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Home›Rassegna operaia›No, Landini. Responsabilità non significa collaborazione con Confindustria.

No, Landini. Responsabilità non significa collaborazione con Confindustria.

Di Redazione
01/05/2020
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Un Primo Maggio fuori dall’ordinario quello che i lavoratori stanno vivendo in ogni parte del mondo. Laddove esistono organizzazioni politiche e sindacali di classe più avanzate, le manifestazioni sono state ridotte ma non si sono fermate. Evidentemente si è consapevoli dell’importanza di non arretrare in una situazione di attacco di classe generalizzato come quella che stiamo vivendo. Molto diversa è la situazione in Italia, dove i sindacati confederali costituiscono ancora un forte argine al dispiegarsi delle lotte.

Nello Speciale del Tg3 del Primo Maggio, alla presenza degli altri due segretari confederali, Maurizio Landini afferma: “Noi abbiamo fatto un protocollo firmato da tutte le organizzazioni imprenditoriali, dagli artigiani alla Confindustria a Confapi alle cooperative, che è diventato legge, perché questo protocollo è stato inserito dentro ai decreti che ha fatto il Presidente del Consiglio. E in quel protocollo, oltre a dire tutte le norme, tutti condividiamo, anche le imprese, che si lavora solo se ci sono le condizioni di sicurezza e se non ci sono, dice la legge che bisogna sospendere per ripristinare le condizioni. Io credo che questo sia il momento della responsabilità. Del resto il filmato che ci avete fatto vedere dimostra che quando imprese e lavoratori si mettono assieme e assumo le regole della sicurezza per poter produrre cose utili, si può fare. Da questo punto di vista oggi è il momento della responsabilità.”

Qualche giorno fa, lo stesso segretario generale della CGIL Maurizio Landini ha ricordato la Resistenza e la Costituzione antifascista. Quella Resistenza e quella Costituzione (al netto di ogni compromesso), ricordiamo, sono nate dalla lotta senza quartiere ai padroni e ai loro interessi politici riflessi nella dittatura terroristica fascista, necessaria a tenere sotto scacco la classe operaia nelle fabbriche e nelle città.

Quella Resistenza è stata combattuta dalla classe operaia, organizzata e guidata dal partito comunista, attraverso scioperi, dure privazioni, sacrifici, fino ad arrivare all’insurrezione del 25 aprile. Non certo attraverso tavoli, collaborazione e tantomeno protocolli comuni con Confindustria. Oggi, in questa accelerazione terribile della crisi dovuta ad un’emergenza imprevedibile, i diritti di chi lavora non si tutelano con gli accordi arrendevoli con i padroni. E le innumerevoli dimostrazioni più o meno spontanee delle scorse settimane sono lì a dimostrarlo.

I diritti dei lavoratori si tutelano in primo luogo con la lotta, unico strumento per risvegliare una coscienza di classe per ciò stesso fattore comune e di unità. Ma contro le imprese e non insieme alle imprese. Contro Confindustria e non insieme a Confindustria. Contro il governo dei padroni, non insieme a quel governo.

Un protocollo che ha prodotto un sistema di aperture e deroghe che ha reso inutili le misure di distanziamento sociale e di restrizione per gran parte dei cittadini, allungando il periodo di emergenza sanitaria, a discapito prima di tutto di chi continua a lavorare in fabbrica e che di certo non può fare catena di montaggio al computer; a discapito di chi lavora in corsia e nei reparti ospedalieri, eroi sui giornali, difesi a parole, ma trascurati colpevolmente nei fatti; a discapito di chi si trova senza lavoro o in condizione di non poterlo neppure cercare.

Quel protocollo non è una medaglia al merito, è una vergogna di fronte a tutti i lavoratori che si trovano a continuare a lavorare senza DPI e senza mascherine. Massacrati dai padroni e lasciati soli dai confederali collaborazionisti. È una vergogna anche rispetto ai propri sindacalisti, scaricando il peso di accordi indegni sulle spalle dei delegati locali che si trovano a dover svolgere un lavoro impossibile con rapporti di forza molto più sfavorevoli rispetto al piano nazionale.

Se “la sicurezza viene prima di ogni altra cosa” come ripete Landini, per quale motivo non sono mai state fermate le fabbriche che occupano il 55% dei lavoratori (dati Istat), di cui gran parte non necessarie? Per quale motivo i sindacati confederali hanno accettato il sistema delle deroghe alle chiusure? Per quale motivo l’assoluta insufficienza di dispositivi di protezione non blocca la produzione ma scarica per l’ennesima volta i rischi su chi lavora? L’incoerenza ha un prezzo, caro Landini, e questo prezzo non possono pagarlo i lavoratori.

Oggi non è “il momento della responsabilità” nei confronti di chi ci ammazza colleghi, figli, genitori e parenti. Oggi non è il momento di continuare a pagare le crisi dei padroni e ripagare i loro debiti nel silenzio. Questo è il momento di spazzare via il collaborazionismo sindacale che solo danni ha prodotto in questo Paese, così come ne aveva prodotti 80 e più anni fa. Questa è l’occasione storica per riunire le punte più avanzate della lotta nel nostro Paese in un fronte unico di classe contro l’ennesima sopraffazione padronale. Questo non è il momento di chinare la testa ancora una volta. Questo è il momento della lotta, caro Landini.

—- Redazione operaia

 

TagCGILcollaborazioneCOVID-19crisiimpreseladinilottasindacato
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