui.
Che cosa non è mai stato espropriato
In concreto, il “socialismo del XXI secolo” è stato questo: un governo conquistato con le elezioni e insediato dentro istituzioni mai toccate, lo stesso esercito e la stessa magistratura di prima, e una spesa sociale generosa pagata con la rendita delle nazionalizzazioni minerarie ed energetiche. Nessun rapporto di proprietà rovesciato. Le fabbriche, le banche e le terre sono rimaste dov’erano, e con esse la classe che le possedeva.
Bastava guardare cosa accadeva nel 2020. Alla vigilia delle parlamentari di quel dicembre, per assicurarsi l’appoggio dei partiti di opposizione, il governo livellava al ribasso i salari e concedeva ai capitalisti venezuelani licenziamenti di massa. Il PCV era appena uscito dall’alleanza con il PSUV e aveva dato vita all’Alternativa Popolare Rivoluzionaria; per tutta risposta si era visto escludere dai dibattiti televisivi e accusare dal partito di governo di “fare il gioco della destra”. Una redistribuzione costruita sulla rendita, che non aveva toccato la base capitalistica dei rapporti economici, mostrava lì la sua debolezza: bastava che la rendita si restringesse perché a pagare fossero i salari, e perché l’alleato da cercare tornasse a essere la borghesia.
Sei anni dopo, il PCV – a cui nel frattempo è stato sottratto per via giudiziaria il controllo del proprio simbolo – è l’unica forza organizzata che denuncia “la nuova e grave consegna del patrimonio nazionale eseguita dal triumvirato illegittimo”, compiuta “alle spalle del popolo venezuelano, senza trasparenza e al margine dei controlli costituzionali”: uno “spoglio selvaggio” mascherato da “retorica tecnocratica”. E lo fa senza allinearsi a María Corina Machado. Chi non era al governo non deve spiegare oggi perché il governo ha firmato: è tutto qui il vantaggio dell’indipendenza di classe.
Non c’è stata una rottura, c’è stata continuità. L’apparato che ha represso gli scioperi operai, criminalizzato i comunisti e amministrato per un decennio una rendita petrolifera facendo crescere una borghesia dentro lo Stato, di fronte al crollo della rendita e ai bombardieri di gennaio ha fatto ciò che ogni borghesia fa: ha cercato l’accordo migliore con il capitale più forte. Non ha tradito la propria natura di classe, l’ha mostrata.
Il campismo alla prova dei fatti
Per anni, in Italia, il Venezuela è stato il caso esemplare di un’intera impostazione politica: l’idea che esistano Stati capitalistici “antimperialisti” da sostenere in quanto avversari di Washington. In otto mesi quel bastione è diventato il fornitore privilegiato della riserva strategica statunitense, svuotata al 41% dalla guerra con l’Iran, e l’interlocutore consolare di Israele.

L’ambasciatore israeliano Yoed Magen e il generale di brigata Elad Edri incontrano il ministro delle Infrastrutture del Venezuela
Non è un paradosso, è il modo in cui funziona. Quando si sostiene uno Stato capitalista perché occupa la casella giusta sullo scacchiere, si finisce per sostenere quei settori della borghesia nazionale che in quel momento hanno interesse a commerciare con il rivale di Washington. Ma l’interesse non è fissato in eterno: cambiano i rapporti di forza, si riorganizzano le alleanze, e la stessa borghesia che ieri firmava a Pechino e a Mosca oggi firma a Washington senza avere cambiato di una virgola la propria natura. Cambia il compratore, non il venditore.
Chi aveva costruito la propria identità politica sulla collocazione geopolitica di quel governo, e non sull’analisi dei rapporti di produzione che lo sostenevano, oggi deve spiegare come mai il bastione abbia firmato, e lo fa parlando di capitolazione: cioè archiviando come incidente di percorso quello che di quella struttura era il prodotto.
La rottura di Chávez con Israele nel 2009, in piena operazione “Piombo Fuso”, fu tra gli atti più apprezzabili di quella politica estera. Il fatto che sia stata reversibile in diciassette anni, e reversibile per mano degli stessi eredi, misura quanto valgano le posizioni internazionali che non affondano le radici nella natura di classe dello Stato che le assume.
Nessuna concessione, in nessuna direzione
Niente di tutto questo attenua il giudizio sull’aggressione. Un paese è stato bombardato, il suo presidente prelevato da un commando e processato in un tribunale straniero, decine di militari venezuelani e trentadue cubani uccisi, le risorse minerarie ed energetiche spartite per contratto, i proventi depositati su un conto controllato da Washington. È un atto di guerra imperialista, ed è il modello che gli Stati Uniti stanno costruendo per il continente. Su questo non c’è alcuna equidistanza da tenere, e la denuncia va portata fino in fondo, a partire dal governo italiano e dalle imprese italiane che sui giacimenti venezuelani stanno già tornando.
Ma denunciare l’imperialismo non richiede di inventarsi un socialismo che non c’era. Solo l’analisi materialista di che cosa fosse davvero il processo bolivariano consente di capire perché non abbia avuto la forza di resistere, e perché il suo gruppo dirigente sia stato riciclabile come amministratore del bottino. Un potere che non aveva espropriato la borghesia non poteva chiamare la classe operaia a difenderlo, perché non le aveva mai consegnato nulla da difendere se non il livello di una rendita.
Cuba, dove i rapporti di proprietà furono effettivamente rovesciati, regge il blocco da sessantacinque anni. Il confronto non si fa sui rapporti di forza militari, che sono incomparabili: si fa su un punto solo, e cioè che lì esiste una classe che ha qualcosa di proprio da difendere, e lo sa. Un secolo nuovo non ha cambiato la condizione elementare: o la classe operaia toglie ai padroni i mezzi di produzione, oppure finisce ad amministrare il loro Stato per conto loro.
Il bilancio che serve non è su Caracas, ma su chi qui continua a spiegare che prima bisogna passare per una fase intermedia, che le istituzioni si possono amministrare purché a governarle siano i “progressisti”, e che il socialismo si vedrà poi. Chi cerca il traditore non sta facendo un bilancio. Sta cercando il modo di non farlo.








