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Dichiarazione sui massacri commessi dalle Forze di Supporto Rapido a Barah e Al-Fashir

Di Redazione
09/11/2025
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Dall’Ufficio Politico del Partito Comunista Sudanese (SCP)
30 ottobre 2025
Link all’originale

 

Il nostro Partito si schiera con chiarezza e decisione contro i terrificanti massacri perpetrati contro i civili nelle città di Al-Fashir e Barah, così come in altre aree del Kordofan e del Darfur; una posizione che non ammette ambiguità né giustificazioni.

Le Forze di Supporto Rapido continuano a compiere violenze sistematiche contro civili disarmati: esecuzioni sommarie, arresti arbitrari, saccheggi e distruzioni di proprietà, sfollamenti di massa e costrizione dei residenti alla fuga… e altro ancora, come documentato e confermato da rapporti delle Nazioni Unite, di organizzazioni per i diritti umani e dei media.

Questa infernale violenza sistematica è il risultato di tutte le guerre che il nostro paese ha subito, segnate dalla barbarie e dal fallimento nel portare i responsabili davanti alla giustizia. L’impunità non è mai stata un’eccezione; al contrario, è una delle ragioni centrali della ricorrenza di questi crimini. La persistente assenza di giustizia ha ricreato un ambiente che permette il ritorno di crimini di guerra e genocidi contro le popolazioni di città e villaggi non appena le forze del regime si ritirano, come si è visto a Barah e ad Al-Fashir.

Quello a cui assistiamo oggi è il proseguimento di una politica radicata sin dai primi massacri del Darfur. Pertanto, affrontare questi crimini richiede un’immediata e ferma responsabilità per tutti coloro che hanno dato ed eseguito ordini.

Sottolineiamo inoltre che il mancato intervento per proteggere i civili disarmati e il ritiro dell’esercito dalla città resistente di Al-Fashir per mesi, di fronte alla milizia janjawid[1], costituiscono un atto irresponsabile che merita condanna e responsabilità. Il dovere primario e più importante dell’esercito è proteggere i cittadini e la patria, non proteggere se stesso.

Noi, del Partito Comunista Sudanese, affermiamo sempre che ciò che sta accadendo non è semplicemente una lotta militare per il potere; rappresenta piuttosto un quadro complesso di conflitto tra le ali parassitarie del capitalismo all’interno del paese per il controllo del potere e delle risorse. Queste forze hanno accumulato la loro ricchezza e i loro privilegi attraverso la corruzione e lo sfruttamento del potere per saccheggiare le risorse, utilizzando il conflitto armato e il terrorismo per rafforzare il proprio dominio.

La guerra è, al tempo stesso, il risultato di uno schema regionale/internazionale/imperialista volto a indebolire lo Stato sudanese e a creare le condizioni per la disintegrazione e la divisione, al fine di esaurire le capacità del popolo, le ricchezze del paese e violare la sovranità nazionale. Questa dimensione politica ed economica (locale, regionale e internazionale) del conflitto pone una responsabilità doppia sulla comunità internazionale, che deve intervenire immediatamente per fermare questa guerra e questi massacri.

Noi, del Partito Comunista Sudanese, rivolgiamo un appello ai popoli del mondo e alle loro organizzazioni democratiche — in primo luogo ai partiti comunisti e operai, così come alle organizzazioni per i diritti umani e alla coscienza del mondo intero — per una solidarietà internazionale con il popolo sudanese, che soffre da solo e con fermezza di fronte a una guerra brutale che entra nel suo terzo anno, senza alcuna prospettiva di soluzione o di fine… Invitiamo a promuovere movimenti popolari in tutto il mondo — nelle strade, attraverso la stampa, sui social media o con altri mezzi — per l’immediata cessazione della guerra in Sudan e in solidarietà con il nostro popolo.

Chiediamo inoltre di trasformare le “dichiarazioni di circostanza” e gli appelli formali in passi concreti per proteggere i civili, aprire corridoi umanitari per la popolazione, fornire aiuti e condurre indagini neutrali e indipendenti su tutti i crimini di guerra nel nostro paese. Le critiche e le condanne espresse dalle istituzioni internazionali e per i diritti umani devono essere seguite da azioni concrete: imporre sanzioni politiche, economiche e diplomatiche contro gli autori delle violazioni, vietare l’esportazione di armi e il sostegno logistico ai criminali, e deferire i crimini a meccanismi giudiziari internazionali e locali indipendenti.

Chiediamo inoltre:

  1. Un cessate il fuoco immediato, la dichiarazione di una tregua umanitaria e la completa apertura di corridoi umanitari verso Al-Fashir e le altre aree del Darfur, di Barah e di tutto il Kordofan settentrionale e meridionale, garantendo la protezione dei convogli di aiuti.
  2. Un’indagine internazionale rapida, indipendente e trasparente sui crimini di guerra, e la messa sotto accusa di tutti coloro che hanno commesso, ordinato o contribuito a tali crimini.
  3. Un’azione urgente da parte dei popoli del mondo, delle forze democratiche e delle organizzazioni per i diritti umani affinché esercitino pressione sugli Stati e sugli organismi internazionali per fermare qualsiasi forma di sostegno o di complicità politica o militare con le parti responsabili delle violazioni.

Allo stesso tempo, chiamiamo l’avanguardia del nostro popolo, le forze della mobilitazione di massa e le forze democratiche a unire le loro file, a intensificare la lotta di massa pacifica e a sviluppare iniziative politiche finalizzate a fermare la guerra, a sottrarre il potere ai governi de facto di Port Sudan e Nyala e a tornare sulla via della rivoluzione per costruire uno Stato civile e democratico che tuteli i diritti umani e realizzi la giustizia sociale.

  • Non permetteremo che le testimonianze delle vittime vengano sepolte in dichiarazioni che esprimono solo compassione senza seguito. Il sangue chiede giustizia, esigendo protezione reale e responsabilità.
  • Fermare gli omicidi. Aprire i corridoi per gli aiuti. Portare i colpevoli davanti alla giustizia.
  • Giustizia per le vittime — e libertà e pace per il popolo del Sudan.

 

[1] Qui usato per indicare le forze antigovernative. I janjawid sono miliziani arabi di origine nomade, attivi dal 1987 e coinvolti dal 2003 nella guerra in Darfur: utilizzati dal governo sudanese nella guerra, poi dal 2013 convertiti in organizzazione paramilitare governativa come Forze di Supporto Rapido. Queste ultime si sono ribellate al governo nel 2023 e oggi rappresentano il principale oppositore armato (insieme alle altre forze janjawid) delle forze governative nella guerra civile. Si veda, per approfondimento:
https://en.wikipedia.org/wiki/Janjaweed
https://en.wikipedia.org/wiki/Rapid_Support_Forces
https://en.wikipedia.org/wiki/Sudanese_civil_war_(2023%E2%80%93present)

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